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3 dicembre 2015
“Ci fotte la guerra che armi non ha, Ci fotte la pace che ammazza qua e là, Ci fottono i preti, i pope e i mullah”
16 gennaio 2016

CHIAMATA AL DISARMO

Possiamo considerare lo sganciamento dalla belligeranza atlantica (che pare strutturalmente proiettata in un futuro indefinito) una “delle grandi sfide per la sinistra”, così come indicato da Valentino Parlato sul Manifesto del 9 dicembre scorso? La risposta dovrebbe essere scontata ma l’impressione è che allo slancio etico non corrisponda, da troppo tempo, un serio impegno di analisi e di proposta da parte di ciò che chiamiamo sinistra e della intellettualità che ad essa si richiama. Sembra che si viva in una sorta di autocensura analitica. Fatta salva la buona volontà di pochissimi autori che si ostinano a scavare nelle pieghe degli eventi, le vere ragioni della guerra continuano ad essere una sequela di omissis.

Parlato recupera un vecchio luogo comune: “senza diagnosi non si cura una malattia”. Volendo procedere con questa metafora medica possiamo dire che di fronte al più tremendo dei tumori ci si limita, in generale, a dichiarare che i tumori sono brutti e che non li vogliamo, nel migliore dei casi a proporre cure che, forse, saranno in grado di rallentare il male (mi riferisco alla riduzione della spesa militare). Ma lo sappiamo tutti: prevenire è molto meglio che curare in special modo di fronte a malattie che paiono, nei fatti, incurabili. Una seria e impegnativa ricerca che ci permetta di risalire alle cause strutturali dell’insorgenza della guerra non può essere scaricata, spesso con colpevole indifferenza, sulle spalle dei pochi volenterosi di cui sopra. Questa ricerca deve essere investita di tutta l’importanza che richiede, in essa vanno riversate risorse intellettuali e organizzative affinché questo sforzo possa sperare di trasformarsi in proposte di riforma concrete, efficaci, preventive.
Non credo che il nostro governo, nel disertare l’assalto alla Siria, stia definendo una svolta nella politica estera: solo pochi mesi fa Renzi ha schioccato i tacchi di fronte alla call up afgana del presidente Obama e sempre lo scorso anno ha licenziato il Libro bianco della difesa che, ripulito dal neolinguismo che lo pervade, si profila come una disposizione alla guerra permanente, tecnologicamente avanzata, aggiornata ed agganciata al comparto industriale di riferimento (Finmeccanica e non solo), con un occhio di riguardo al risparmio (sul personale). Più macchine compatibili con gli standard di proiezione globale della Nato e meno uomini. Si tratta di nient’altro se non di un investimento corposo nel capitale fisso a scapito di quello variabile esattamente come avviene in qualunque grande impianto produttivo e guarda caso esattamente come avviene nel comparto industriale militare internazionale da oltre trent’anni. Nulla di strano: dopo l’89, la politica militare è in fase di privatizzazione spinta sul modello anglo-americano. I generali e gli ammiragli, a fine carriera entrano nei c.d.a dell’industria bellica (magari passando per il Ministero della difesa), i soldati professionalizzati in congedo trovano impiego come contractors nella florida industria mercenaria, i tecnici che redigono le analisi di scenario e le dottrine da cui discende la politica militare ed estera sono organici agli stessi settori industriali di cui sopra.
Non possiamo limitarci a proposte di riduzione della spesa!
Prospettare e chiedere una riduzione della spesa rivolta alle tecnologie offensive di punta senza toccare la forma professionale delle Forze armate è come voler comprare una macchina da corsa e poi pretendere che funzioni col motore di una utilitaria. L’esercito professionale è strutturalmente concepito per la proiezione e l’offesa, cerca di stare al passo con gli standard statunitensi/Nato, più in generale risponde alle esigenze dei comparti industriali di riferimento i cui profitti sono secondi solo a quelli stellari della speculazione finanziaria.
Il management (sempre governativo) di Finmeccanica, tra uno scandalo e l’altro, ha progressivamente dismesso assets strategici per ripensare lo sviluppo nazionale (energia e trasporti) di fatto giocandosi tutto sulla tecnologia militare di punta (droni, F35, cyberwar, ecc.). Su questo orizzonte di guerra persino la Fiom valuta meritorio l’operato dell’attuale a.d Moretti e propone addirittura una ricapitalizzazione della nuova “one company” attingendo dalla Cassa depositi e prestiti. Per fare cosa? Per rinsaldare il “meritorio” orizzonte bellicista di Finmeccanica nel mentre si cede tutto il know how per la conversione energetica del paese? O si affrontano questi nodi tutti insieme, in maniera organica, conseguente, con una prospettiva programmatica chiara oppure diciamolo chiaramente: della guerra non possiamo proprio fare a meno!
La guerra non ha niente a che vedere con la dialettica violenza/non violenza. La guerra, in special modo quella permanente e globale, è un articolato processo produttivo gestito dal corporate business in stretta collaborazione con i governi “responsabili” (di centrodestra così come di centrosinistra).
Di questo, forse, siamo tutti consapevoli. Ma allora non ostiniamoci a trattare la questione da un punto di vista etico perché questo approccio è analiticamente muto e politicamente inutile in tempi bui in cui, nonostante la ribalta cristiano-sociale di Papa Francesco, dell’etica non frega più niente a nessuno (o quasi).
Perché non tentare, attraverso ricerche ed analisi condivise, di comprendere quali sono le contraddizioni (molte e trasversali) in seno al piano egemonico che ci sovrasta? Perché non lavorarci sopra con un approccio strumentale e materialista col fine di proporre riforme strutturali credibili che siano in grado di riscuotere un consenso popolare, anche questo necessariamente trasversale? E’ anche così, tra l’altro, che si guadagnano i voti. Dovremmo comprendere che guerra, Finmeccanica, Eni, Forze armate, emergenze ambientali (interne ed esterne), flussi migratori, politica estera e commerciale, conversione energetica sono tutti nodi politici legati inevitabilmente gli uni agli altri. Ecco allora delinearsi il contorno di una grande sfida: recuperare la capacità analitica e politica di una visione unitaria e organica di tutte le questioni che stanno dietro al sipario della guerra, per aprirlo quel sipario, senza reticenze, e proporre un cambio di scena credibile. Le prossime politiche del 2018 potrebbero offrire delle opportunità concrete se la rinascente sinistra si volesse avvicinare a quei parlamentari M5S che stanno già muovendo i primi passi, senza troppe remore, su questi temi (Finmeccanica, Nato, servitù militari).

Gregorio Piccin

1 Comment

  1. Gian Luigi Bettoli ha detto:

    Concordo con la lucida analisi di Gregorio. Cui voglio aggiungere un aspetto che lui non ha trattato: quello del destino nel pubblico impiego (soprattutto nel “comparto sicurezza”) degli ex militari a ferma prolungata. Dopo tre anni di servizio militare, spesso nelle missioni all’estero (cito come caso estremo i “due marò”, assassini “casuali” trasformati in eroi nazionali), tutta questa gente viene assunta con priorità assoluta come poliziotti, carabinieri, vigili del fuoco, vigili urbani, ecc. ecc. ecc. Ci possiamo poi lamentare se aumentano le violenze sui fermati e detenuti, se è diventato “normale” essere ammazzati durante un arresto od un TSO, e via discorrendo? Come al solito, le guerre ci ritornano in casa come un boomerang, e le politiche coloniali ci trasformano da cittadini in sudditi colonizzati.

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