Donald TrumPet (inteso come flatulenza)
20 febbraio 2018

Gli sbronzi di Riace

Non e’ che si sentisse la mancanza di un mio commento sui fatti ridicoli per un certo verso e tremendamente pericolosi se visti da una prospettiva diversa. Vorrei solo raccontare la mia piccola esperienza specifica del personale rapporto con Mimmo Lucano.

Comunque sia, uno piu’ uno meno…. Ho conosciuto Mimmo Lucano una quindicina di anni fa, quando il suo progetto  cominciava a prendere forma; mi riferisco al 2001, quando aderendo all’allora PNA (Programma Nazionale di Accoglienza), il Comune di Riace, che poi era Mimmo e un altro paio di volontari, cominciava il percorso che in futuro avrebbe portato quel borgo alla fama internazionale. Mimmo e i due, stavano lavorando alacremente preparando malta e sistemando mattoni per rimettere in sesto le molte (quasi tutte) case che la necessita’ di migrare di qualche decennio prima aveva completamente svuotato.

Il progetto di Mimmo era chiaro; sulla scia di alcune precedenti esperienze (Soverato e Badolato ad esempio) che avevano ospitato le prime ondate di migranti (allora i kurdi) gli avevano ispirato un’idea, forse un sogno. Rianimare Riace, farlo rivivere dando allo stesso tempo supporto alla gente che per motivi spesso simili a quelli di coloro che avevano lasciato Riace, piu’ spesso per mettere in salvo la pellaccia, aveva dovuto salutare familiari ed amici per cercarsi una possibilita’ di vita piu’ decente dove potenzialmente c’erano le possibilita’.

I primi ospiti cominciavano ad arrivare ed allora era davvero difficile immaginare che si potesse andare oltre all’ospitalita’ temporanea, e pensare ad un’eventuale integrazione. In ogni caso, anche una sola prima accoglienza avrebbe contribuito a far rinascere il borgo, un risultato gia’ potenzialmente ambizioso ma sicuramente alla portata; soprattutto tenendo conto della determinazione di chi lo stava realizzando.

Gia’ allora l’adesione al progetto PNA prevedeva contributi da parte dello stato, contributi che avevano una loro precisa destinazione e ‘linee di budget” specifiche e delimitate. E’ chiaro che sarebbe impensabile potere gestire fondi pubblici senza regole ben identificate; e’ altrettanto chiaro che tali regole devono considerarsi ed essere interpretate con un minimo di tolleranza in relazione alle varie realta’ e contesti in cui lo stesso progetto si colloca. Ricordo bene le discussioni con Mimmo quando si cercava di far quagliare le esigenze specifiche di quel borgo disabitato con quelle determinate dalla doverosa rigidita’ imposte dal progetto nazionale.

Le mie perplessita’ erano in verita’ riferibili alle convinzioni del sindaco (allora ancora non lo era..) che Riace poteva rappresentare anche un esempio di integrazione per coloro che cercavano prima di tutto un riparo per poi decidere cosa poter fare delle loro esistenze. Le stesse perplessita’ che riscontravo in quei primi ospiti che difficilmente potevano pensare seriamente ad un prosieguo della loro vita in quel borgo ancora quasi disabitato. Ma le idee di Mimmo erano gia’ piu’ avanti, quello che aveva in mente era a quei tempi fuori anche dalla mia portata; certe sue idee mi parevano piuttosto strampalate e del tutto utopiche. Cio’ nonostante c’era qualcosa in quella visione che apriva brecce in questa cortina di diffidenze. Con i colleghi si era deciso che quel progetto, quelle idee meritavano almeno un po’ di fiducia.

Bene, in breve la cosa stava prendendo forma ed il progetto da allora e’ sempre rientrato in quello che era l’evoluzione del PNA, lo SPRAR. E da allora Riace e’ sempre stato un punto di riferimento per chi cercava soluzioni innovative nel campo dell’accolglienza; da registi famosi ad intellettuali, tutti coloro che avessero capacita’ di cogliere la specificita’ di quell’ unica esperienza, identificavano Riace come chiaro esempio di come si possa (anche) gestire un elemento cosi’ complesso come il fenomeno dell’immigrazione in termini di accoglienza ed integrazione, dando in contemporanea una risposta all’esigenza di non far morire quell’enorme patrimonio che sono i paesi e i borghi abbandonati cosi’ numerosi nella nostra penisola.

