STRATEGIA TERRORISMO JIHADISTA: PERCEZIONE NON REALE RISCHIO STATISTICO
24 maggio 2017

Una domanda: ha più senso parlare di sinistra o destra, oppure di lotta tra le classi?

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La domanda potrà parere ai più retrò, ma dei “più” non me ne curo: da tempo sono antropologicamente pessimista sul destino dell’homo occidentalis.

Ma indubbiamente è il caso di fare un po’ di igiene mentale, in mezzo a tanto bla-bla-bla sul destino del centro-sinistra (è una questione di stile: badare alla precedenza, please!); sul pericolo della destra con cui si cerca cerca di mobilitare i militonti cervelli-all’-ammasso per votare per il rottamatore/federatore-pro-tempore; sulla indefettibile tendenza della sinistra-a-dividersi; sul fatto che quando i “compagni” vanno al governo fanno come gli altri, dalle Alpi alle Piramidi, oltre che dal Manzanarre al Reno. Dire che se ne ha le palle piene, è un eufemismo riduttivo.

Per cui, cominciamo a ragionare su come stanno le cose. Ad esempio: che se, dagli anni ’70, il virus del neoliberismo ha coperto il pianeta, infettando anche i suoi potenziali antagonisti (non importa se ex gerarchi sovietici divenuti turbocapitalisti, o socialdemocratici occidentali trasformatisi in pseudomanagers: uniti tutti dall’averlo fatto con i soldi degli altri), ciò non significa che dobbiamo sempre accontentarci del “meno peggio”.

Il fatto che ovunque ormai al voto ci vada una sempre più ristretta minoranza degli elettori, è ben significativo del fatto che la gente non è proprio scema, anche se con il cervello frullato dalle armi di dissuasione di massa della tecnologia elettronica. Ed è pure significativo che, quando ci sono alternative reali (non importa se un raro esempio di socialista americano come Sanders, un laburista old style come Corbyn, il Partito Comunista Giapponese oppure seri tentativi di unità rosso-verde come in Nord Europa: e mi limito ad un quadro omogeneo come il mondo occidentale, per non fare confusione con altri scenari), succede pure che la gente li vada a votare, e si cambi in qualche modo il quadro politico.

Vediamo ora la situazione italiana.

Le prefiche del centro-sinistra si appellano a Prodi, il protagonista primo della privatizzazione del secondo sistema economico pubblico planetario, dopo l’URSS; il presidente dell’UE che ha aperto le porte al blocco dei governi reazionari dell’Est Europa, manovra dettata dal volere USA/NATO, con i risultati che apprezziamo oggi, in termini di spesa-pro-capite per filo spinato. I centrosinistri convinti chiedono il voto maggioritario (cioè il suffragio minoritario) in opposizione al proporzionale, vecchia e gloriosa bandiera dell’egualitarismo e della sinistra. I governi centrosinistri, da Amato fino a Gentiloni, hanno fatto per un quarto di secolo politiche di destra, che più di destra non si può. Cos’abbiamo a che fare con costoro? In cosa sono “meno peggio” della destra?

Dovremmo ricostruire la sinistra con gli Orlando: quello dei reazionari decreti Minniti-Orlando. Con Pisapia: l’autore di “miracolo a Milano”, che ha voluto dire, dopo aver vinto lui in una fase in cui avrebbe vinto anche bibi stronzit, candidare il “suo” Ambrosoli jr. alla Regione – così la ggente ha votato Maroni, ritenendolo meno di destra – e poi azzoppando il suo assessore di sinistra Maiorino con una seconda candidatura alle primarie, per tirare la volata ad un manager di scuola berlusconiana come Sala. Ed ha pure votato “si” al tentativo di golpe anticostituzionale di Renzi, battuto a furor di popolo nel dicembre scorso. Di nuovo: cosa centriamo con costoro?

E poi ci sono il guerrafondaio D’Alema, lo smacchiatore Bersani, … e giù giù giù fino ai Sonego nostrani, un amico di Confindustria che sta in MDP solo perché con il PD non lo ricandiderebbero mai. Tanto poi, se va bene, si confluisce su posizioni di vantaggio: vedi il gradese Maran, che proprio in questi giorni plaude all’accordo PD-Forza Italia sulla politica estera. Qui la domanda manco la faccio, tanto è evidente: sono una banda di perdenti, che hanno solo fatto danni ovunque abbiano messo le mani.

Ergo: il problema è un altro. Ed è partire dalla costruzione di qualcosa che, prima di porsi problemi di schieramenti ed accordi elettorali, si ponga quello del senso, del legame, di una piattaforma di classe. Cioè: stai coll’operaio, oppure lasci perfino quell’identità al Berluska (come avvenne nel 2003: mentre il centrosinistra veltroniano bocciava la proposta del PRC di convergere su pochi punti-base, come la riduzione dell’orario di lavoro ed un milione di lire come pensione minima… provvedimento quest’ultimo adottato poi dalla destra) ? Se non si affronta questo nodo (che vuol dire rapporto col movimento sindacale, precise piattaforme politiche e non meno precisi principi di costruzione dei propri quadri e dell’organizzazione: nella vecchia socialdemocrazia tedesca, se non eri operaio, non diventavi dirigente… mentre il PSI italiano era il partito degli avvocati; il Labour inglese ha sempre avuto – escluso il periodo blairiano – una schiacciante ipoteca dei sindacati nel voto congressuale) si continua a sbagliare.

