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1. Squadristi Metropolitani

Una delle esperienze di vita più spossanti è passare i tornelli della Metro romana, nel caldo appiccicaticcio che stagna tutto l’anno, mentre due borse, una per spalla, ti fanno riflettere sulla triste condizione degli asini.

Mentre cerchi di farti largo in mezzo ad una folla sempre esagerata (d’altronde Roma ha due sole linee, con la classe politica che ci si ritrova poteva pure andare peggio), ti trovi ad assistere ad una scena invereconda. (Location: macchinette per i biglietti; gente ammucchiata che non ci si raccapezza; zingare che chiedono la carità). Tre vigilantes della Metro si mettono ad urlare ad una anziana signora (zingara? rimane una anziana signora!) insulti di ogni genere, aggiungendo precise e violente minacce fisiche.

Novello donchisciotte, ma con un po’ di mestiere – un padre partigiano che da ragazzo ti ha fatto vedere come si fronteggia muso-a-muso un capitano dei carabinieri per spiegargli che l’Italia sarebbe un paese democratico nato dalla Resistenza e fondato su Lavoratrici e Lavoratori; un po’ di tirocinio con(tro) la celere a Comiso, a bloccare l’installazione degli “euromissili” della Nato – ti ritrovi a comiziare contro i tre, spiegando loro di vergognarsi per uno stile incompatibile con la funzione pubblica che rivestono, e pure per il fatto che fanno vergognare te, cittadino lavoratore, che fatichi per far la paga a dei testacchioni del genere.

E qui ti accorgi di cosa voglia dire aver assunto, in cinque anni di sindaco fascista della Capitale, buttafuori ed altre teste di manganello, al posto di meccanici, macchinisti e pulitori. I tre marciano convergenti verso di te. Anzi, più scientificamente, uno rimane ai tornelli per coprire le spalle agli altri, e te ne arriva un quarto, piccolo e cazzuto, che attacca sul fianco come fosse una maresciallo. Ti ritrovi accerchiato da bulli che scimmiottano i coatti dei poliziotteschi televisivi, linguaggio greve, crescendo rossiniano di provocazioni, preparativi per l’aggressione.

Sei circondato dalla folla, e sai che non c’è un posto in cui puoi ritrovarti più solo. Ricordi i punti di riferimento: “can che abbaia non morde” (vox populi), “non accettare le provocazioni” (il Partito, quando c’era), “non girare le spalle, che i cagnacci ti saltano addosso” (la nonna). E continui a comiziare, senza rispondere alle loro cazzate, parlando di diritti, costituzione, doveri dei pubblici impiegati. E nel frattempo, senza farti sfuggire i pensieri che non condividi, che ti ronzano in testa (una scelta a caso tra “Roma ladrona” e “noi del Nord che produciamo mentre voi rubate la paga”) gli dici pure asciutto che c’hai da fare, tu non sei mica pagato per stare a rompere le palle ai poveri cristi e ti sganci.

Non prima di passare di fronte ad un banco dove ce ne sono altri, degli Alemanni, fai solo tempo a contarne altri quattro urlanti, ne intravedi altri con la coda dell’occhio (ma quanti ne paghiamo, per fare gli squadristi?). Mentre ti imponi un ritmo da struscio, perché ne va della dignità di uno solo contro tutta questa masnada che ti dà addosso e non si decidono a menarti,  solleciti i loro stupiti apprezzamenti con un saluto  “british” del tuo dito medio alzato.

Ma poi non è vero che sei solo, è solo la tua solita proiezione depressiva maniaco-persecutoria, che ti porti dietro in modica quantità. Alle spalle ti è arrivato pure qualcuno che urla, ma lei è una delle zingare, che grida che “c’hai ragione, qualcuno lo doveva dì”. E ti ritrovi a pensare che in fondo era questo che ti spiegavano una volta sulla funzione delle avanguardie, qualcuno deve andare avanti a sfondare a testa bassa, che poi la gente sa procedere da sola per la sua strada, se comprende di non essere stata lasciata sola.

2. Deicidi almeno no, è già occupato.

La scena finisce dopo qualche passo ancora, al banco del bar. Con la cameriera che ti dice che “gli zingari so’ la peggio gente”, ed un avventore che ti spiega che “so’ nomadi da migliaia de anni, nun c’hanno dignità, nun hanno il senso de ‘na nazzione”. E tu a rispondergli che questi stavano quasi tutti a casa loro, prima che qualcuno gli distruggesse la Jugoslavia con le bombe della Nato e la benedizione papale, prima che i rumeni si scoprissero pure loro ariani ed iniziassero a perseguitarli, prima che D’Alema bombardasse la Serbia per creare i narcoland del Kossovo e del Montenegro, prima che in Cechia e Slovacchia rifacessero i ghetti murati, ed in Ungheria iniziassero a ripensare ai bei tempi di Adolf Eichmann.

E poi chiami in causa nostri avi, quelli che se andavano negli Usa li classificavano come mezzi negri, oppure tutti interi, se venivano dal Sud. E via discorrendo

E questo scemo cosa ti risponde? Che “questi se vendono i bambini!”

Beh, almeno deicidi gli zingari non lo sono. Si sono beccati a mezzadria con gli ebrei quella di rubare i bambini, ma l’altra accusa cristiana no, quella è già occupata (ancora… e se avesse ragione Ratzinger a proposito del relativismo?).

E qui la pazienza professionalmente dimostrata con i buzzurri di prima non regge più, senti il tuo alter ego che declama qualcosa sulla inutilità dell’aver pazienza quando è materia di mandare a fare i culo i teste di manganello.

Come stava scritto sul muro della villa di Savio a Pordenone tanti anni fa? “Contro le squadre di Almirante, parole poche, stangate tante”. Non è proprio un must della nonviolenza, ma prima o poi bisognerà pur aggiornarsi.

3. E per finire.

Decisamente la tipa che sale sul treno e si sparapanza sul sedile davanti al tuo, calpestandoti ambedue i piedi come una ruspa, non è Mara Carfagna.

Insalutata ospite, inizia a raccontarti tutta la sua giornata, a partire dalle 4 antelucane nella lontana Capitanata, finché arriva al clou della visita romana: “E poi sono andata alla sede di Forza Italia” (testuale: i fedeli hanno già aggiornato il marchio di fabbrica).

E qui non riesci a trattenerti, e le sibili sarcastico: “Signora, mi pare che lei non frequenti proprio compagnie raccomandabili”.

Quello che segue sembra addirittura il remake della “Storia segreta del Pci” di Rocco Turi, una roba che se non l’hai letta non riesci neanche ad immaginare che la si possa scrivere. Annunciando all’intero vagone che questa sera uscirà il comunicato stampa (decisamente una forma massmediologica non esattamente originale), la suffragetta berlusconide preannuncia la scoperta del golpe… dei 5 Stelle ! Aiutati dai tunisini che hanno riempito le caserme, armati fino ai denti, da rumeni e talebani, coadiuvati dai comunisti del Pdci che si sono fatti eleggere nelle liste del Pdl del suo paese per poi costituirsi in gruppo a parte. Mancano i marziani ed il Kgb, ma è solo perché se ne è dimenticata nella foga.

Ma questa volta l’ignota folla si rileva moltitudine cosciente e scocciata, e l’intero vagone zittisce l’agit-prop, cui non rimane che ringhiare sordamente, fino all’inevitabile pisolino ed al prosaico risveglio con telefonate ai fedeli che l’attendono alla tappa successiva.

Così è, se vi pare.

Gian Luigi Bettoli

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