FABBRICHE SENZA PADRONE. Reddito, mutualismo, solidarietà
30 novembre 2015

Quale linea per la futura associazione unitaria della cooperazione italiana ?

Il parlare di Alleanza Cooperativa Italiana risuona in modo particolare da queste parti. Qui il 19 febbraio 1922 la sezione locale della Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue si costituiva come “Alleanza Cooperativa Pordenonese” (cfr. http://www.storiastoriepn.it/wp-content/uploads//LIBRO2.pdf, p. 254). Tempi duri quelli. Pochi mesi prima, per difendere Casa del Popolo e Cooperativa Sociale (così nel primo dopoguerra si era denominato il rinato Magazzino Cooperativo di consumo degli operai del Cotonificio di Torre) si era dovuto barricare il quartiere, in uno dei primi episodi di resistenza armata ai fascisti. Nei mesi scorsi ha chiuso l’ultimo spaccio cooperativo del quartiere: ma non era più quello della Cooperativa Sociale, fatta fallire nel 1929 dall’alleanza tra i fascisti ormai al potere ed il parroco del quartiere, don Giuseppe Lozer, che attraverso i suoi fedeli l’aveva minata a lungo dall’interno. Per una sorta di nemesi storica, a fallire sono state le Coop Operaie di Trieste, eredi proprio dell’Unione Cooperativa di don Lozer. Il fantasma del sacerdote, che ancora s’aggira per il quartiere, avrà un motivo in più per rimanere inquieto: la Casa del Popolo, che lui aveva cercato in tutti i modi di espugnare, è ancora in piena attività.

Alcune idee per un’analisi documento LA COSTRUZIONE DELL’ALLEANZA DELLE COOPERATIVE ITALIANE (cfr. All. 1 Prot 4-DOCUMENTO SINTESI GRUPPI DI LAVORO I II III IV approvato Assemblea del 13 gennaio 2016)

Si tratta di un documento che in alcuni punti è esplicitamente definito come interlocutorio, come quando, a pagina 5, si osserva che i gruppi “hanno concentrato l’attenzione sul confronto delle culture e dei modelli operativi. Ne è stata parzialmente frenata l’ideazione del nuovo”.

Viene da chiedersi quanto realistico, oppure al contrario puramente retorico, sia quanto osservato a pagina 7, laddove si presenta in termini entusiastici una situazione in cui, con tutta evidenza, si afferma che precedentemente non c’erano stati veri momenti di sincero confronto tra le tre associazioni che andranno a costituire l’ACI: “L’esperimento dei quattro gruppi di lavoro è un evento senza precedenti nella storia ultra secolare del movimento cooperativo italiano. Certo è accaduto innumerevoli volte che pochi dirigenti di vertice si incontrassero per mettere a punto posizioni comuni su problemi di interesse generale delle cooperative. Ma una discussione estesa su problemi identitari e associativi è senza precedenti. Diverse decine di dirigenti si sono confrontati anche alla ricerca di un linguaggio comune. La scommessa di puntare su ciò che unisce al momento si può considerare vinta. L’esperimento è stato un successo. La determinazione dei partecipanti nello sforzo di superare le difficoltà è motivo di fiducia per i prossimi passi”. Tanto che, subito dopo, si afferma paradossalmente, a proposito di quanto prodotto, che: “Si tratta dunque di un materiale prezioso, che per le sue caratteristiche non si presta a una divulgazione generale. Non va comunque accantonato: una cartella on line accessibile al movimento raccoglierà tutto il materiale secondo le indicazioni dei coordinatori”.
Onde e per la qual cosa quello che viene presentato alla riflessione pubblica è un documento di sintesi.

Già (cfr. pp. 9 e seguenti) nella parte relativa a IDENTITA’, VALORI, MISSIONE ci si trova di fronte all’indicazione di un contesto in cui l’unificazione delle tre centrali appare come un dato imposto dall’esterno, perfino dogmatico (p. 9):
“La globalizzazione esige coesione maggiore del movimento” (e qui subito viene la preoccupazione su quanto questa specie di mantra rimandi ad una modifica genetica della cooperazione, ad esempio in termini di gigantismo aziendale, oltre che di perdita di capacità di progettazione sociale), anche se subito dopo (a p. 10) si aggiunge più autocriticamente, come se non fosse stata un’esigenza maturata ormai da decenni nella pratica delle cooperative, che “E’ mutato profondamente il paradigma della rappresentanza e servono organizzazioni con più visione generale e più competenze”.

