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La Nato siamo anche noi

La Nato siamo anche noi

Ho letto recentemente un articolo di Piero Bevilacqua sul tema della Nato, apparso su Manifesto (15.10.2016). L’ho trovato ampiamente condivisibile per ciò che riguarda l’indicazione della necessità di una uscita da tale organizzazione obsoleta e fuori tempo.
Bevilacqua infatti scrive chiaramente che “…Il passo che un vero statista dovrebbe compiere è uscire dalla Nato…”.
Parole di buon senso. Il problema, nel ragionamento dell’autore, è che tutta la responsabilità e l’interesse per la belligeranza oscena e criminale della Nato sembra nei fatti scaricata sugli Stati Uniti.
Sergio Romano ha recentemente dichiarato che “…L’industria delle armi americana controlla la politica estera dell’Occidente. Schäuble dice bene, serve un esercito europeo (…) La sola scelta di sicurezza per l’Europa dovrebbe essere quella della neutralità. L’Europa non può essere una potenza militare interventista e aggressiva (…) Credo che se l’Europa scegliesse la strada della neutralità metterebbe in discussione l’esistenza della Nato…” (http://www.linkiesta.it/it/article/2016/01/09/sergio-romano-putin-ha-ragione-la-nato-non-ha-piu-senso/28851/).
Ma questa idea di neutralità, che sembra accomunare Romano e Bevilacqua è piuttosto aleatoria: l’industria bellica europea (e non solo quella bellica) è a sua volta una potente lobby ben inserita nei governi e nelle forze armate.
Il Sipri ci dice che il mercato globale dei sistemi d’arma è ancora dominato da società statunitensi (55%) ed europee (25%) e che tra le prime dieci aziende del settore ben tre sono europee: Airbus group (franco-tedesca), Bae Systems (inglese) e Finmeccanica (italiana). 
La Nato e più in generale le guerre sono fondamentali per far crescere i fatturati del comparto su entrambe le sponde dell’Atlantico e anche l’ipotesi remotissima di un esercito (professionale) europeo sarebbe inevitabilmente legata al mantenimento e allo sviluppo delle capacità industriali che garantiscono proiettabilità e digitalizzazione, a loro volta legate ad un profilo belligerante e neocoloniale.
A titolo d’esempio: Bevilacqua parla giustamente del caso F35 ma è necessario sapere che l’Eurofighter Typhoon, il caccia con capacità nucleari prodotto da un consorzio europeo in cui spicca la “nostra” Finmeccanica, è allo stato dell’arte meglio del F35 ed infatti ne sono già stati venduti 72 all’Arabia Saudita e 28 al Kuwait che stanno bombardando allegramente lo Yemen.
E quel che è peggio è che l’operato di Moretti, attuale manager di Finmeccanica che ha completato la dismissione e/o vendita di ogni comparto strategico per un ripensamento strutturale del paese (energia e trasporti) puntando tutto sull’hi-tech militare, è giudicato “utile e opportuno nell’adozione di misure di risanamento e moralizzazione” persino dalla Fiom che auspicava, nell’ottobre 2015, addirittura una ricapitalizzazione per mezzo della Cassa depositi e presiti.
Dagli statunitensi non abbiamo mutuato soltanto il nuovo modello professionale per le forze armate ma anche le modalità del così detto procurement e più in generale la capacità dell’industria bellica di determinare la politica estera e militare.
Per ciò che riguarda il processo di unificazione politica europeo, esso appare oggi in avanzato stato di decomposizione a prescindere dagli Stati Uniti probabilmente perché persistono importanti interessi nazionali “difesi” con politiche apertamente neocoloniali.
Difficile immaginare che la Francia (socialista o lepenista) rinunci alle sue prerogative nucleari, di proiettabilità e di presenza avanzata nelle proprie aree di interesse strategico (uranio, petrolio) a fronte di una nuova neutralità comunitaria.
E mentre abbiamo avuto la Brexit la Germania, col suo nuovo libro bianco della difesa, sembra puntare ad un proprio nuovo protagonismo militare da media potenza.
Per ciò che riguarda i paesi mediterranei a cui giustamente Bevilacqua guarda abbiamo la Grecia di Tsipras che ha stretto nuovi e duraturi legami di cooperazione militare con Israele e la Spagna dove Podemos ha ufficialmente abdicato ad ogni exit strategy dalla Nato.
L’auspicabile e doverosa uscita dalla Nato verso la neutralità appare quindi una strada molto in salita e tutt’altro che lineare ma che va percorsa tentando di problematizzare la questione senza arroccarsi sul vecchio adagio yankee go home perché il radioso giorno in cui se ne andranno davvero (con tutto il loro armamentario fatto di basi ed ingerenze), sarà solo l’inizio di una nuova fase piena di incognite. Per sperare di arrivare a quel giorno bisognerebbe avere almeno un’idea concreta di che cosa vorremmo che diventassero i tre strumenti del nostro attuale neocolonialismo straccione e subalterno: Eni, Finmeccanica e forze armate.

