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STRATEGIA TERRORISMO JIHADISTA: PERCEZIONE NON REALE RISCHIO STATISTICO

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Cerchiamo di inquadrare brevemente il concetto di sicurezza, perché tante sono in realtà le (in)sicurezze: alimentare, sociale, domestica, sanitaria, stradale, sul lavoro, nei luoghi pubblici…Tante sono le possibili declinazioni quanti sono i contesti dove la nostra incolumità, la nostra stessa esistenza può essere compromessa.
Ma le nostre paure, rispetto al tema generale della sicurezza, molto raramente sono fondate su dati statistici, sulla concretezza materiale e reale del rischio. Molto spesso le nostre paure sono fondate sulla percezione della minaccia e questa percezione viene principalmente formata non da istituti di statistica ma da due entità che potremmo comunque definire “autorevoli”: governi e media mainstream. Sono appunto queste due entità che, sulla base di considerazioni politiche e commerciali quindi non necessariamente statistiche, stabiliscono quali siano le “emergenze” per la nostra sicurezza.
Ecco allora che il terrorismo è da tempo imposto come il “top di gamma” delle emergenze o almeno questa è la percezione di esso che ci viene fornita. “…Siamo sotto attacco!…” ci viene detto, ma è proprio così?
I dati in realtà non ci parlano di “emergenza” ma di tragici eventi marginali per quanto simbolicamente rilevanti. La paura collettiva che ne scaturisce è però legata alla percezione della minaccia e questa percezione viene nei fatti gonfiata come un pallone con il risultato che essa appare oggettivamente sovradimensionata.
Quanti civili sono morti negli ultimi 13 anni nell’Eurozona, che conta oltre 700 milioni di abitanti, a causa degli attentati di matrice jihadista (prima al-Qaeda, poi Isis)?
Da Madrid (2004) a Manchester (2017) passando per Londra (2005), Parigi (2015) e Bruxelles (2016) sono morte meno di 500 persone.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità nella stessa eurozona ogni anno muoiono per incidenti stradali 127.000 persone (quasi 350 al giorno).
Secondo l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (Osha) nell’eurozona avviene un decesso a causa del lavoro ogni tre minuti e mezzo per un totale di oltre 150.000 morti all’anno.
Solo queste due categorie di decessi (escludendo le cifre importanti connesse alle concentrazioni di Pm10 e Pm 2.5) moltiplicate per i dodici anni in cui si sono verificati gli attentati jihadisti ci portano ad una cifra da ecatombe: 3.324.000 morti mentre il numero incalcolabile di feriti e mutilati è ben superiore.
Questa si configura come una vera emergenza, una minaccia quotidiana alla nostra vita e salute. E la cifra in questione, evidentemente non imputabile al fato, ci autorizza a considerarla l’emergenza numero uno in termini di sicurezza.
Ma la percezione collettiva di questa minaccia, nonostante l’evidenza dei numeri, è quasi inesistente. La ragione di ciò è la totale assenza di interesse da parte dei media mainstream non tanto di gonfiarla ma semplicemente di considerarla in modo adeguato e dei governi di riconoscerla e prevenirla concretamente finanziando una rivoluzione della mobilità e dei trasporti e obbligando il sistema produttivo a proteggere la salute e la vita di chi lavora.
La paura per il terrorismo jihadista è quindi statisticamente infondata ma ciò è irrilevante: ciò che conta è puntare ad ottenere un consenso passivo dell’opinione pubblica verso politiche belliciste, cospicui trasferimenti finanziari verso l’industria della “sicurezza” e strette autoritarie/sicuritarie buone comunque per elevare il tasso di repressione interna.
Una volta chiarita la oggettiva inconsistenza della così detta minaccia terroristica, specialmente per il nostro paese, appare pretestuoso il fatto di utilizzarla per giustificare l’intensa e costosissima attività bellica all’estero, tanto più che proprio questa attività, con la destabilizzazione che crea, ne è semmai causa diretta.
L’esempio più chiaro che si possa fare in questo senso riguarda proprio l’11 settembre 2001, l’attentato che ha costituito la genesi della guerra al “terrore”: sauditi erano la maggior parte dei membri del commando, sauditi i funzionari diplomatici dell’ambasciata a Washington che fornirono copertura e appoggio, saudita è ancora oggi il fiume di denaro che finanzia milizie jihadiste in Siria ed Iraq. Eppure i presidenti degli Stati Uniti non ordinano il bombardamento di Riyad ma vi si recano per stringere contratti miliardari per la fornitura di armamenti (115 miliardi Obama e ora 110 miliardi Trump). Le famiglie delle vittime della strage delle Twin Towers tentarono lo scorso anno, per proprio conto, di muovere una causa legale contro i petromonarchi sauditi, ma l’iniziativa fu bloccata d’imperio dallo stesso Barak Obama, per ovvie ragioni di opportunità.
Sorge quindi spontanea una domanda: il terrorismo jihadista è davvero una minaccia alla nostra sicurezza o è piuttosto un gradito assist alla nostra industria della sicurezza?

