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Tempi bui..

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Forconi e forchette

Bene, se c'è qualcuno che voleva il casino, il casino non 
manca. Pessimo segnale, se si pensa che un nemmeno 
movimento possa risultare in grado di creare tanto 
frastuono. Neppure è dato di capire il livello di 
solidarietà o, al contrario, di fastidio, che un'azione 
come quella in atto riesce a suscitare. 
Quest'accozzaglia è talmente variegata e composita che 
si finisce per non capirci più nulla. 
Che in giro ci sia un livello di sopportazione che si 
sta esaurendo, non ci vuole un mago a capirlo; segno 
evidente che i nostri governanti, ma questa politica 
in generale, non sono in grado di raggiungere neppure 
quel livello, e questo appare disarmante. 
Che in mezzo a quella gente che protesta ci siano 
istanze condivisibili, anche questo appare chiaro. 
Disoccupati, esodati, piccoli imprenditori in 
gravissima difficoltà, gente che viene sfruttata 
oltre un limite che fino a qualche tempo fa sembrava 
inaccettabile, altri che in tutta sincerità ne hanno 
le scatole piene di un governo inetto e incapace 
addirittura di qualsiasi azione concreta che vada 
nella direzione di una reale risposta alla devastante 
crisi; tutti questi hanno le loro buone ragioni per 
incazzarsi, non c'è dubbio. 
Che ci siano altri che invece cavalcano la tigre 
incuranti, o al contrario perfettamente consapevoli, 
delle conseguenze cui questa protesta può portare, è 
altrettanto palese. Che ci siano persone che fino ad 
hanno approfittato a piene mani di piccoli trucchi, 
evasioni, aggiramento delle leggi, condoni vari, 
anche questo è chiaro. Si tratta di forchette voraci 
piuttosto che di forconi da lavoro.
Che poi ci siano poliziotti che si tolgono il casco 
davanti a quegli scalmanati in segno di rispetto, 
invece, fa davvero incazzare. Segno chiaro di una 
sudditanza e probabile appartenenza ideologica ad 
un settore della politica italiana a cui la gran 
parte di quelle forze fanno e hanno sempre fatto 
riferimento. Non mi pare lo stesso trattamento sia 
stato riservato ad altri movimenti, quelli con idee 
e proposte davvero chiare e condivise. A quelli sono 
sempre state riservate gran legnate, un cocktail di 
lacrimogeni e conseguenti arresti con imputazioni 
assurde. Di fronte, che ne so per dirne una, ai No Tav 
o agli operai in protesta, non mi pare si sia concessa 
tanta solidarietà. 
Tenendo conto che i poliziotti fino a prova contraria 
rappresentano le istituzioni, un gesto del genere va 
valutato molto peggio dei gesti di sottomissione dei 
vari calciatori nei confronti degli ultrà che infettano 
gli stadi di calcio e determinano le dinamiche del 
“tifo” negli stadi. Infatti, gli stessi ultrà partecipano 
allegramente alle manifestazioni dei “forconi”, e 
stavolta sono direttamente i poliziotti ad abbassare, 
