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UNIVERSITÀ NOMADE DEI BALCANI

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di Gian Andrea Franchi 

IMG_0919I Balcani sono oggi il luogo più adatto, almeno in Europa, per studiare dal vivo, attraverso il paesaggio storico, città e paesi e, ovviamente, chi li abita, quella dimensione essenziale della vita e della politica che si può chiamare bisogno d’identità.

La terra balcanica, infatti, è storicamente attraversata da un’incontenibile esigenza d’identificazione. Mostra con un’evidenza teatrale, spinta oltre il dramma fino alla tragedia, nel corpo del suo territorio e dei suoi abitanti, che l’identificazione è il più grande bisogno/desiderio umano – “tu sei”: alla base di ogni religione, di ogni forma di comunità, di collettività, di società, di utopia politica –, più forte della fame e della paura della morte.

E mostra anche, con tipica forza icastica, il carattere androcentrico (patriarcale, maschilistico) dell’identità, o piuttosto dei processi di identificazione. Essi tendono al mito di una forma fissa, identica se stessa, come un’idea platonica – essere ‘identici’, sempre gli stessi -, esclusiva e intollerante, agonistica, sia di tipo individuale che comunitario; sia di tipo religioso/divino – dio come colui che dà il riconoscimento assoluto in un mondo oltre il mondo – o, come oggi, basata sullo schema sociale del denaro – forma astratta di identificazione basata sul potere d’acquisto degli specchietti delle merci.

Di tale carattere è suggello lo stupro delle donne dei vinti del momento (o, come nell’Argentina della giunta militare, il furto dei neonati e l’assassinio delle madri).

Il territorio balcanico è disseminato di simboli ed edifici religiosi delle varie confessioni cristiane e dell’islamica. E’ crivellato di tracce vistose dell’incessanti guerre novecentesche, fra cui la guerra partigiana del ’43-‘45, di cui appaiono qua e là grandi e piccoli monumenti, spesso semiabbandonati; mostra impietosamente le ferite delle guerre che ne concludono il Novecento. E’ seminato di cimiteri, cattolici, ortodossi, musulmani.

La morte, per l’identità e a causa dell’identità, appare in ogni luogo. Nelle campagne disseminate di case distrutte. Fra le cupe valli delle montagne dove gente inseguita scappava in cerca d’inutile rifugio, nelle città dove il vicino ammazzava il vicino. Nei luoghi dei massacri, di ieri: il lager ustascia di Jasenovac; il museo-memoriale dello Srem Front; e di oggi: Srebrenica, che appare come la quinta teatrale dell’odio; Mostar, grottesco teatrino turistico della morte; Sarajevo, che fra le case crivellate di proiettili mostra una disperata vitalità, ma anche le altre città, oggi piene di giovani, che quasi sempre ignorano il passato: la vita è più forte della morte, ma è la vita delle collettività, delle società, degl’insiemi, non dei singoli, che soffrono e muoiono senza redenzione e, prima o poi, senza memoria che non sia per alcuni – non per tutti – un nome e cognome s’un cippo.

Nell’antico cimitero ebraico sefardita di Sarajevo, luogo di cecchini durante i quattro anni dell’assedio, quasi tutte le foto delle tombe sono state scalpellate: estrema forma di annientamento dell’identità. Le pochissime scampate ci guardano attonite da un vuoto immemoriale.

L’annuale sepoltura a Srebrenica delle ossa degli uccisi nella strage del 1995, via via recuperate dalle fosse comuni, appare come la rappresentazione tragica in chiave musulmana, che rende la cerimonia di decine di migliaia di persone ancora più teatrale, dell’anima stessa dei Balcani. Non solo, di qualunque guerra, violenza, dominio – della civiltà stessa, così come la conosciamo.

E’ facile essere pessimisti e rifugiarsi nella depressione.

E’ facile essere ottimisti ed erigere davanti a sé una quinta di teatrino da guardare con il sorriso ebete dello spettatore.

Entrambe sono forme quotidiane di rimozione.

Non è facile accettare il datum che la vita è tragica perché dell’individuale sommerso non c’è salvezza. Un improbabile ma non impossibile futuro redento non può riscattare il dolore e l’abiezione dei passati, contrariamente a quel che pensava Benjamin.

Il sentimento del tragico non è, però, disperazione. E’ assunzione dello scarto fra il tempo dell’individuo – anzi: del singolo -, il tempo storico e il tempo della vita. Ciò permette di assumere pienamente la precarietà e di considerare l’invecchiare e il morire come esperienza piena del vivere, così come il venire al mondo.

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