Gregorio Piccin

3 Comments

  1. sebastiano comis ha detto:

    Quando è stata creata la NATO, nel 1949, l’Europa Unita era di là da venire e il nemico, vero o presunto, era l’URSS. Adesso sono 27 anni che l’URSS ha cessato di esistere, mentre l’Unione Europea ha consolidato le sue strutture comunitarie. Se non è riuscita a darsi una politica estera europea è anche perché questa è stata data in appalto alla NATO, cioè agli USA, che non mollano la presa e se ne servono per condizionare la natura stessa dell’Unione Europea. Basti ricordare che i paesi baltici ex sovietici sono entrati prima nella NATO che nella UE. Dopo di che non capisco perché dalla NATO dovrebbero uscire tutti gli stati europei, o nessuno. Invece io penso che qualcuno debba cominciare, e l’Italia sia il paese più indicato per farlo, per le ragioni che sappiamo: dai rapporti tradizionali con la Russia e il M.O., al nostro essere il paese più mediterraneo d’Europa. Gli inglesi decidono di uscire dall’Europa e noi non possiamo uscire dalla NATO? Mah!

  2. bruno viol ha detto:

    beh, comincerei col dire che ciò che veramente manca alla prospettiva di una eventuale uscita dell’Italia dalla Nato, è la mancanza di prospettiva dell’Europa di farlo. Infatti, non è solo il nostro misero paese a seguire da bravo scolaretto la politica estera determinata dalle scelte della Nato, ma l’Europa nel suo (si fa per dire) assieme. Credo anche che per ciò che rimane della libertà di scelta in materia di politica estera del nostro governo (non solo di quello attuale, si intenda), tale libertà sia in effetti determinata dagli interessi delle maggiori aziende italiche. A partire da tutte quelle citate alle quali aggiungerei il colosso delle costruzioni della Salini. Che l’industria degli armamenti italiana abbia il suo bel peso è dimostrato dall’ultimo viaggetto in Arabia Saudita dei rappresentanti del nostro governo dove si sono firmati interessanti contratti per la fornitura di armamenti a quello stato. Naturalmente fregandosi altamente delle leggi che impedirebbero la vendita di armi ai paesi coinvolti in confitti.
    Interessante pure la posizione di Renzi (in questo caso parlare di governo sarebbe improprio) di fronte alla decisione dell’Unesco di ribadire quanto stabilito da accordi firmati, e tutt’ora validi, 50 anni or sono. Giusto per far piacere all’alleato (e partner in affari) israeliano e al suo protettore.
    Insomma, per arrivare al nocciolo, parlare di un uscita dell’Italia dalla Nato a questo punto non ha senso; ne avrebbe, ma anche qui il condizionale è d’obbligo, se dalla Nato uscisse l’Europa. Ma naturalmente sarebbe indispensabile che l’Europa esistesse davvero. E qui, come dicono a Roma, so’ cazzi.

  3. sebastiano comis ha detto:

    Non sono affatto convinto che la politica estera dell’occidente sia controllata dall’industria militare americana e tanto meno che quella italiana sia condizionata da ENI e Finmeccanica (piuttosto dalla ebraicocanadese FCA). La politica estera dell’Europa è condizionata dall’appartenenza (o non appatenenza) alla NATO. Avremmo dovuto uscirne nel 1989, approfittando della caduta del muro. Invece siamo rimasti dentro, e ci siamo lasciati coinvolgere in vicende molto lontane dall’Europa, come la guerra del Golfo, o troppo vicine, come i Balcani. Negli ultimi 25 anni la NATO è stata usata nell’interesse di Israele (eliminare le nazioni arabe ostili) o dell’anticomunismo, o russofobia paranoide degli americani. Ma sempre, manco a dirlo, contro i nostri interessi geopolitici ed economici. Ormai siamo un paese satellite dell’america, la NATO è il guinzaglio, ma mi sembra che per gli italiani questo non sia più – se lo è mai stato – un problema.

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