assieme ai caschi, anche le mutande davanti a loro. 
Non mi pare siano stai presi provvedimenti nei loro 
confronti.
Ma ciò che è più sconcertante e davvero preoccupante, 
è che le giuste proteste (diritto alla casa, al lavoro, 
riconsiderazione dell'idea di Europa e non certo 
la sua cancellazione, lotta alle prepotenze di banche 
e finanza e chi più ne ha più ne metta) non vengono 
raccolte dalla sinistra che dovrebbe considerare 
questi elementi come il proprio pane, ma dalla destra 
più (se ne esiste una) becera. Questo è ciò che ci deve 
far riflettere e incazzare maggiormente; che la 
cosiddetta sinistra di governo è occupata in tutt'altre 
faccende, e quella cosiddetta di lotta semplicemente 
non esiste più, frammentata in divisioni assurde e 
figlie della stessa logica politica contro cui si 
dovrebbe scagliare. 
Che non si capisce quanto grave sia il segnale che 
arriva da queste proteste a cominciare dalla ventilata 
o minacciata marcia su Roma. Una stronzata di cui 
gli stessi soggetti propositori si rendono conto, ma 
che a livello simbolico la dice lunga su chi è pronto 
a sfruttare la situazione che si è creata. 
Ed è così non solo in Italia, ma guardandosi in giro 
per l'Europa, è anche peggio. Alba dorata, il front 
national, la recrudescenza di movimenti di estrema destra 
che si stanno allargando a macchia d'olio dalla Francia 
alla Grecia, dall'Austria all'Inghilterra, a tutta 
l'Europa dell'est, Ungheria, Slovacchia. 
Tutto ciò non è responsabilità solo di chi ci ha portato, 
governando, fin qui; ma anche di chi non riesce a 
trovare i punti di accordo necessari per una proposta 
di reale cambiamento, di un'inversione di tendenza 
indispensabile per uscire dalla melma in cui ci 
ritroviamo sprofondati. 
In Primavera ci saranno le elezioni europee, un momento 
in cui si dovrebbe provare a trovare la forza per 
proporre idee comuni alla sinistra (mica quella del PD 
che ancora non sa se appartenere al partito popolare o 
socialista...) del continente. Mi pare questa l'unica 
possibilità per avere una credibilità necessaria per 
frenare la distruzione dello stato sociale e lo strapotere 
di un'idea di Europa guidata dai Paesi del nord a loro 
volta governati da partiti che dell'Unione Europea 
hanno una visione solo monetaristica, neppure economica. 
Se non sarà la sinistra a proporre e portare avanti 
le idee di rinnovamento di cui non solo l'Italia 
o i singoli Paesi hanno estremo bisogno, ma lo stesso 
nostro continente al momento politicamente solo virtuale, 
saranno questi personaggi perlomeno oscuri che 
cavalcheranno le, in parte, giuste istanze di una vita 
migliore a cui abbiamo tutti diritto. Naturalmente a 
modo loro.
La storia non si ripete con le stesse modalità, ma 
con le stesse dinamiche certamente. 
Cerchiamo di tenerlo bene in mente e non lasciarci 
travolgere dalle facili e banali strumentalizzazioni.

