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Gian Andrea Franchi: Sono appena tornato dalla Palestina….

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Sono appena tornato dalla Palestina. I palestinesi chiedono a chi va da loro, come il mio gruppo guidato da quella donna straordinaria che è Luisa Morgantini, di testimoniare di ciò che abbiamo visto e sentito: un vero e proprio genocidio, non solo e non tanto per i 2000 morti di Gaza e i morti alla spicciolata in Cisgiordania (due a Gerusalemme mentre noi eravamo lì; uno a poche centinaia di metri dal nostro albergo) ma per la sottrazione delle elementari risorse di vita, a cominciare dall’acqua, dalla terra, dalle case; per l’azione traumatizzante cinicamente fatta sui bambini, che vengono svegliati di notte, trattenuti, picchiati…, per il muro che rende il territorio un labirinto, per le strade riservate ai soli israeliani… insomma un genocidio essenzialmente psicologico e culturale, il cui scopo è di eliminare i palestinesi dalla Palestina – se non si uccidono è meglio, anche perché alla fine controproducente, ma devono sparire.  Questa è l’unicità della tragedia palestinese – perché di tragedia si tratta – che la differenzia da tante altre, anche più gravi, come le ricorrenti terribili crisi africane, quella irachena, quella siriana, la violenza perenne dell’India soprattutto nei confronti delle donne e tante altre ancora.

Un altro elemento di specificità della questione palestinese è la storia del persecutore lo stato sionista, erede e travisatore della storia degli ebrei. Gi ebrei che aderiscono e giustificano il genocidio palestinese commettono un grave crimine contro loro stessi, la loro cultura in ciò che ha di meglio, il concetto di uomo giusto, l’idea che è la giustizia fra gli uomini a dar senso all’umanità. Mi viene da dire che la cosa peggiore che poteva accadere agli ebrei era proprio uno Stato razzista. Hitler si complimenterà nell’inferno con Sharon.

Guardando Gerusalemme dalla collina dell’orto degli ulivi – la città vecchia circondata interamente dalle mura in ottima o restaurata conservazione, dominata dalla spianata delle moschee; sotto di me un grande cimitero ebraico; sotto le mura un cimitero musulmano – mi vien da pensare che non esiste altro luogo al mondo così carico di simboli fino a scoppiare o soffocare per eccessiva densità. Mi è venuto da dire: è una città dell’odio perché a quelle pietre han dato forma tre grandi sistemi d’identificazione e identificarsi è automaticamente rifiutare il non identico. Infatti. Da duemila anni. E oggi.

Su quella spianata dove sorgono le due grandi moschee di Al Aqsa e della Roccia (la cui cupola dorata è l’immagine stessa della Palestina), percorsa da Sharon provocatoriamente nel duemila, provocando infatti un’Intifada, abbiamo dovuto assistere a un’altra provocatoria marcia di un gruppo di giovani fanatici ebrei – riccioli al vento, kefiah, filatteri, piedi scalzi – accompagnati da un contingente di poliziotti, girare intorno alla moschea della Roccia ed entrarvi, mente un gruppo di mussulmani, impotenti, gridava a più non posso Allah Akbar! Intorno all’altra Moschea, un altro grosso gruppo di poliziotti si affaccendava battendo contro una porta e, fattivi dei buchi, vi sparava ripetutamente candelotti lacrimogeni (micidiali!) per scacciare un gruppo di ragazzi e anche bambini che avevano – udite! – violato il divieto per cui non possono accedere alla spianata (che pei musulmani in ordine di sacertà viene subito dopo la Mecca) uomini di età inferiore ai 50. Ci hanno poi detto che alcuni bambini sono stati feriti. Nel mentre, un attonito gruppo di turisti cinesi vagava con occhi vacui. Noi giravamo intorno a far fotografie, finché siamo stati allontanati. Un musulmano che conosceva l’italiano (emigrazione!) ci spiegava la vicenda.

E la sera, sera di festa ebraica, sotto il muro del pianto, un nero brulichìo di uomini – cappello giacca barba filatteri, scialle – si agitava, cantava, danzava, più in là, separate, più tranquille le donne.

Per concludere coerentemente questo provvisorio excursus, la nostra guida gerosolimitana – bel vecchio di pelle nera, padre originario del Ciad, lui nato a Gerusalemme – si era fatto 17 anni di carcere, militante del Fronte Popolare di Liberazione di George Habash.

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