Il che non significa che sia facile: ma nulla è mai stato facile, se non ci si vuol limitare a perdere tempo in chiacchiere.

Il rischio che abbiamo di fronte è la solita alternativa tra opportunismo (chiamarlo socialdemocratico, o riformistico, è offensivo nei confronti di chi lo è stato seriamente) e settarismo gruppettaro. Opportunismo: tutti assieme appassionatamente in una lista-minestrone, che poi si disfa appena – se e solo se… – eletti. Settarismo: quello dei soliti noti, che presidiano assemblee che iniziano affollate, fino a dissolversi, lasciando prevalere chi ha più tempo da perdere e voce per parlare a vanvera: tanto non deve rendere conto a nessuno. Sul primo pericolo, basta aprire un giornale od una tv, per sapere di chi si parla: e capita che, quanto a lettura cinica della situazione, riesca perfino ad apparire simpatico un D’Alema o “sinistro” un Bersani: il che dà l’idea del baratro che ci si presenta. Sul secondo, mi permetto di fare riferimento ad un documento che un compagno mi ha recapitato oggi.

Premesso che tra i firmatari ci sono dei giovani compagni che stimo, quello che non mi convince – al di là di alcuni dissensi di fondo, che spiegherò tra poco – è sia il linguaggio, che la presenza di qualcuno dei “soliti noti”, conosciuto sotto mille sigle, da ultimo la fallimentare esperienza della Lista Tsipras. Sia la lista, che Tsipras, tanto per esser chiari.

Sul piano del metodo: non si lanciano alleanze senza prima aver coinvolto, da pari a pari, gli interlocutori. Ci sono partiti, movimenti, enti vari, che non accetteranno mai una notifica tramite message-in-the-bottle. Questo è semmai solo il modo per mettere il proprio sigillo su un movimento che, così, nasce morto.

Sul piano del linguaggio, poi, lascio ai miei 25 lettori giudicare cosa ne pensino di espressioni logore, come “alleanza popolare profonda”, “ampia coalizione”, “mantenere pubblici i beni comuni – senza se e senza ma”, ” soggetto ampio e plurale”, “confronto politico appassionato”, “alleanza di popolo”, per finire ovviamente con la proposta di una “assemblea, larga e includente”.

Se sul piano formale non ci siamo. Che dire dell’elenco di problematiche che saranno anche giuste, ma che sono presentate come, illis temporibus, non ci avrebbero neanche permesso di stampare a ciclostile un volantino della FGCI? Giovanni Migliorini, allora segretario della Federazione provinciale del Pci, nel 1975 ci fece riscrivere infinite volte un volantino per le elezioni provinciali, pretendendo perfino, a noi della segreteria che eravamo tutti studenti (due liceali e due degli istituti tecnici, rispettivamente per geometri e per periti industriali) di chiarire le proposte per la bonifica agraria, la riforma dei patti agrari ed ovviamente il superamento della mezzadria. Che dire invece dell’articolazione delle proposte di politica economica regionale del documento citato? Mah.

Mi limito a due questioni:

  1. “totale revisione della legge sanitaria regionale (n°17/2015) nella direzione di una salute davvero pubblica, garantita anche alle fasce più fragili della popolazione ed efficiente per tutti”: facile a dirsi, ma bisogna vedere se siamo d’accordo sulla direzione da prendere. La riforma votata dall’amministrazione Serracchiani è fondamentalmente ambigua: vorrebbe spostare (correttamente) l’asse dall’ospedale al territorio, dalla acuzie alla prevenzione; ma contemporaneamente si è dimostrata velleitaria – costringere i medici a trasformare i loro ambulatori libero-professionali in “case della salute” a presidio della salute territoriale non è fattibile in meno di una generazione – ed è stata gestita da un pool di funzionari apicali formatisi nel Veneto della privatizzazione ciellina. Come dire: la riforma è stata teoricamente ispirata dal basagliano Rotelli, ma praticamente gestita da un mix tra una burocrazia ingessata, come quella della Regione Fvg, ed un gruppo di demolitori oggettivamente favorevoli alla sanità privata. Insomma: la riforma l’ha scritta Rotelli, oppure il sempiterno Renzulli? Ergo: si vuole mettere mani alla riforma per tenersi il bambino, gettando l’acqua sporca, o si vuole dar fiato alle trombe dei comitati pro ospedaletti (diu us vuardi!) ?
  2. “cancellazione della riforma degli Enti Locali che annulla la rappresentanza democratica dei cittadini nella gestione del territorio”: e qui sono pesantemente in disaccordo. I comunelli da 200 abitanti non non sono la “rappresentanza democratica dei cittadini”, ma strumenti inefficienti per mascherare la crisi delle autonomie locali, per di più gettando i (pochi) soldi dalla finestra. La riforma regionale degli enti locali e l’abolizione delle provincie, con la costruzione di unità comprensoriali come le UTI, sono il frutto di una riflessione autonomistica di lungo periodo. Una cosa è la giustezza della riforma, altra cosa è lo stallo in cui questa riforma è stata gettata da una burocrazia regionale, al cui confronto i ministeriali romani sembrano un modello di efficienza. E su questo, il documento citato, non mi pare invece dire nulla.

Speriamo che i prossimi mesi ci possano riservare sorprese. Altrimenti astensione e M5S possono rimanere comunque alternative, per chi voglia stracciare la scheda, senza farsi prendere in giro da mestieranti “sinistri”.

Gian Luigi Bettoli

 

 

 

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