In ogni caso, segue il passo in cui si chiarisce che la scelta è quella non di una federazione delle associazioni storiche della cooperazione, ma di una unificazione organica (p. 10). Vedremo più avanti quanto questa scelta venga relativizzata e contraddetta in sede organizzativa. Nuovamente (sempre a p. 10), però, riappare un fatalismo subalterno, lo stesso che avevamo letto poco prima quando si parlava di globalizzazione: “Con la sua iniziativa di semplificazione e di coesione nell’associazionismo imprenditoriale italiano, Alleanza vuole aprire una nuova fase nella vita delle associazioni di rappresentanza, ripropone il dialogo sociale, rinnova la fisionomia e la missione dell’associazionismo imprenditoriale”.

Laddove la funzione dell’ACI viene inclusa in quel fenomeno di “semplificazione” del padronato italiano, di cui la cooperazione dovrebbe essere non una componente, ma una forma di proposta alternativa, volta al superamento dell’economia basata sullo sfruttamento capitalistico. Insomma: non si pretende che tutti credano alla lotta di classe, ma almeno si auspicherebbe che non fosse accantonato il vecchio pensiero mazziniano e cristiano-sociale della fusione degli interessi del lavoro con quelli del capitale, attraverso l’autoimprenditorialità dei lavoratori!

Anche se poi, a segnare un contrappunto significativo che fa comprendere le contraddizioni sottostanti, segue un passo come “Alleanza è un movimento di persone, uomini e donne, organizzate in forma di cooperative per rispondere ai bisogni comuni con scambi mutualistici, mediante imprese di proprietà comune, a gestione democratica. Uomini e donne che, con la propria attività e il proprio saper fare scelgono il modello cooperativo per fare impresa, consapevoli delle sue diversità, del suo essere imprese che si fanno società e società che si fa impresa. Uomini e donne che costituiscono società cooperative per costruire un mondo migliore” (di nuovo a p. 10).

Oppure ancora, a p. 11, abbiamo un nuovo esempio di una filosofia “ma anchista”: le cooperative infatti “Sono produttrici di economia comunitaria, collaborativa ed inclusiva; di lavoro giusto e di armonia sociale. La loro presenza rendono il mercato plurale ed aperto, più concorrenziale”. Laddove non si capisce se le cooperative lavorino a modificare la società verso la democrazia economica, oppure siano un correttivo (un territorio di reclutamento di nuovi imprenditori, avrebbero detto i vecchi liberali che promuovevano la cooperazione nell’Italia appena unita) al capitalismo, il vero regime economico.

Oppure, a p. 12, ci si domanda come si concilino i due periodi seguenti: “Le cooperative si prestano ad avere un ruolo centrale sul tema della gestione dei beni comuni” e “Le cooperative sono il metodo più adeguato per valorizzare le risorse umane e naturali concretamente disponibili. Sono le imprese della sussidiarietà, cioè modalità eccellenti per la autorganizzazione dei cittadini, con autonoma iniziativa, in relazione a propri bisogni e allo svolgimento di attività di interesse generale, secondo la previsione dell’articolo 118 della Costituzione”. Laddove il secondo fa pensare ad una logica autogestionaria, mentre il primo fa più pensare ad un desiderio di occupazione dei beni comuni, quando al contrario dovrebbero essere le cooperative a costituire di per sé un bene comune.

Oppure ancora, sempre a p. 12, la coppia di periodi “L’Alleanza vuole rappresentare cooperative autentiche, giuste, imprese con forti motivazioni ideali e concretezza economico-imprenditoriale, con una alta coerenza tra le finalità e i valori di riferimento, e le prassi imprenditoriali e gestionali, cioè con alta mutualità ed elevata partecipazione effettiva dei soci” e “Alleanza vuole affermare nella società l’ideale di un’economia umanizzata, un’economia che non dimentica che oltre i numeri, dietro il PIL, ci sono le persone”, sembra ripresentare il dualismo tra autogestione e correttivo al “sistema”.

