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“se la sinistra si rimboccasse le maniche”

Vi giro un pezzo che ho inviato al Manifesto in risposta ad un appello (firmato tra gli altri da Landini, Viale, Revelli, ecc.) pubblicato da quel giornale un paio di settimane fa ed intitolato “se la sinistra si rimboccasse le maniche”. Ho sentito l’esigenza di scrivere (per altro in estrema sintesi visti gli spazi editoriali) perchè l’appello in questione mi pareva piuttosto aleatorio.

L’articolo/appello “se la sinistra si rimboccasse le maniche” apparso recentemente sul Manifesto è davvero stimolante perché apre ed avvicina con intelligenza due questioni macroscopiche come immigrazione ed aree interne mentre l’analisi dello stato di fatto di queste aree è piuttosto precisa e centrata.
Da molti anni sono io stesso un immigrato (per quanto dotato di cittadinanza) in una di queste zone depresse delle prealpi friulane e proprio da immigrato vorrei sostanziare e problematizzare ulteriormente l’analisi ed approfondire le proposte anche in termini geografici più ampi perché se la depressione che vivono le aree interne al sud si configura come un “mezzogiorno nel mezzogiorno” al centro-nord essa si configura come un vero e proprio “mezzogiorno nelle alpi”.
La crisi demografica è certamente il problema centrale e questa fa il paio direttamente con un sottosviluppo cronico e strutturale aggravato dalla crisi/ridimensionamento degli attigui distretti industriali di fondovalle e pianura e dalla diminuzione costante dei trasferimenti verso comuni con territori vastissimi da amministrare.
Nonostante ciò, alcuni di questi territori, non solo al sud, hanno espresso in questi anni una tenace politica di riscatto, a tratti costituente, intervenendo molto spesso proprio nei settori indicati dagli autorevoli autori dell’articolo di cui sopra. Ma questo, lo posso assicurare, non basta e vorrei dimostrarlo con un esempio concreto. Il lavoro sulle energie rinnovabili e la riqualificazione energetica del patrimonio pubblico, per la promozione di un welfare partecipato e non assistenziale, per il rilancio di attività produttive vocate alla sostenibilità ambientale con finalità didattiche e aperte all’inclusione sociale sono solo alcune delle iniziative portate avanti dall’amministrazione del piccolo comune dove vivo il quale, per difenderle in prospettiva, è stato il primo in regione ad adottare un odg contro il Ttip.
Da assessore all’ambiente, attività produttive e politiche sociali ho avuto l’opportunità, per un intero mandato, di promuovere e sostenere concretamente queste iniziative e di misurarne l’effettiva incisività sullo stato di fatto. Il bilancio, per certi versi entusiasmante, è tuttavia avvilente: la virtuosità energetica che avrebbe dovuto produrre significativi risparmi da reinvestire nella ecosostenibilità sono stati cancellati dal taglio dei trasferimenti; il nuovo welfare inclusivo è fiaccato dalle ristrettezze finanziarie del sistema sanitario e dalle tare culturali tipiche di questi territori (fatalismo, diffidenza, campanilismo) mentre le nuove realtà produttive (animate da una nuova immigrazione interna) corrono sul filo della sofferenza, sono il regno dell’autosfruttamento e, non garantendo la serenità del reddito, non sono certo il quadro ideale per una dignitosa integrazione lavorativa dei migranti (altro discorso è l’accoglienza, di certo possibile e già in atto).
Nel frattempo servizi pubblici aziendalizzati come le Poste smobilitano per scarsa profittabilità.
Se aggiungiamo a questi dati il fatto che il comune di cui parlo è una delle eccezioni nel panorama delle valli montane friulane allora capiamo bene che la partita è molto più dura di quello che sembra. Per invocare efficacemente il protagonismo dei sindaci è prima necessario avviare il finanziamento di una formazione sistematica mirata degli amministratori locali (così come del personale degli uffici tecnici) e di una rete di efficienti centri di competenza pubblici (legati alle università?) che possano sostenere tecnicamente le progettualità dei territori. Senza di ciò la disponibilità finanziaria europea rischia di tradursi in opportunità per i pochi in grado di immaginare e progettare qualcosa.