Bruno Tassan Viol
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1 Comment

  1. Francesco Cecchini ha detto:

    ALCUNE CONSIDRAZIONI, NON DEFINITIVE, SUL MOVIMENTO 9 DICEMBRE, CHE MERITA UN’ ANALISI ATTENTA.

    Le ragioni delle proteste
    La mobilitazione dei forconi (cui si uniscono, formando composizioni diverse a seconda delle aree geografiche, anche autotrasportatori, ambulanti, tassisti, pastori, negozianti) esprime principalmente il malessere della piccola borghesia impoverita dalla crisi del sistema capitalista, una crisi che il padronato scarica sulle spalle delle classi subalterne e che ogni giorno che passa fa sentire sempre più forte il proprio peso.
    Tanto più in Sicilia, regione economicamente depressa e ulteriormente stritolata in queste anni dalle politiche di rapina sociale portate avanti dai governi nazionali di tutti i colori, con la complicità delle classi dirigenti locali, sempre più strette in un abbraccio mortale con ambienti del malaffare e di mafia (eclatanti le vicende che hanno riguardato gli ultimi presidenti della regione), nel quadro di dinamiche sociali dove il clientelismo e il familismo costituiscono la norma. Ogni settore dell’economia siciliana, dall’agricoltura alla pesca e alla piccola impresa, è stato colpito pesantemente sull’altare dei grandi interessi padronali, mentre si allarga la fascia dei disoccupati e delle persone che vivono oltre la soglia della povertà, e si estende il malessere dei commercianti, dei precari del settore privato come del pubblico (si pensi ad esempio agli effetti devastanti delle controriforme della scuola sul precariato siciliano), degli operai (la Fiat e i Cantieri navali di Palermo sono solo due fra le situazioni più note), e degli studenti, che negli ultimi mesi si sono dimostrati il settore più combattivo nelle piazze siciliane, dove non sono mancati gli scontri, anche pesanti, con le forze dell’ordine. Senza trascurare la situazione di grave sofferenza vissuta dai migranti, spesso additati come capri espiatori dalle forze populiste e xenofobe (sostenute più o meno direttamente dalla stampa di sistema), che in diverse parti della regione, a partire da Caltanissetta e Mineo, hanno fatto esplodere ripetutamente la loro legittima protesta contro l’ipocrisia istituzionale. Non è un caso insomma se la mobilitazione dei Forconi ha nella Sicilia la sua culla.
    Le mobilitazioni – di due anni fa come di oggi – di settori popolari proletarizzati e di fasce sottoproletarie a rimorchio dei padroncini dell’autotrasporto e dei forconi sono il risultato della diffusa esasperazione rispetto alle politiche neoliberiste. Questa esasperazione si traduce in una reazione confusa nei confronti di quelli che vengono percepiti come i responsabili dell’impoverimento delle masse popolari, in primis la “casta” politica.
    Le rivendicazioni e le forze in campo
    Le rivendicazioni delle forze mobilitate sono evidentemente rivendicazioni di natura piccolo borghese. Non si mette in discussione il sistema, anzi, a scanso di equivoci Ferro dichiara alla stampa di essere “rispettoso delle istituzioni”, ma ci si limita a lamentarsi dei – naturali – effetti perversi del sistema stesso (carovita, aumento dei prezzi della benzina e della pressione fiscale, crollo dei commerci, restringimento dell’erogazione del credito da parte delle banche), chiedendo a coloro che lo gestiscono, cioè i politicanti dei vari schieramenti, di trovare una “soluzione” oppure di “dimettersi” (per poi fare cosa?)! Il tutto a partire da logiche chiaramente corporative, prive di una dimensione di classe, che spiegano come mai i forconi e le altre forze in agitazione non abbiano mai supportato gli altri settori popolari (dagli studenti agli operai) che negli ultimi anni si sono mobilitati in difesa del lavoro e dei diritti, o nell’ottica di una critica radicale al sistema.
    La vaghezza delle rivendicazioni, e il fatto che queste non mettono realmente in discussione il sistema (si rivendica ad esempio un più facile accesso al credito, non certo la nazionalizzazione delle banche senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori), ha reso l’appello dei forconi appetibile ad altre forze qualunquiste e anche a gruppi neofascisti, come ad esempio Forza nuova e Casa pound, che sui loro siti web si sono premurati a dichiarare la propria adesione alle mobilitazioni invitando la gente che si definisce orgogliosamente “italiana” a scendere in piazza coi forconi e a “sventolare la bandiera della Rivoluzione” lasciando a casa “i simboli di partito”
    I fascisti alla testa dei forconi?