Gregorio Piccin

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13 Comments

  1. Enzo Valentini ha detto:

    Premetto di condividere in buona parte le affermazioni di Comis sull’ambiguità per usare un eufemismo della posizione europea, che poi in soldoni è solo il riflesso locale di quella statunitense, riguardo al terrorismo e ai suoi sponsor. Detto questo e ovviamente sposando l’additare l’Arabia Saudita e la sua stretta sugli altri paesi del GCC, visti come estensione della sua sfera di influenza, come principali responsabili del sorgere di organizzazioni wahabite, più o meno fautrici di atti terroristici indiscriminati, tuttavia trovo non del tutto centrato il rimando ai morti sul lavoro per stabilire un’equazione di pericolosità. Sono due aspetti tragici ma non comparabili, soprattutto nel momento in cui nessun governo europeo e non presta la benché minima attenzione a tali aspetti, preferendo ignorare del tutto le statistiche relative alle morti professionali. Ritengo il terrorismo sia un fenomeno non comparabile ad altri, per la sua carica mediatica dirompente, di cui sono perfettamente a conoscenza sia i perpetratori che i mandanti. Sfortunatamente il nostro governo, peggio di quelli degli altri stati europei, riguardo al terrorismo parla una sola lingua, quella dei potentati occidentali anglosassoni che con i tagliagole sauditi, del resto saldamente al potere grazie al patto siglato con Roosevelt nel 1945 a bordo della nave USS Quincy, ci fanno affari tutti i giorni (vedi anche la nostra ministra Pinotti). Tale patto è stato rinnovato qualche anno fa e reso ancora più stretto con la recente firma degli accordi di collaborazione militare tra Trump e i sauditi. Il cui primo risultato sono stati l’isolamento del Qatar e gli attentati in Iran.

  2. sebastiano comis ha detto:

    Per sbaglio la replica destinata a Piccin è finita a questo Marco Caco, che essendo un saccentello capace solo di insultare dietro l’anonimato non merita risposta.

  3. Sebastiano Comis ha detto:

    Nel 2016 in Francia ci sono stati tre o quattro attentati terroristici – dal Bataclan a Nizza – con circa 200 morti. Quindi l’insicurezza dei francesi è comprensibile, anche perché gli attentatori erano tutti islamisti di cittadinanza francese. Se poi vogliamo dire che sono affari dei francesi e non nostri, è un altro discorso. La situazione di oggi è, l’effetto del caos seguito alla sistematica distruzione da parte dell’occidente , in primis da parte degli USA, di tutti gli stati arabi laici più o meno socialisti, dall’Afghanistan del 1979 all’Irak di Saddam, alla Libia, adesso alla Siria. L’Iran si è salvato perché è un boccone troppo grosso. E anche i regimi demoislamici in Egitto e Palestina sono stati prontamente destabilizzati, mentre regimi arabi medievali e lo stato razzista e coloniale fondato dagli ebrei in Palestina godono dell’appoggio americano. L’Italia è stata finora risparmiata dal terrorismo per la sua ignavia, e forse perché, tutto sommato, siamo ancora uno stato di polizia, molto più di altri paesi europei.
    Ma se sbandieriamo troppo il nostro impegno contro il ‘terrore’ c’è il caso che qualcuno ce lo faccia assaggiare davvero..