E di nuovo, a p. 13, laddove di afferma che l’ACI dapprima “vuole contribuire a promuovere l’innovazione nella società e nell’economia italiane e contribuisce a un nuovo slancio competitivo: aprendo mercati, favorendo la mobilità sociale, incoraggiando la creatività e l’iniziativa, accelerando la crescita di un società della economia della conoscenza e la sua apertura internazionale”, collocandosi in tal modo tra il capitalismo rampante ed innovativo, ma poi, subito dopo, si afferma come pendant che la stessa “costruisce un nuovo Welfare, su basi sussidiarie e comunitarie, per salvaguardare ed espandere prestazioni universali anche in tempi di riduzione delle prestazioni pubbliche”. Per poi continuare subito dopo, a rime rovesciate, con un: “opera per accrescere le opportunità, apre ai giovani la strada della autoimprenditorialità, riduce le diseguaglianze; contrasta la povertà, applicando la sua capacità inclusiva” che trova il suo contraltare nel “sollecita politiche economiche per il pluralismo imprenditoriale, la regolazione e l’apertura dei mercati, per l’applicazione della sussidiarietà, per la modernizzazione tecnologica e produttiva e il rafforzamento patrimoniale del sistema imprenditoriale”.

Più e più volte, in sintesi, si presenta l’ambiguità tra consapevole scelta di costruzione di un momento autonomo di democrazia economica ed un ruolo subalterno all’interno di un sistema che si vuole in qualche modo efficientare, oltre che correggere. Con alcuni elementi stilistici che sembra vogliano compensare, con i riferimenti alle diversità di genere ed al ricambio generazionale, ai territori ed alle categorie marginali, una scelta di campo che oggettivamente non può che essere necessariamente, per la forza delle urgenze e dei numeri, quella a favore del sistema capitalistico.

Con una piccola perla sul piano politico, quando a p. 14 si afferma che: “Alleanza sostiene i processi di semplificazione e modernizzazione dello Stato e delle istituzioni, sollecita una grande trasformazione qualitativa, professionale ed etica, degli apparati pubblici”. Come se non fossimo nei giorni in cui in Parlamento si vota una legge elettorale quasi totalitaria, si modifica radicalmente la Costituzione repubblicana nata nel fuoco della Resistenza antifascista e si attua una riorganizzazione dei poteri pubblici a carattere centralistico, che fa strame della precedente tendenza federalistica e riduce le autonomie locali, impoverite di risorse, a pure forme di gestione dell’ordinaria amministrazione del territorio.

A partire da p. 16, la parte II. POLITICA COOPERATIVA E PROMOZIONE COOPERATIVA.
Iniziamo con una domanda: cosa si intende proporre quando, all’inizio di questa parte, si propone la “interpretazione attuale dell’art. 45 della Costituzione, e la individuazione di sue potenzialità ulteriori tramite manifestazioni alternative al favor fiscale, nonché l’attuazione del principio costituzionale della sussidiarietà” ?
E’ evidente che, come si afferma successivamente al punto 2, la scelta dei benefici fiscali è messa in crisi dalle politiche europee, ma ci si domanda come materializzare il giusto principio discriminante secondo il quale “L’autenticità delle cooperative, la qualità della governance, la pratica effettiva e ad impatto documentabile dei valori cooperativi, saranno sempre più condizioni decisive”. Ciò a fronte di ipotesi di riconoscimento delle imprese sociali (vedi quanto successo “in via breve” in sede di legge di stabilità dello Stato per il 2016) che vanno nel senso di aprire le porte ad imprese profit capaci di dimostrare, a livello meramente pubblicitario, attività “caritatevoli” o di rappresentanza, rendendo la “qualità” dell’impresa un valore “spendibile” pure esso sul “mercato”, a prescindere dal suo valore effettivo. Come dimostra il noto esempio della Nestlé che ai tempi del sindaco Rutelli pagò i mosaici nella Metro romana.

Ovviamente condivisibile è il successivo proposito “l’obiettivo dell’efficienza, dell’efficacia e della verifica nel proprio agire per essere sempre più utili e meno costosi alle imprese aderenti, sobri ed credibili nell’interlocuzione reciproca”, anche se, in mancanza di adeguate scelte organizzative, viene il dubbio che possa trattarsi di una mera petizione di principio.