Detto questo, se vogliamo davvero invertire la tendenza allo spopolamento e colpire il sottosviluppo strutturale che affligge le aree interne del Paese dobbiamo pensare ad interventi che vadano oltre ai tavoli di lavoro tra sindaci, associazioni di categoria, sindacati (pure utilissimi); anche perché gli amministratori locali sono a tal punto oberati dalla partecipazione a diversi tavoli di coordinamento istituzionali (d’Ambito, delle Unioni territoriali, ecc.) che dovrebbero farne una professione.
Qui si tratta di accrescere l’attrattività verso territori depressi attraverso iniziative economicamente ed ecologicamente sostenibili e contemporaneamente incentivare la residenza stabile. Per fare ciò è necessario intervenire concretamente sul pesante gap che impedisce oggettivamente alla grande maggioranza delle aziende di stare in piedi senza sofferenze (e alle famiglie più in generale di sopravvivere).
Mi riferisco a ciò che l’istituto Svimez ha immaginato per intervenire sul sottosviluppo strutturale del mezzogiorno ossia l’istituzione di Zes (Zone economiche speciali) dove a fronte di progettualità tagliate sulle specificità territoriali venga predisposta una defiscalizzazione dei redditi da lavoro dipendente e delle attività produttive.
A fianco delle Zes andrebbero inoltre costituite (nell’ambito dei Piani energetici regionali) delle Zea (Zone energeticamente autonome) col fine di raggiungere la sovranità energetica nell’edilizia pubblica, abitativa e per le attività produttive. Questo, tra tutti, è forse l’intervento meno velleitario perché i territori di cui parliamo sono ricchissimi: parlo della sconfinata disponibilità di biomassa legnosa da gestire in maniera sostenibile e partecipata attraverso filiere corte cooperative e della presenza di importanti derivazioni idroelettriche oggi date in concessione alle multinazionali senza contropartite per i territori (da pubblicizzare sul modello perfettibile delle province autonome di Trento e Bolzano). La costruzione di cooperative di comunità che possano gestire la filiera bosco-energia e la battaglia per la pubblicizzazione dell’idroelettrico sono percorsi oggi avviati in diversi territori. Se andranno a buon fine produrranno un cospicuo flusso finanziario da gestire autonomamente ed in maniera partecipata al di fuori delle carenti iniziative governative e degli appetiti del grande capitale.
Mi scuso se ho parlato troppo di aree interne e poco di immigrazione ma aggiungere sofferenza alla sofferenza è improduttivo e controproducente. Il quadro che ho tracciato, di ben difficile realizzazione, è quello che consentirebbe davvero di trattenere i pochi residenti e di ripopolare stabilmente questi territori depressi con i migranti (nazionali ed internazionali). E’ pur vero che tutto ciò attiene ad un piano generale ed organico di Paese, ancora da elaborare, che va dagli ultimi sopravviventi delle aree interne su su fino alla politica estera, energetica, commerciale, industriale, passando per il nodo della Grande distribuzione organizzata, mandante indiretta del lavoro schiavistico nei campi e più in generale correa della mancata transizione verso sistemi agricoli rivolti alla sovranità alimentare e alla dignità di un comparto strategico potenzialmente includente.

Gregorio Piccin

 

2 Comments

  1. Francesco Cecchini ha detto:

    Un commento pessimista quello di Laura. La situazione e’ difficile, ma la partita non e’ chiusa. Il primo passo e’ il superamento dei partitini di sinistra o comunisti che l’ unica ragione d’ essere e’ la giustificazione di piccole ed inutili leadership. Facile a dirsi, ma non cosi’ semplice, nella pratica.

  2. La sinistra non esiste più, esistono ancora persone di sinistra, ma non molte, e la sinistra non ha più potere decisionale. Non so neppure se vi sia più democrazia reale, non sulla carta, in questo mio Paese. Pertanto ben vengano i progetti e le riflessioni di Il Manifesto” ma come realizzarli, in questo stato in mano, secondo la mia visione, ad un uomo solo, che dirige la sola camera rimasta, ed al suo partito? Vorrei tato sbagliarmi, ma…

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