    Ovviamente non si può sostenere che piccoli gruppi di estrema destra possano essere oggi alla testa di mobilitazioni di simili proporzioni, e in tal senso risultano strumentali i proclami sdegnati di alcuni settori della borghesia pseudoprogressista che – preoccupati da ogni mobilitazione popolare che in un modo o in un altro metta in discussione, anche solo nel loro immaginario, il loro progetto di “pacificazione” sociale – hanno applicato semplicisticamente ai forconi l’etichetta di “fascisti”, demonizzando conseguentemente tutti i soggetti che aderiscono alle mobilitazioni in atto. Accusa tanto più ridicola se si considera che la borghesia apparentemente “antifascista” è la stessa che, come storia insegna, quotidianamente chiude un occhio o addirittura cerca sponda sul fascismo stesso, arrivando persino a sostenersi su di esso nei momenti di maggiore difficoltà.
    E’ vero tuttavia che, come detto in precedenza, le forze che dirigono al momento questa mobilitazione sono forze conservatrici e reazionarie, e che i gruppi dell’estrema destra neofascista – attraverso parole d’ordine populiste, contro l’Ue, contro le banche, contro i migranti – provano a capitalizzare a proprio vantaggio le manifestazioni di malcontento popolare, tanto più all’interno di grandi mobilitazioni come può essere quella dei forconi, tentando – anche se nell’immediato sembrano non averne la forza – di guadagnarne la direzione.
    Così come ci ricorda del resto l’esperienza storica degli anni Venti in Italia quando, sullo sfondo di una grave crisi del sistema capitalista e, conseguentemente, del sistema politico democratico-borghese, i fascisti riuscirono a egemonizzare la piccola borghesia impoverita e persino vasti settori del movimento operaio, dopo averne smantellato le organizzazioni politiche e sindacali di riferimento, operazione che fu resa possibile dall’assenza di un partito rivoluzionario in Italia e dalle politiche fallimentari della socialdemocrazia e dello stalinismo. In un periodo di grave crisi economica e di diffuso malcontento popolare, le forze neofasciste oggi guadagnano coraggio e provano ad alzare la testa, confortati e stimolati dai risultati che in altri Paesi stanno ottenendo i loro gemelli (ad esempio i neonazisti di Alba dorata in Grecia) .
    L’incancrenirsi della crisi di sistema e l’inevitabile acuirsi della sfiducia verso la “politica” (borghese) implica ovviamente il rischio, anche alle nostre latitudini, di uno sviluppo delle forze neofasciste e di un allargamento della loro egemonia sulla masse impoverite e disorientate, sia nell’ambito della piccola borghesia che del sottoproletariato, e persino della classe operaia.
    Quanto più è assente una risposta a sinistra, tanto è più facile che a capitalizzare il malessere sociale siano le destre.
    L’ipocrisia istituzionale e delle forze riformiste
    Il movimento dei forconi risulta insomma caratterizzato da profonde contraddizioni, e siamo noi i primi a sottolinearne la natura sostanzialmente conservatrice-reazionaria e la presenza all’interno di esso di componenti neofasciste come di caporioni gravitanti attorno ad ambienti mafiosi (mafiosità che tuttavia la brava borghesia “antimafia” attacca solo quando le fa comodo). Ciò non toglie che la mobilitazione dei forconi, coi suoi enormi limiti, esprime oltre a tutto questo anche l’esasperazione di tanti giovani, precari, disoccupati, e che a questa esasperazione non si può rispondere in maniera semplicistica.
    Ci dissociamo pertanto dall’ipocrisia istituzionale, e dal coro dei benpensanti che hanno lamentato, in passato come oggi, il metodo dei blocchi e, in generale, l’uso della forza da parte dei forconi, coi disagi che inevitabilmente ciò ha creato. Laddove penso al contrario che l’errore non consista nell’utilizzo della forza come strumento di lotta, quanto negli obiettivi che si intende perseguire attraverso quel mezzo, che nel caso dei forconi sono la subordinazione degli interessi delle masse oppresse a quelle di corporazioni, padroncini, leader trasformisti in cerca di visibilità, obiettivi rispetto ai quali si è pronti al compromesso con governi locali e nazionali.
    Ci dissociamo anche dalla critica semplicistica operata dalle forze riformiste e centriste, funzionale unicamente alla loro volontà di continuare nell’inerzia e a ingraziarsi il favore della borghesia. Preoccupate unicamente dal fatto di non essere alla testa delle mobilitazioni, queste forze politiche rimuovono le loro responsabilità in questa situazione di diffuso disorientamento, che rischia di alimentare rigurgiti neofascisti.

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