17 APRILE GIORNATA INTERNAZIONALE DEL PRIGIONIERO POLITICO.
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Comunicato dei profughi e richiedenti asilo del Pordenonese
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cervelli emigranti e cervelli migrati

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I secondi appartengono a chi continua, ahimè troppi, a sparare cazzate su queste tragedie. Aggiungo la mia voce al coro, senza pretese di dire chissà che.

Ciao, Bruno Viol
Rieccoci a fare la conta. Come al solito, come da anni siamo abituati a fare; di nuovo c’è solo che il numero delle persone che arrivano (quelle che, ovviamente) sulle nostre coste è aumentato vertiginosamente. Naturalmente, visto che tutto è proporzionale, anche il numero degli affogati, quelli di cui veniamo a conoscenza, aumenta di concerto. E se è vero che la stagione non è quella più favorevole all’attraversamento del Canale di Sicilia, da qui in avanti ne vedremo ancora delle belle. Secondo alcuni, il numero di coloro che aspettano di trasferirsi dalle coste del sud del mediterraneo a quelle italiane è di alcune centinaia di migliaia di persone. È fin qui stato detto che tale cifra è esagerata, che serve solo ad aumentare il panico, ma non credo e non sembra sia poi così lontana dalla realtà. Basta pensare per un attimo alla situazione che grazie agli interventi delle nostre valorose armate per “proteggere i civili” si è creata negli ultimi anni in nord Africa e nel Medio Oriente. Se i civili si difendono così, viene da chiedersi cosa faremmo se dovessimo combatterli. Che ci siano centinaia di migliaia di persone in fuga non solo è ipotizzabile,ma francamente a me pare un dato di fatto. Senza contare poi, quelli che indipendentemente dai risultati delle ultime guerre (quelle che conosciamo noi), comunque sarebbero partiti in cerca di una possibilità di vita decente.
Quello che invece pare non siamo in grado di comprendere, è il motivo scatenante di questo fenomeno.
Generalmente la gente se ne starebbe tranquilla a casa propria se potesse avere una vita dignitosa, che poi significa avere da mangiare, da bere, magari da curarsi e studiare, mica molto altro. Se le persone un giorno decidono di partire in cerca di fortuna, è perchè dalle loro parti la fortuna non è di casa. È perchè, nella migliore delle ipotesi, a casa si fa la fame e la si fa fare anche, ovviamente, alla propria famiglia. Nel migliore dei casi, si diceva, perchè altrimenti ci si lascia dietro tutto ciò che si ha e magari ci si è costruito con enormi sacrifici in tanti anni, perchè c’è qualcuno che ti spara dietro, che ti caccia da casa tua, perchè se vuoi salvare almeno la pellaccia, devi prendere il massimo che ti puoi portare dietro, e spesso è solo ciò che hai addosso, e filartela da qualche parte che ti sembra più sicura. Dove magari altrettanto spesso trovi chi ti dice che lì non c’è posto per te. Cosa ci aspettiamo, che la gente scelga di non scappare? Di starsene ad aspettare che arrivi chi gli tira una fucilata addosso o che magari dall’alto di spediscano una bombetta che ti fa saltare in aria rendendoti vittima collaterale di una “giusta guerra”?
Dunque basta dare un’occhiata in giro e fare i conti di quanta gente se ne è dovuta scappare in qualche altro posto perchè di alternative non ce n’erano. Qui da noi arrivano centinaia di migliaia di persone; solo dalla Siria, dall’Iraq, dalla Libia (per citare i casi più eclatanti) se ne sono andate milioni di persone (senza contare gli sfollati interni che sono altre milionate di gente). I Paesi limitrofi a questi (ex) Stati ospitano milioni di persone che sono dovute scappare per salvare la pelle, che vivono spesso in campi inospitali, che non vedono altra soluzione davanti a sé se non pensare di rifarsi una vita da qualche altra parte dove si possa vivere presumibilmente in pace, dove le opportunità di lavoro si spera ci siano. Avete mai visto un campo profughi? Sapete come si vive al suo interno? Io sì, questa opportunità ce l’ho avuta spesso in questi ultimi 20 anni e posso garantire che non si fa una bella vita. Posso testimoniare che vivere in situazioni del genere di annulla, ti rende un vegetale, ti fa ammalare anima e corpo. Ti fa andare avanti solo se si riesce a coltivare la speranza di un ritorno; state sicuri che la quasi totalità non spera in altro che di rientrare a casa propria, mica di venire da noi. Il fatto è che spesso quella casa semplicemente non c’è più. Cosa farebbe uno al posto loro? Questa è la prima domanda che dovremmo probabilmente porci.
