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Genova: se quattordici anni vi sembrano pochi.

Tanti sono gli anni passati da quei fatti. Lunghi, tanto che a volte pare di aver dimenticato, che nulla sia mai accaduto. Invece dopo tutto quel tempo, qualcosa è successo anche se questo sembra poco. Il nostro povero Paese è stato definito per quello che è: inadempiente nei confronti della legge europea. Siamo gli unici a non definire la tortura come reato e finalmente oggi questo è ufficiale. C’è voluta una persona tenace, che non ha mai smesso di sperare che giustizia significasse qualcosa, che venisse definita con il valore che compete a quel termine. Improvvisamente tornano in mente quei fatti, quei momenti di panico e di paura anche se non mi è arrivata nemmeno una mazzolata. C’ero a Genova, c’ero anche perchè assieme ai miei ex colleghi dell’ICS avevo contribuito a mettere in piedi tutta quella baracca occupandoci della logistica dell’evento. Ricordo bene quando è arrivata la telefonata che ci informava che alla Diaz la polizia aveva sfondato le porte della scuola e stava massacrando tutti. Ricordo anche con precisione la telefonata che era arrivata al mio collega (ed uno dei portavoce del GSF) Stefano un paio di ore prima da parte di Spartaco Mortola (vice della digos di Genova) che sosteneva che una delle auto della polizia era stata presa di mira da un paio di sassate (versione che mai ha avuto una conferma) e al quale era stato risposto: “non fate cazzate”. Ci fidavamo, credendo che una raccomandazione fosse sufficiente ad evitare quella che si annunciava come una rappresaglia; come i tedeschi in tempo di guerra. Si fidavano anche le “Tute Bianche” che avevano pensato che la parola data dalle autorità che nulla sarebbe successo significasse qualcosa; come sappiamo le cose poi sono andate piuttosto diversamente. Eravamo allora tutti più innocenti, ora direi ingenui. Ricordo le telefonate che arrivavano da tutte le parti, da tutti i posti in cui c’era gente accampata, e ce n’era tanta di gente. Ricordo gli elicotteri che ci sorvolavano con i proiettori sparati dall’alto del cielo di Genova e che tutti si sentivano inquadrati da quel fascio di luce accecante. Ricordo un amico, che sono andato a trovare in ospedale, con 15 punti in testa e la clavicola e tre costole rotte, mentre dall’entrata della clinica i cellulari dei poliziotti si caricavano gente che era stata ricoverata per portarsele nelle varie caserme dove avrebbero preso la seconda rata di botte. Ricordo il collasso che ha subito Stefano, conseguenza dello stress e dalla fatica accumulata in quei giorni. Ricordo il clima che ho trovato quando quella notte mi sono fato il giro dei vari campeggi per cercare di capire com’era la situazione e se tutto fosse finalmente (si fa per dire) tranquillo. Ricordo i cingolati che attraversavano le strade della città in un’atmosfera come mi potevo immaginare fosse quella di uno Stato durante un golpe militare. Mi ricordo altre cose strane capitate e che mai sono state raccontate, che magari potevano anche significare poco, ma forse invece per fortuna sono andate solo dritte. Mi ricordo della notizia della morte di un ragazzo e della disperazione di un volontario della comunità di san Benedetto (quella di don Gallo) quando gli ho comunicato il nome di Carlo Giuliani; era un suo amico e io senza volerlo gli avevo appena detto che era stato assassinato. Mi ricordo di quando sono tornato a Genova (era l’11 settembre dello stesso anno…) a deporre davanti al giudice con la speranza che la mia testimonianza potesse servire a qualcosa. Mi ricordo di tanti altri che sono stati pestati a sangue e che per ora non hanno avuto alcuna giustizia. E di tanti pieni allora di tanta energia e speranza; e che ora si sono persi.

Mi ricordo perchè non voglio dimenticare.

Bruno Tassan Viol

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