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Chi era chi? A proposito di PPP

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Mi viene in mente una scenetta di qualche tempo fa, nemmeno troppo. Venezia, Palazzo Ducale alla mostra di Henry Rousseau; in mezzo a tanti quadri dell’autore a cui la mostra era dedicata, ce n’erano alcuni di altri pittori tra i quali Morandi. Una signora in visita alla mostra assieme ad un gruppetto, ad un certo punto sbotta: “ma Gianni Morandi è anche pittore?”.

Ecco, all’epoca in cui Pierpaolo Pasolini era in vita e rappresentava quanto di meglio la cultura italiana potesse vantare, c’era un tale Renzo Pasolini campione di motociclismo (anche lui precocemente scomparso poco più di un anno prima di Pierpaolo). Capitava spesso che qualcuno confondesse i due un po’ come la signora con Giorgio e Gianni Morandi.

Ora che si commemorano i 40 anni dalla morte di Pasolini (Pierpaolo, giusto per essere ovvi) e tutti ne intessono le odi, a me pare che la confusione e il paraculismo la facciano da padroni. “Il più grande intellettuale del ‘900 italiano, un veggente che aveva già capito il futuro, una perdita insanabile” e così via. Questi i commenti che si sono sentiti, almeno per un giorno, in tv, radio, che si leggono sui giornali.

Tutto bene, per carità, perlomeno significa che la figura di Pasolini non è passata inosservata. Ma quanti tra coloro che oggi lo osannano sono disposti in tutta onestà a condividere ciò che Pasolini diceva, scriveva, metteva in scena? Fosse davvero così, l’Italia sarebbe un paese come minimo migliore, probabilmente sarebbe governata da persone non dico illuminate, ma certamente meno obnubilate di quelle che purtroppo ci ritroviamo tra i piedi. Il fatto è che probabilmente anche tra coloro che ora celebrano Pasolini (Pierpaolo), ce ne sono parecchi che forse sono convinti si tratti del famoso motociclista, allora antagonista di Giacomo Agostini.

Ecco, qui si nasconde ciò che forse più di ogni altra cosa Pasolini detestava: la superficialità, l’omologazione, il pensiero di replicanti pronti a commentare di tutto e di più senza il sostegno di un minimo di originalità e di personalità; insomma, la retorica.  Meno male che l’anniversario è passato, assieme a tutto il ciarpame che aveva richiamato. Come si dice… ora, riposa in pace.

 

Bruno Tassan Viol

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6 Comments

  1. sebastiano comis ha detto:

    Ancora una precisazione: pasolini parlava negativamente di ‘sviluppo senza progresso’. Cosa intendesse per progresso non lo ha mai spiegato.

  2. Sebastiano Comis ha detto:

    Felicità: felicità espressiva, naturalmente. Il PPP degli ultimi anni è per me illeggibile.

  3. Sebastiano Comis ha detto:

    Solo per completare il quadro, ricordo che nel 1942 un altro giovane esponente della cultura fascista, collaboratore del Primato’ di Bottai, partecipò in Germania a un incontro con la cultura tedesca. Tornato in Italia scrisse per il giornale una relazione che non venne pubblicata. Nel settembre del ’43 prese parte alla difesa di Roma, passò le linee per raggiungere il governo del sud e poi decise di unirsi alle resistenza, scrivendo di questa sua decisione in una lettera al fratello minore Luigi. Due giorni dopo morì saltando su una mina al confine del Garigliano. Questo giovane intellettuale si chiamava Giaime Pintor. Invece PPP mandò a fare il partigiano il fratello minore. Lui rimase a casa a elaborare le sue contraddizioni, che fino all’ultimo, anzi sempre di più, e con sempre minore felicità, sono diventate ossessioni. Quanto di meno politico e civile si possa immaginare.

  4. bruno viol ha detto:

    Francamente un Pasolini con il fez proprio non mi riesce di immaginarmelo. Detto ciò, che le sue parole fossero dissacranti, e per ciò da leggere tra le righe, non mi pare ci siano troppi dubbi. Quanto al progresso, credo anche di poter dire che quanto lui immaginava con questo termine corrispondesse maggiormente allo sviluppo (della società, di quello intellettuale) piuttosto che all’illusione e all’immagine di falso progresso che ci viene data in pasto. Rimango inoltre convinto che le sue idee, se in qualche modo capite ed implementate, avrebbero davvero prodotto un sistema migliore; ci voleva decisamente poco considerando il livello dei soggetti che oggi ci governano.

  5. sebastiano comis ha detto:

    Che nelle celebrazioni di Pasolini ci sia del conformismo è fuori discussione, ma che quello che Pasolini diceva, scriveva o metteva in scena possa essere utilizzato per avere un paese migliore non lo credo proprio. Diceva di essersi convertito all’antifascismo nel 1938, leggendo Rimbaud, ma nel 1942 andava in Germania a incontrare gli universitari tedeschi.
    I partigiani comunisti gli hanno ucciso il fratello, il PCI lo ha espulso con disonore, lui continuava a dirsi marxista ma davanti alle ceneri di Gramsci confessava che lui per il popolo aveva una passione solo estetica. Ha finito scrivendo sul Tempo di Roma e sul Corriere della Sera che preferiva i poliziotti agli studenti contestatori, che non amava i giovani capelloni,
    che l’aborto era meglio se non c’era e che sotto il fascismo la gente era migliore. Io sono sicuro che gran parte di quelli che celebrano Pasolini lo fanno perché ne condividono le idee, appunto.

    • stefano minin ha detto:

      Aggiungo a quanto scritto da Sebastiano che quando Pasolini ( non ci sono più le lucciole, anni 70) decantava le lodi della civiltà contadina contro il progresso era oggettivamente un reazionario. Giova ricordare che in quegli anni si cominciava a costruire i servizi igienici in casa, grazie al contratto dei meccanici del 1969 si incominciava a mangiare la fettina ( insomma, entrava la carne nella dieta di tanti italiani) e le donne facevano passi avanti nel loro percorso di emancipazione. insomma tra il Pasolini laudatore del passato e il Lenin che alla richiesta di cosa fosse il comunismo rispondeva ” i soviet e l’elettrificazione del paese” continuo a non avere dubbi…

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