A p. 17 si ripresenta l’ambiguità teorica sottostante a tutto il documento: “Per buona economia si intende una economia: delle persone e delle opportunità; improntata alla onestà/etica degli imprenditori; collaborativa; comunitaria; “sociale”, nell’accezione comunitaria, vale a dire orientata all’inclusione e al riequilibrio di diseguaglianze; aperta alle connessioni internazionali (export, co-sviluppo, ricerca); tecnologica; innovativa (nel saper leggere cambiamenti strutturali e di paradigma)”.

E, a p. 20, si evidenzia la povertà di prospettive future nella definizione de “La Promozione e lo Sviluppo, [che] dovrà quindi riguardare
a. la cooperazione esistente, attraverso l’innovazione, l’introduzione in nuovi mercati, l’internazionalizzazione e l’eventuale azione di ristrutturazione.
b. la nuova cooperazione, a partire da workers buyout e strumenti di salvaguardia del lavoro, start-up in settori tradizionali e non consueti per l’economia cooperativa, mondo della sharing economy, le forme e i prodotti/servizi che si renderanno necessari a sostegno di nuove attività di welfare aziendale”.
Laddove lo sviluppo cooperativo appare limitato al potenziamento di una grande cooperazione sempre più imprenditoriale (lettera a) , cui si accompagna una cooperazione “raccattapalle” destinata ad occupare spazi interstiziali.

Complessivamente un testo – in questa parte – povero e ridotto ad un elenco di espressioni gergali ed anglicismi d’accatto, incapace di riempire di contenuti la parte teorica precedente, e che anzi ne amplifica le debolezze.

A p. 21 inizia la parte III. I RAPPORTI TRA L’ASSOCIAZIONE E LE IMPRESE ADERENTI, che si apre con l’avvertenza che
“ciò si traduce, in ultima analisi, in un diverso rapporto con le aderenti, il che ha suggerito di procedere, in via preliminare, all’esame dello “stato dell’arte”, attraverso una ricognizione volta a tracciare un quadro di sintesi di cosa e come siamo oggi, per desumerne elementi utili alla definizione di quello che sarà il nuovo “patto associativo” dell’Alleanza, pur nella consapevolezza che esso non potrà tradursi in una somma dei tre, o nell’adozione di uno dei tre modelli, ma dovrà necessariamente essere di nuovo conio ed assumere forma propria.” In particolare in considerazione del fatto che “I bisogni si sono evoluti e la richiesta di servizi innovativi, di risorse (non solo economiche) e di competenze professionali avanzate si è incrementata”.

Ma anche qui, dopo questa nota realistica, ci si lascia andare – non senza un tocco di sproporzionata prosopopea – ad affermazioni nuovamente acritiche, che mascherano una presa d’atto subalterna dei processi economici, sociali e politici in corso: “La sensazione di essere all’inizio di una nuova fase nella vita sociale ed economica del nostro Paese e dell’Europa, anche se ancora confusa e contraddittoria, ci spinge – con altrettanta determinazione – ad accettare la sfida e collocare Alleanza nello scenario della ricerca di una nuova frontiera. La frontiera della riforma delle istituzioni, dell’apertura e regolazione dei mercati, della ricerca di una nuova cittadinanza sociale come condizioni per offrire alle persone del nostro Paese una nuova possibilità. D’altro canto, il venir meno di un ruolo riconosciuto dei corpi intermedi, impone – agli stessi, e quindi a partire da noi – di rivedere la propria funzione, per riappropriarsi di quella forza propulsiva necessaria per collaborare a determinare nuova crescita economica e sociale e per recuperare quel ruolo che ne ha, positivamente, caratterizzato la funzione per lungo tempo” (pp. 21-22).

A confermare l’impressione, giunge poco dopo un rivelatore riferimento a “prodotti e processi innovativi che possono – in un vicino futuro – stravolgere alcuni settori, come ad esempio quello della mobilità di cose e persone” (p. 22). Laddove si sovrappone l’immagine ormai abusata dei nuovi prodotti informatici volti alla riorganizzazione di trasporti urbani e sulla lunga distanza, e quindi atti ad intervenire su un segmento tutto sommato marginale del trasporto con esiti probabilmente stravolgenti, con la realtà di una rete di trasporto pubblico di persone e merci, su gomma e rotaia, devastato dal toyotismo applicato ai fiumi di TIR e dal ritiro della pubblica amministrazione dal trasporto pubblico che, nel badare ai profitti della principale industria manifatturiera (l’automotive) e delle multinazionali del trasporto (privato, ma anche aziende pubbliche multinazionali), spezza equilibri biopolitici ed ambientali.