Come probabilmente dovremmo chiederci cosa possono fare le centinaia di migliaia di persone che in alcuni casi, in questi Paesi, la Libia ne è un esempio lampante, ci erano già arrivati da anni e avevano trovato un’occupazione. Che fanno, tornano da dove sono venuti e sono scappati per non morire di fame o di guerra? Noi pensiamo spesso che il fenomeno della migrazione sia un fenomeno che interessa solo noi europei od occidentali, mentre ci sono due milioni di siriani che hanno riparato in Turchia, altri milioni che hanno trovato rifugio in Giordania, in Libano, nel Kurdistan iraqeno. La Siria qualche anno fa aveva accolto milioni di rifugiati dall’Iraq occupato dai nostri “volonterosi”, ora la guerra si è spostata anche lì, c’è chi la vorrebbe ulteriormente allargare….. Egitto, Tunisia, ospitano milioni di persone che se ne sono scappate dalla Libia “democratizzata” a suon di bombardamenti che hanno disintegrato non solo le infrastrutture, ma la stessa precaria società di quel Paese. Per non parlare del continente africano dove le migrazioni sono costanti e interessano tutti gli Stati dell’Africa. Ho visto l’altro giorno un’intervista a Rasmussen, ex segretario generale della Nato aggrapparsi sugli specchi di fronte alle domande di un onesto intervistatore che gli chiedeva se la guerra in Iraq, Afghanistan e Libia, visti i risultati, non avesse creato maggiori problemi rispetto a prima. Ha avuto il coraggio d rispondere che la Nato è un organizzazione militare e quelle guerre le ha vinte. A parte che sulla presunta vittoria ci sarebbe come minimo da discutere, ma forse è vero che si voleva creare solo instabilità e in questo caso ha ragione lui, ma quando l’intervistatore gli ha chiesto se dunque non avessero tenuto conto delle conseguenze, quello ha risposto: “ma non è affare della Nato”. Allora, in futuro sarà bene saperlo e prima che la Nato commetta qualche altra cazzata forse sarebbe meglio pensarci due volte. O accettarne le logiche conseguenze. O meglio ancora pensare di uscirne. E qui ci starebbe una seconda domanda: vogliamo chiederci se siamo in qualche modo responsabili di quanto succede e delle dinamiche che portano a questi esodi massicci?