    • Gregorio Piccin ha detto:

      cito testualmente dal mio intervento “un decesso a causa del lavoro ogni tre minuti e mezzo”. ripeto non si tratta solo delle morti SUL posto di lavoro ma PER il lavoro. Leggi questo articolo sul Corriere dove si indicano in 102.000 i morti all’anno in Europa per tumore dovuto all’esposizione a varie sostanze sul posto di lavoro. A queste aggiungi pure i morti per incidenti SUL posto di lavoro.
      Sebastiano mettitela via…questi sono i numeri! http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/16_maggio_20/meta-morti-per-lavoro-europa-dovuta-tumori-4a129ade-1e9c-11e6-8034-19f857d4e6ef.shtml?refresh_ce-cp

      Rispetto alla “insicurezza francese”, allora bene ha fatto Hollande a dichiarare lo stato d’emergenza, attivando dispositivi repressivi e poteri speciali all’esecutivo, invece di utilizzare gli efficienti servizi segreti per bloccare gli ex amici foreign fighters e rivedere la politica estera neocoloniale.

      • Sebastiano comis ha detto:

        Consiglio di leggere su rep. Di oggi l’intervista a Hanif Kureishi, che spiega perche’ il terrorismo fa paura al di la’ dei numeri

    • marco caco ha detto:

      Il terrorismo moderno nacque in Francia con l’attentato a Napoleone ad opera dei lealisti bretoni (chouans) che causò 22 morti. Les italieniens ci misero del loro con Felice Orsini che in malo modo attentò a Napò III° uccidendo dei passanti (12) e non “Napoleon le petit”, secondo la definizione di Victor Hugo. Quarant’anni dopo Sante Caserio, “panettiere ed anarchico ma non spia”, come disse al processo, strippò il presidente della repubblica Sadì Carnot, con un coltello regolamentare dal manico rosso-nero.
      Ma tutti costoro erano solo dei poveri artigiani del terrore.
      La guerra d’indipendenza dell’Algeria ebbe anche caratteri di guerra civile fra il “Fronte di liberazione nazionale” ed altre organizzazioni, in particolare col “Movimento nazionale algerino”. Lo scontro armato fra algerini fra il 1956 ed il 1963 provocò in Francia oltre 3.900 morti e circa 7.000 feriti.
      D’altro canto, i francesi che non volevano lasciare l’Algeria (les pieds noires) diedero vita all’Oas (Organizzazione armata segreta ed al “Comando Delta”, responsabili di 2.700 omicidi.
      In Bretagna ed in Corsica movimenti autonomisti per vent’anni hanno piazzato petardi a destra ed a manca. Nel 1973 una serie di attacchi razzisti ad algerini ha lasciato sul selciato 50 morti e 300 feriti. “Action directe”, anarco – bombaroli, negli anni ’80 di morti ne fece 26. E l’elenco potrebbe continuare.
      Poi è arrivato il terrorismo delle schegge impazzite mediorientali.
      Il punto è che la sensazione di insicurezza prodotta dalla crisi che oggi sembra in qualche modo risolversi si è innestata su un fenomeno epocale di migrazioni di massa verso l’Europa.
      I venditori di paura nei partiti parlamentari, nei giornali, nelle trasmissioni del cretinismo televisivo (Pordenone primeggia, nel suo piccolo col piccolo e ricciuto columist, noto ai meno), ecc. ecc. seminano odio e veleno. Sempre le ondate migratorie hanno prodotto nella storia moderna del capitalismo brusche reazioni, ma questo è un altro argomento.
      Invece di sproloquiare su stati “più o meno socialisti” e sulla nuova categoria “demoislamica”, studiare la storia farebbe bene, ma studiare, anche se meno che lavorare, stanca. Sparare cazzate invece “è gratis”.

      • sebastiano comis ha detto:

        Constato che chi accusa di allarmismo strumentale i discorsi sulla insicurezza provocata da attentati diretti a bersagli casuali (è appunto la casualità a provocare allarme) è pronto a sparare cifre inverificabili sulla mortalità per causa di lavoro (che è quella dovuta a rischi specificamente legati alle condizioni di lavoro). Sulla mortalità in italia – che è tra le più basse d’Europa – fa testo l’INAIL, non il Corriere della Sera.

  4. marco caco ha detto:

    I dati sugli infortuni sul lavoro si possono trovare nei siti dell’ Ilo (Ufficio internazionale del Lavoro) Eurostat ed Istat.
    Da notare che più si allunga lo sguardo, più i dati sono vecchi per ovvie ragioni.
    Comunque nel mondo, decina più decina meno, gli infortuni ammontano a 270 milioni l’anno (più 160 milioni di nuove malattie professionali sempre all’anno), i morti circa 2 milioni.
    In Europa a 28 le persone infortunate sarebbero 2,5 milioni con 3.500 morti, in Italia nel decennio della crisi 500.000 con circa 1.000 morti.
    Secondo gli ultimi dati del Global Terrorism Index 2016 i morti nel mondo nel 2015 sono stati 30.000.
    In Europa dal 2010 a Manchester i morti causati dalle schegge reazionarie ed impazzite del terrorismo jihadista sono stati 345.
    Non c’è confronto alcuno: i morti sul lavoro sono un’ecatombe in un’era dove tecnicamente potrebbero essere ridotti quasi a zero.
    I morti di terrorismo sono la manifestazione dell’impotenza di forme politiche e statali che incapaci di dare vita a movimenti sociali veri e ripiegano su piccole e piccolissime guerre (addirittura individuali) che come unico lascito hanno una scia di sangue.
    Il giudizio storico sul terrorismo lo diede Marx parlando di quello piccolo borghese risorgimentale (tipo Mazzini, Orsini ecc. in Italia): “Pazzi e somari”.

    Notarella: perché non si dovrebbero considerare gli “infortuni in itinere”, provi lo scrivano ad alzarsi, una settimana si ed una no, alla 3 del mattino per raggiungere una stabilimento che so una fonderia passare li 8 orette e poi freschi come un blogger tornare nel bucolico paesetto, felice, fra api ronzanti e fiori di campo.
    Naturalmente per 43 anni come il Governo Bersani – Monti ha disposto.

  5. Sebastiano Comis ha detto:

    A parte i numeri poco credibilii (se, esclusi gli incidenti stradali, i morti sul lavoro in Italia sono 500 l’anno, nell’Eurozona, che ha dieci volte gli abitanti dell’Italia, non possono essere 150.000) paragonare gli attentati terroristici agli incidenti stradali e sul lavoro non ha senso. I primi a saperlo sono i terroristi. stessi, che proprio per questo fanno gli attentati. .

    • Gregorio Piccin ha detto:

      I numeri, purtroppo, non sono poco credibili. Invito a fare un clic sul sito dell’OSHA per leggersi gli studi. Non si parla di morti sul lavoro ma legate al lavoro (per esempio la nocività…remember amianto?). Certo la mia moltiplicazione per 12 anni di un dato riferito ad uno studio sul 2002 è forse indebita ed approssimativa. ma non mi pare proprio che ci sia stata una svolta istituzionale nella gestione di questa EMERGENZA (intendo dire salute e sicurezza sul lavoro). Quindi forse non saranno 3.324.000 i morti per incidenti stradali e per ragioni legate al lavoro; potrebbero essere anche 500.000 in meno (oppure 500.000 in più)…
      si tratta di un’approssimazione che tuttavia, visti i numeri, non cambia la sostanza della questione.
      Non mi sembra indebito l’accostamento dei casi di morte (per terrorismo, per lavoro, per incidenti stradali) in quanto ho chiarito che si tratta sempre della nostra sicurezza (principalmente, nei casi considerati, incolumità fisica), della percezione delle minacce a questa sicurezza e delle azioni istituzionali che vengono intraprese per affrontare le emergene reali o presunte tali.
      Per giustificare, in Italia, una spesa militare di 64 milioni di euro al giorno viene principalmente utilizzata la così detta minaccia terroristica (elevata falsamente ad EMERGENZA e fatta percepire come tale).
      Il terrorismo jihadista:
      1) è irrilevante dal punto di vista statistico per l’eurozona;
      2) è il sottoprodotto della nostra politica estera belligerante e filo-atlantista (Iraq, Libia, Siria) nonché della disinvoltura con cui ci scegliamo gli alleati in mediorente (leggi petromonarchie wahabite principali finanziatrici dello stesso jihadismo);
      3) si affronta con l’intelligence e non con le forze armate. Ora l’MI5 sta facendo un’indagine interna perché, guarda un po’, i freedom/foreign fighters rientrati, a cui ieri si strizzava l’occhio in funzione anti Gheddafi, sono oggi tutti potenziali bombaroli (conosciuti e attenzionati)…

      Se quindi i governi, questo il ragionamento, fossero in buona fede e avessero davvero a cuore la nostra sicurezza, intesa come sopra, non tratterebbero il terrorismo come un’emergenza bensì come un clamoroso autogoal a cui rimediare rivedendo la politica estera e dirottando le ingenti risorse spese per combatterlo inutilmente (in realtà, come dimostra la storia recente, per crearlo) verso le vere emergenze, quelle che causano, da troppo tempo, un’ecatombe (scarsamente considerata) di cittadini/e.

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