E’ significativo che dopo questi voli così pindarici, giunga (sempre a p. 22) un misero riferimento a “L’attività di vigilanza, nell’esercizio previsto dalla legge, rientra fra le occasioni di contatto e dialogo con le cooperative e va anche valorizzata per quanto attiene l’attività di consulenza e impulso al miglioramento delle gestioni nei confronti delle stesse”. Passo rivelatore dell’imbarazzo costituito dall’inefficacia di questo strumento, dopo un anno di gravi scandali che hanno evidenziato l’insensatezza della delega di una funzione di indirizzo e controllo su una forma estesa e talvolta complicata di economia pubblica com’è la cooperazione, ad un sistema tecnico-giuridico che aveva senso quando la cooperazione era costituita da piccole e piccolissime imprese locali.

Sul piano dei servizi da offrire alle cooperative, indicati alle pp. 22-23, ci si domanda come l’innovazione della loro offerta possa essere gestita da una struttura con ogni evidenza tanto pletorica quanto ancora ispirata a modelli sorpassati (parallelismo e subalternità alla politica; gestioni amministrative tradizionali). E’ evidente che non basta enunciare tale problematica, senza porsi il problema della riorganizzazione complessiva della struttura delle associazioni cooperative, non tanto per cooptazione di professionisti convenzionati o di giovani scolarizzati da assumere con missions generiche, quanto innanzitutto per selezione delle migliori pratiche espresse dalle cooperative stesse. Soprattutto se si pensa alla creazione (p. 24) di un “catalogo” dei servizi a domanda individuale da offrire alle cooperative, che non possono che essere correlati ad alti livelli di professionalità.

Non a caso, è proprio in quel pezzo di documento che si fa riferimento all’esigenza di esternalizzare quanto non offerto dall’attuale burocrazia associativa, esplicitando il punto di debolezza attuale e facendo una scelta che non potrà che aggravarla. E fornendo una soluzione praticamente autodistruttiva per il movimento cooperativo, laddove si parla di strutture tecniche in “franchising” e messe in competizione a livello di mercato: ci si domanda come sarà garantita la qualità e si potranno evitare comportamenti opportunistici da parte di professionisti “al massimo ribasso”.

E poi anche qui, come un leitmotiv di una subcultura subalterna al modello capitalistico, ritorna un acritico riferimento ad alcuni aspetti contraddittori della crescita cooperativa: “Inoltre occorre tenere conto del moltiplicarsi di iniziative imprenditoriali di soggetti ibridi promossi, partecipati o controllati da cooperative, verso i quali declinare i temi della rappresentanza e dei servizi. Indispensabile è facilitare l’internazionalizzazione delle aderenti, con il coinvolgimento di tutte le strutture e gli strumenti necessari. Strettamente collegato a questo ambito, è quello che afferisce alle strategie volte a sensibilizzare le imprese associate sul tema dell’aggregazione – nelle varie forme consentite dalla normativa vigente – e, più in generale, su quello della crescita dimensionale” (p.23). Laddove crescita dimensionale e sviluppo di imprese profit, sempre più presenti nel mondo cooperativo per ragioni “tecniche”, non vengono lette come un elemento che introduce stridenti contraddizioni da regolare, contenere e selezionare, ma come un dato di fatto immodificabile.

Non poteva mancare neanche qui, in questa sorta di altalena teorica che contraddistingue tutto il documento, un per altro stringato riferimento, sempre a p. 23, al “Tema trasversale, a tutti i settori e territori, è quello della formazione dei lavoratori, alla luce del dato, evidente ed incontrovertibile, che le risorse umane non rappresentano oggi un fattore complementare ma un vero e proprio assetto strategico per l’impresa.” Oppure, a p. 25, l’ancor più sbrigativo, laddove si parla si servizi resi dall’associazione alle cooperative: “Vanno individuati realisticamente i servizi da sviluppare verso i soci lavoratori, a seconda delle esigenze nelle diverse tipologie cooperative”.