Resta il fatto che ora il mondo è pieno di disgraziati in cerca di migliore sorte e che parte di loro (nemmeno la maggioranza, si sappia) arriveranno dalle nostre parti. Che fare? Questa è la terza domanda. Che ci arrivino è a questo punto fuori di dubbio, anche se molti sono coloro che vorrebbero fermarli prima ancora della partenza o rispedirli indietro immediatamente dopo. Detto che si tratta di pia illusione, forse ci si dovrebbe chiedere se questa sia giusto, prima ancora che umano. Non vale neppure stare a fare la pippa sul nostro passato di emigranti (mio padre lo è stato praticamente tutta la vita per mantenere me e la mia famiglia) e sulla facilità di perdita della memoria; discorsi già fatti e che se anche hanno ovviamente una loro logica, ora servono poco. C’è chi suggerisce di bombardare i barconi in modo da eliminare la stessa possibilità materiale di attraversare lo stretto di mare che separa noi dall’Africa e loro da noi. A me pare veramente una minchiata colossale e in ogni caso non rappresenterebbe una soluzione; lasciando perdere ogni considerazione di carattere etico, ovviamente. L’organizzazione che porta i migranti sulle nostre coste, non è composta da principianti, ma da gente che si considera, e che in effetti è, imprenditrice e su larga scala. Ci metterebbero, al di là dell’impossibilità di praticare una scelta del genere, un attimo a cambiare metodo e vie migratorie. Quindi, non c’è soluzione; i migranti continueranno ad arrivare e con ogni probabilità arriveranno attraverso sistemi sempre più pericolosi; appare evidente che non è certo il rischio a fermare l’esodo. Ci saranno solo più morti; ma forse qualcuno considera anche questo un mezzo per limitare gli arrivi. Dunque sarà meglio studiare una soluzione e farlo con criterio, pur considerando che questa situazione a molti fa pure comodo. Avere un elevato numero di braccia da prendere quando servono, pagarli una miseria (quando li si paga), ricattarli con la minaccia di denunciare la loro situazione spesso di irregolari, far loro pagare l’affitto di una baracca come se si trattasse di una reggia, riprendersi i pochi soldi che prendono per farsi pagare cibo e trasporti a peso d’oro, sono affari consistenti. Basterebbe farsi un giro nel foggiano o verso Rosarno, (ma non solo, anche l’edilizia pur se in crisi ci va a nozze) per capire di cosa si sta parlando.
Lasciamoli a casa loro, anzi qualcuno dice aiutiamoli a casa loro; bene, allora se veramente vogliamo aiutarli, cerchiamo di non rapinarli delle risorse immense che possiedono e che si rubano generalmente attraverso guerre e corruzione. Tra le altre cose, uno dei metodi che davvero riescono ad evitare flussi migratori maggiori, è quello delle rimesse che i lavoratori spediscono regolarmente (a volte non si capisce nemmeno come fanno) alle loro famiglie rimaste nei Paesi di origine.
Ma stiamo pensando come affrontare l’emergenza di questi tempi. Partiamo magari dicendo che, anche se ora questo fenomeno ha ora le caratteristiche di un’emergenza, in realtà e preso nella sua complessità, non può essere affrontato solo come tale. Si tratta di fenomeno fisiologico e normale, perlomeno fino a quando le disparità tra il mondo occidentale e quello dei Paesi cosiddetti in via di sviluppo, non verranno almeno ridotte. E non si parla certo di tempi brevi.
È chiaro che un fenomeno di questo genere e di questa portata non può non influenzare la nostra società; l’impatto, è inutile negarlo, ciò esiste e deve essere prima ben compreso e poi eventualmente risolto. Non c’è dubbio che l’arrivo dei migranti, soprattutto se in numero notevole e senza meccanismi che riescano ad ammortizzarne gli effetti, crei scompensi. In un contesto in cui reperire un lavoro non fosse un problema, l’assorbimento e l’integrazione dei nuovi arrivati sarebbe una questione diversa; il fatto è che la situazione in cui ci hanno portato scelte politiche ed economiche disastrose, favorisce la guerra tra poveri. La disoccupazione, la perdita di lavoro e l’assenza di ammortizzatori sociali che potrebbero ridurre l’impatto della “crisi”, fa sì che i migranti vengano visti come invasori e che la loro presenza contribuisca a rendere la situazione ancora più tragica per i locali. Prima gli italiani! Questo è lo slogan più facile da pronunciare e da assimilare. Abbiamo problemi già noi, e se ci sono risorse, quelle devono essere destinate ai cittadini italiani (non che negli altri Paesi europei si esprimano concetti diversi) che pagano le tasse ed hanno diritto di priorità. È in effetti difficile controbattere a queste facili affermazioni; in qualche modo riflettono una realtà che esiste e incide profondamente nella nostra società. Come si potrebbe dire (sempre ammesso che ciò fosse vero): “aiuto lo straniero perchè ha più bisogno”, quando c’è gente che si trova senza lavoro e spesso non è più in grado di pagarsi l’affitto, il mutuo o addirittura il cibo? Beh, forse prima di tutto andrebbe fatta chiarezza sul cosa consiste l’aiuto che i migranti ricevono da noi; sfatare i luoghi comuni secondo i quali gli stranieri ricevono chissà quale contributo mentre da noi c’è chi fa la fame. Mescolare le due diverse situazioni è assolutamente improprio, ci sono ovviamente dinamiche profondamente diverse, ma nel farlo si riflette comunque una condizione di generale e comune disperazione. Probabilmente questo è il problema principale e su questo dovremmo ragionare. In sostanza è necessario che si intervenga per rimediare ai profondi disagi in cui si trova anche una larga fetta di popolazione locale. Si deve, perchè questa è in ogni caso, e indipendentemente dalla questione migranti, una tragica realtà, intervenire con ammortizzatori sociali che restituiscano dignità a tutti, italiani e stranieri, coloro che si trovano in grandi difficoltà. Non credo si possa trovare una soluzione per gli uni senza considerare la condizione degli altri. Purtroppo, le scelte che portano alla rovina i Paesi di provenienza di questi disperati, sono le stesse che hanno portato al tracollo delle condizioni di vita della parte più debole di noi; se non si interviene con scelte comprensive e non escludenti di tutti coloro che soffrono delle conseguenze disastrose degli ultimi vent’anni di politiche economiche (anche le guerre sono scelte di politiche economiche, non ci sbagliamo) che hanno portato sul lastrico i più deboli, indipendentemente dal fatto che si viva su una o sull’altra sponda del Mediterraneo, non ne usciremo mai. È chiaro che ora sia necessario intervenire con atti concreti che risolvano l’attuale emergenza, ma se ci dimentichiamo di ricordare che questo fenomeno non è solo frutto di emergenze, anche ammesso che si trovi una soluzione temporanea, domani ci ritroveremmo punto e a capo. Vogliamo azzardare un consiglio? Partiamo dal coinvolgere realmente l’Unione Europea, dal fare in modo che tutti si prendano le proprie responsabilità, che si realizzi veramente un’azione comune europea in cui ognuno si assuma finalmente le proprie responsabilità (magari proporzionalmente alle proprie disponibilità). Che la missione Frontex Triton cambi radicalmente il proprio mandato e venga finanziata adeguatamente prima di tutto per salvare la vita di chi comunque ed inevitabilmente sceglie di rischiare. Poi, che si realizzi un meccanismo di accoglienza con un coordinamento a livello europeo per il quale evidentemente servono soldi.
Che si pensi finalmente e seriamente a dare un’opportunità anche a chi rimane fuori dal mercato del lavoro attraverso un salario minimo garantito o una forma di sussidio che permetta a tutti di vivere con un minimo di dignità. Perché personaggi viscidi come Salvini (ma mica c’è solo lui, sia chiaro) non propongono una scelta del genere? Forse perché hanno sempre appoggiato e votato le politiche che ci hanno portato a questo sfacelo? Servono finanziamenti che attualmente non ci sono; e i 70 milioni al giorno che spendiamo per la difesa? Difesa da chi, da questi disperati?
È chiaro che al momento si rischia di parare di fantapolitica, che qualcosa deve essere fatto ora, subito, che certe scelte potranno avere effetto solo a distanza di tempo. Ma da qualche parte bisogna cominciare e la consapevolezza che il fenomeno migratorio non ha una dimensione temporanea a breve termine, potrebbe essere un punto di partenza per immaginare politiche adeguate. Il fenomeno delle migrazioni è complicato e ha necessità di essere affrontato per quello che è, senza demagogie e inserendolo nel contesto adeguato. Quel contesto va studiato e sviscerato nei dettagli, le soluzioni vanno tarate sulla sua realtà. Ma se si vuole limitarne la portata, è necessario riconsiderare il modello di sviluppo che fino ad oggi ci è stato imposto, altrimenti ogni battaglia sarà persa.
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