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Che fare? (nel frattempo, c’è chi sfratta i pro-Tav)

In questi giorni mi sono capitate varie discussioni sulle prospettive politiche, con persone che stimo e talvolta sono state i riferimenti di una vita. Il punto di caduta, più o meno sempre, è sul “che fare?” di leniniana memoria. Si possono condividere tutte le scelte possibili, ma alla fine si cade lì: “mica vorrai fare andare al governo i grillini?”, “e poi cosa succederebbe?”; “ma sono autoritari!”; “sono razzisti!”; “sono come i fasci”; e così via.

Per ora, mi limito a rispondere che peggio, di come quelli che ci governano da anni, non potrebbe fare nessuno. E non è un’iperbole: ormai il tessuto normativo costruito dalla Resistenza agli anni ’70 è stato dilacerato totalmente, come neanche il Berlusca. Intanto, “quelli”, “i barbari”, cose concrete le fanno, tipo cacciare la lobby dei “pro Tav” e far arrabbiare personaggi insopportabili come il fanatico sen. Esposito: http://www.controlacrisi.org/notizia/Ambiente/2016/8/23/47859-torino-chiara-appendino-sfratta-losservatorio-sitav/

Il collo di bottiglia in cui molti compagni si cacciano, in una logica tutta difensiva/conservatrice, è che bisogna scegliere il male minore, individuato alternativamente nel: Renzi-ultima-chance-della-“sinistra” (le virgolette ce le metto io, in attesa di cominciare a diffidare legalmente chiunque si proponga di accomunarmi con un bulletto del genere), oppure nel: “serve un Partito-Veramente-di-Sinistra”.

A costo di guadagnarmi definitivamente la non disdicevole definizione di nichilista, che spesso ormai mi viene appiccicata addosso, vorrei mettere – per i miei 25 lettori – “i puntini sulle i”.

Primo: il Pd non è un partito di sinistra. E’ certamente un partito che ingabbia una parte di sinistra (mentre l’altra è ormai dispersa, tra partitini, astensione e voto al M5S), ma questo non basta a riconoscerlo come un rappresentante politico degno per le esigenze concrete – voglio usare un termine desueto, ma che considero attualissimo: “di classe”, anche se tendo ad interpretarlo in senso allargato – dei lavoratori e di chi non può lavorare, degli uomini e delle donne, delle altre forme viventi e, nel complesso, del mondo in via di esaurimento in cui viviamo.

Secondo: a sinistra del Pd non c’è niente, almeno sul piano politico. Non considero “a sinistra del Pd” i movimenti sindacali e sociali, perché questi agiscono in un’altra dimensione e, spesso, finiscono poi per giocare un ruolo subordinato alla politica. Per cui trovi attivisti pacifisti che poi votano per un partito bellicista; sindacalisti che infine sostengono un partito che attua i diktat di Confindustria; cooperatori sociali che si intruppano in un partito che li usa come foglie di fico; ecologisti che si limitano a “ridurre il danno” in un partito prono alla speculazione finanziaria; … debbo continuare? Tutti gli esperimenti finora tentati sono finiti male, ed è perfino insopportabile il riproporsi di promesse già fatte tipo: “non faremo come quell’altra volta”. Tutto è stato già detto.  Ed in ogni caso, la situazione è bloccata: qualsiasi cosa venga proposta, ti ritrovi sempre quelli – sempre meno credibili, e sempre meno nel complesso – che ti garantiscono quasi scientificamente la sicurezza dello scacco finale. L’unica alternativa sarebbe che, come fecero i laburisti nordici, il sindacato di sinistra (in primo luogo la Cgil) promuovesse una formazione politica: ma mi pare una prospettiva tutt’altro che credibile, come ha dimostrato il fallimento della “coalizione sociale” proposta dalla Fiom, persasi nelle sabbie mobili delle vicende interne al maggiore sindacato.

Terzo: il M5S non è di sinistra. Ma ha occupato lo spazio altrove preso dalle forze anti-sistema: Podemos e Siryza a sinistra, ma anche movimenti razzisti e di estrema destra altrove. Qui in Italia è andata ormai così, e la storia non replica per i ritardatari. Il M5S fa cose egregie: vedi il caso di Torino sopra indicato, ma non solo: la messa all’ordine del giorno del salario sociale è merito loro, mentre il sindacato ha ancora posizioni prevalentemente ed antistoricamente “lavoriste”, in un mondo dove la piena occupazione è ormai un’utopia regressiva. E pure il M5S ha molti aspetti poco condivisibili, a cominciare dall’atteggiamento leaderistico del suo fondatore (ma d’altronde va riconosciuto che, se non ci fosse stata una ferrea disciplina, il movimento si sarebbe probabilmente schiantato sulle scogliere della politica politicante, attirato dalle sirene del Pd – com’è successo con il Prc di Bertinotti, con il Pcdi di Cossutta, con i Verdi e con la Sel di Vendola). Certo, un partito così, con tutte le sue ingenuità demagogiche (tra giustizialismo e fede acritica nell’informatica) è un porto aperto ad ogni “conquista”, né più né meno del Pd bersaniano spolpato da Renzi: vedi il caso del M5S pordenonese coordinato da un ex Casa Pound, o del candidato sindaco a Cordenons, ex consigliere comunale di destra (senza neanche la prevista soluzione di continuità). In ogni caso, in una situazione in cui bisogna fare tabula rasa, non vedo alternative ad un sostegno al M5S (certo, sarebbe bella un’alleanza: ma, come in Spagna, bisogna guadagnarsela).

Infine: il problema non è se, a condizioni date, poi ci si debba/possa anche alleare con il Pd per fare qualche maggioranza qua o là, ma “cosa siamo noi”. Per allearsi bisogna essere almeno in due, e quello che non c’è è proprio una forza politica di sinistra. Ed a questo punto, presentare liste per garantire un voto a maggioranze che fanno una politica neoliberista, si tratti del Comune o della Regione o del Parlamento, non interessa proprio. Partiamo ad esempio da qui: se il problema è in primo luogo costruire quadri per una nuova (magari piccola, ma solida) sinistra, iniziamo a riflettere su quanto biecamente subalterni, burocratici, poco preparati e scollegati dalla società – insomma: inutili ed irritanti – siano stati gli eletti “a sinistra” di questi decenni.

Gian Luigi Bettoli

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