In questo quadro, non si capisce con quale massa critica l’ACI pensi di poter corrispondere all’ultima finalità, quella di maggior impegno strategico, con cui si conclude la III parte a p. 25: “Nell’ambito della propria attività, Alleanza, nel suo ruolo di promozione di buona e moderna cooperazione, potrà fornire, nel rispetto della pieno autonomia della e imprese aderenti, linee di indirizzo per la discussione sulle politiche di riposizionamento strategico e sociale delle aziende associate, anche in un’ottica intersettoriale. Dovrà quindi stimolare la ricerca di integrazioni fra i progetti promossi da cooperative anche appartenenti a settori e territori diversi”.

A p. 26 inizia la IV ed ultima parte, IL MODELLO ORGANIZZATIVO.
Tra i soggetti che potranno aderire all’ACI si contano, oltre a varie categorie cooperative, anche “le Società ordinarie a partecipazione minoritaria di imprese cooperative, loro consorzi o altri enti associati purché il loro scopo e la loro attività siano funzionali alla tutela ed allo sviluppo delle imprese e del modello cooperativo”, introducendo in tal modo elementi di tipo esplicitamente capitalistico nella compagine del mondo cooperativo.

A p. 27, le strutture settoriali appartenenti all’ACI vengono mantenute nella loro frammentazione. Precisando: “Tali articolazioni avranno propri statuti ed organi elettivi e disporranno di personale – definito d’intesa con la struttura confederale nazionale – in ragione delle necessità operative, sulla base delle compatibilità di bilancio complessive e dei gettiti contributivi relativi. I settori credito e consumo avranno autonomia organizzativa e patrimoniale. Norme speciali e regimi differenziati andranno definiti per associazioni di rappresentanza affiliate quali FIMIV” (= la Federazione delle Mutue e Somsi). Quindi tante associazioni grandi e piccole, prive di una loro autonomia formale e soprattutto di bilancio. Lasciando fuori i due “forzieri” della cooperazione, cioè BCC e consumo: è evidente quali saranno i reali equilibri di potere.

Nello specifico, il mantenimento della divisione tra “cooperative sociali; cooperative della sanità; cooperative di abitanti; cooperative della cultura, informazione, turismo e tempo libero” e mutue indica che non ci sarà alcuna forma di costruzione di un credibile settore della cooperazione operante nel welfare. E che si tratti di una scelta organizzativa regressiva, lo conferma un passo a p. 29: “La nuova struttura centrale, orizzontale e settoriale, assicurerà un potenziamento professionale e operativo rispetto alle strutture attuali delle singole Associazioni, con un costo complessivo inferiore alla somma dei costi delle tre Associazioni”.

Bisognerà accontentarsi delle concessioni, in parole povere, soprattutto in settori su cui l’investimento è stato ridotto, come quelli innovativi rivolti ai servizi alla persona.

A p. 27, le strutture territoriali sono indicate in tal modo: “Le articolazioni territoriali – dotate di autonomia patrimoniale – sono di scala regionale. Possono essere istituite articolazioni subregionali ogni qualvolta siano sostenibili (e richieste dalla consistenza delle cooperative esistenti o da potenzialità di promozione) e coerenti con il riordino istituzionale e territoriale in corso. Si punta, con il vincolo della sostenibilità alla massima vicinanza alle aderenti. Norme transitorie e speciali possono stabilire regimi organizzativi differenziati per Province autonome e Regioni a Statuto speciale”. Pur indicando correttamente la dimensione regionale come quella di riferimento, si mantengono tali ipotesi di ulteriori autonomie provinciali e (rimandiamo a giudizi precedenti) non si fa alcun riferimento ad almeno un effetto positivo della riforma costituzionale in atto, cioè l’abolizione delle province.

Infine, a p. 30, si conclude rimandando al “tempo strettamente necessario” la costituzione delle ACI regionali. Cosa significasse, il precedente documento del 24 novembre lo stabiliva in questo modo: “Norme transitorie regoleranno altresì la formale costituzione delle Alleanze territoriali, purché entro il termine (di tre anni) dalla costituzione della Alleanza. Con comodo. Nel frattempo l’accentramento finanziario nazionale dell’ACI provvederà ad attuare una “spending review” a favore dei poteri forti?

Gian Luigi Bettoli

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