Ora, e’ assoltamente possibile che la gestione finanziaria di quel progetto abbia delle imprecisioni dal punto di vista amministrativo e che non abbia osservato con attenzione le regole che lo stesso SPRAR impone; ma che ci possa essere stato un qualsiasi interesse personale all’interno di queste imprecisioni e’ assolutamente escluso. I progetti nascono e sono frutto di esperienze che si sono fatte nel passato e che si sono rese credibili esprimendo situazioni positive e per questo replicabili. Prima Azione Comune, poi il PNA (e prima ancora l’esperimento dell’ICS durante la guerra nell’ex Jugoslavia) hanno rappresentato le cosiddette buone pratiche. Buone pratiche che infatti dovrebbero servire a correggere eventuali errori o incongruenze esistenti nella gestione di qualsiasi progetto.

Ed e’ proprio per questo che l’esperienza di Riace deve essere considerate per quello che e’, per la sua specificita’ che certo non e’ replicabile in qualsiasi contesto, ma che deve essere punto di riferimento e spunto per ricalibrare cio’ che fino ad oggi e’ stato fatto. Per questo sostengo che se ci sono stati errori di interpretazione nella gestione dei fondi, quegli errori non devono essere considerati tali, ma semplice necessita’ di mettere assieme le risorse e di usarle in modo da ottenere il risultato migliore. Per questo si definiscono “Buone Pratiche”. E per questo le buone pratiche non devono essere demonizzate, ma prese per quello che sono: esempi da studiare ed analizzare per cercare di smussare cio’ che all’interno di qualsiasi sistema rappresenta un limite. E riuscire ad andare oltre.

Io difendo senza ombra di dubbio Mimmo Lucano e le sue scelte; sarebbe opportune che anche chi dirige un importante progetto a livello nazionale (progetto, lo SPRAR, che tutti ci invidiano) prendesse atto della bonta’ di questa unica esperienza e ne traesse qualche beneficio. Senza lasciare spazio a chi cerca di delegittimare un’unica esperienza per smontare un intero sistema. Questa gentaglia conosce Riace solo per quei due fantastici bronzi che in quel mare sono stati ritrovati; solo che li confonde con i due vecchietti davanti ad un fiasco di vino che si trovano nei piatti esposti nelle osterie e nei ristoramnti; per l’appunto, gli sbronzi!

 

Bruno Tassan Viol

 

 

2 Comments

  1. CdP ha detto:

    E poi lavorano! Nelle fabbriche, nei servizi, nelle costruzioni, nelle campagne, nelle nostre case, con i nostri vecchi e – alcuni – i più fortunati come medici, ricercatori e nelle professioni. Questo fanno!
    E questo hanno sempre fatto gli emigranti quando sono andati all’estero da qualunque paese provenissero (compresa l’Italia).
    E inoltre , con le loro rimesse – che vanno direttamente alle famiglie- aiutano concretamente lo sviluppo dei Paesi di origine, come è stato per l’Italia negli anni del dopoguerra e come più recentemente è stato per l’Albania, ad esempio.
    Le statistiche del Ministero http://www.lavoro.gov.it/notizie/Pagine/Ottavo-Rapporto-annuale-Gli-stranieri-nel-mercato-del-lavoro-in-Italia.aspx

  2. sebastiano comis ha detto:

    Di una esperienza analoga a quella di Riace, ho letto sul Guardian. Questa volta a Sutera , comune delle Madonie, mezzo svuotato per mancanza di attività economiche, che ha dato alloggio a 400 africani. E’ chiaro che questi comuni hanno convenienza a ospitare centinaia di persone che ricevono sussidi, muovono personale di sostegno, immettono un po’ di denaro in economie asfittiche. In cambio gli immigrati impareranno un po’ di italiano, un po’ di dialetto. E poi?

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