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Su quei presidi ospedalieri che sono, non solo per il Ministero, dei no – sense … e su quegli ospedali soppressi dalla riforma della sanità Marcolongo-Telesca

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Leggo sul Messaggero Veneto di oggi, 2 gennaio del 2015, con vero stupore, gli articoli intitolati: “Fvg, Roma declassa quattro ospedali”, e “Ma la Regione si oppone: «Non cambieremo nome»”, ambedue di Anna Buttazzoni, da cui apprendo una notizia che mi era sfuggita. E passo subito a questa. L’assessore Maria Sandra Telesca sostiene la bontà del termine “Presidi ospedalieri” per i da lei soppressi ospedali di Gemona, Cividale, Maniago e Sacile, perché avranno qualche posto letto, per esempio 8 o più, non è chiaro, per acuti, udite, udite, gestiti dai medici di famiglia, che sono quelli di base, che sono quelli di medicina generale, che sono quelli sulla cui associazione per coprire le 24 h si basa la riforma, associazioni mai create. E come potrebbero fare a gestire anche acuti, con 1500 pazienti a testa, senza guardia medica, dovendo coprire ampi territori? E con che strumenti, mancando a detti e cosiddetti “presidi ospedalieri” il laboratorio analisi, la farmacia, ecc.? Che aborto è mai questo? Per fortuna che la gente di Gemona, per fare un esempio, ha capito che un ospedale o è tale o non lo è più, e lotta per il mantenimento del San Michele. E per fortuna che lo ha capito anche il Ministero, che pare non sappia che pesci pigliare davanti alla terminologia della riforma Telesca, nel caso specifico. Perché quello che la dott. Telesca sembra non capire è che un termine definisce una struttura all’interno del sistema sanitario ancora nazionale, e che la creatività, in campo di organizzazione della sanità, su di un territorio, è preferibile sia messa nel cassetto.

Inoltre, dai 2 articoli, sembra che la dott. Telesca, come il solito, non voglia ammettere mai la lacunosità della “sua” riforma, partorita con il dirigente Adriano Marcolongo, riforma che si presenta, come già scrissi, fortemente teorica, non calata, nella realtà situazionale e centrata su di una sanità organizzativamente virtuale. Ma l’assessore persiste ad andare avanti così, mentre gli iscritti al PD dei comuni che perderanno, per detta riforma, gli ospedali, ora incominciano ad aprire, lentamente, gli occhi.
Insomma questa riforma, secondo me, si regge su parole, parole, parole, ed è priva di concretezza e di decreti attuativi, il che non fa ben sperare.

E solo all’articolo 20, si giunge, infine, all’organizzazione dell’assistenza medica primaria, che si incentra su: le aggregazioni funzionali territoriali (AFT); la medicina di gruppo; i centri di assistenza primaria che svolgono le funzioni delle unità complesse di cure primarie; i presidi ospedalieri per la salute, tutti da creare non si sa come e non esistenti, da che si sappia, in altre parti della nazione.
Ed il comma 7 dell’ articolo 20, che dovrebbe chiarire la materia, non è meno nebuloso dato che recita: «Le forme organizzative della medicina generale sono proposte dalle Aziende per l’assistenza sanitaria e approvate dal direttore centrale salute, integrazione sociosanitaria, politiche sociali e famiglia. Con l’attivazione delle AFT le forme di partecipazione dei medici di medicina generale alla direzione del distretto sono assunte dai coordinatori delle AFT. Le modalità di individuazione dei coordinatori di AFT sono definite dall’accordo integrativo regionale».

Inoltre, francamente, io mi sento presa in giro quando si scrive che Roma declassa i 4 ospedali, perché al comma 6 dell’ articolo 20 della riforma si legge, testualmente: «Presso le strutture di Cividale del Friuli, Gemona del Friuli, Maniago, Sacile e l’ospedale Maggiore di Trieste sono garantite, oltre alle attività assicurate dai centri di assistenza primaria, le attività residenziali di assistenza primaria realizzate in residenze sanitarie assistenziali ovvero presso gli ospedali di comunità, organizzate come indicato all’articolo 34.» Peccato che non sia chiaro cosa siano i centri di assistenza primaria e gli ospedali di comunità.
L’ art. 34 relativo alla riconversione di strutture ospedaliere, precisa, quindi che:

« 1. I presidi ospedalieri di Cividale del Friuli, Gemona del Friuli, Maniago e Sacile, nonché parte del presidio ospedaliero “Maggiore” di Trieste, sono riconvertiti per lo svolgimento di attività distrettuali sanitarie e sociosanitarie. Tali presidi si rapportano, per l’erogazione dell’attività, con l’ospedale di riferimento e supportano, se necessario, le attività del medesimo.
2. Le strutture di cui al comma 1 sono denominate “Presidi ospedalieri per la salute”.
3. Presso le strutture di cui al comma 1 sono mantenuti, sotto la responsabilità organizzativa distrettuale, come specificato all’articolo 20, comma 6, tutti i servizi ambulatoriali presenti, comprese la dialisi e la radiologia tradizionale; inoltre viene assicurata la presenza di un punto di primo intervento sulle dodici/ventiquattro ore e la postazione di un mezzo di soccorso sulle ventiquattro ore.
4. Presso le strutture di cui al comma 1, oltre ai servizi distrettuali già attivi, devono essere gradualmente realizzate in collaborazione con l’ospedale di riferimento tutte le forme avanzate di assistenza primaria e di gestione della cronicità, di riabilitazione, nonché la residenzialità, in particolare riabilitativa e di lungo termine, compresi gli ospedali di comunità; tali strutture diventano anche luoghi di integrazione sociosanitaria con spazi destinati alle associazioni dei malati».

Insomma, par di capire, perché io francamente ho dei limiti di comprensione del testo di detta riforma, che gli ospedali citati verranno trasformati in cronicari con qualche fisioterapista, ed una stanza per fisioterapia, in sintesi in una mezza casa di riposo, in luoghi dove già le stesse esistono. Inoltre non è chiaro chi pagherà detto servizio.

Inoltre in questi presidi ospedalieri ci dovrebbero essere: posti per R.S.A. che ha personale infermieristico proprio ed i cui pazienti, che possono restarci solo 20 giorni, sono affidati ai medici di base, che hanno già molti altri assistiti; qualche posto di hospice, con che personale specializzato non si sa, qualche posto per acuti, tutti seguiti dai medici di base, senza strumentazione, laboratorio analisi, farmacia, oncologia, posto per elargire chemioterapici, ecc… e, magari, senza un ps notturno.

E senza i piccoli ospedali non staranno bene neppure i tre più grossi che collasseranno e si intaseranno, come già più volte ho scritto.

Ed una cosa, relativa a questa riforma, l’ha chiarita anche il ministero: questa riforma è una riforma basata sulle parole, diventata, purtroppo legge.

Laura Matelda Puppini, socia Codacons e Cittadinanzattiva.

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3 Comments

  1. La configurazione dei presidi ospedalieri, come li vuole la riforma regionale, li ipotizza come strutture per malati cronici, come sono spesso di fatto gli anziani, ma senza la continuità delle case di riposo. Mio padre è stato un paio di mesi in casa di riposo a Tolmezzo, ho mia madre in casa di riposo a Moggio. Detta struttura, comunale, ha una sala per la fisioterapia, e due fisioterapisti che cercano di fare onorevolmente il loro lavoro, almeno un infermiere presente 24 h su 24, personale da appalto a cooperativa e si regge sui medici di base. Non vedo quindi in che modo si possa differenziare il presidio ospedaliero, come concepito dalla riforma regionale, dalla casa di riposo. Un problema che avevo posto è se non si potesse avere, poi, un medico solo di riferimento e di struttura nelle case di riposo. Anche nelle stesse vengono somministrati farmaci via flebo ecc.. Solo che se uno degli ospiti della casa di riposo si aggrava, viene condotto in ospedale, perché di un ospedale ha bisogno, non di una struttura parallela.

    Inoltre vorrei proprio sapere come faranno l’ospedale di Tolmezzo ed i medici di base a lavorare seriamente senza il laboratorio analisi del nosocomio, perchè ne è prevista la chiusura, e con trasmissione dati per via telematica, quando il sistema potrebbe fermarsi e senza un rapporto fra i biologi e medici di laboratorio e quelli di ps e reparto.

    Infine i medici di base non possono essere organizzati, secondo me, dalle ass, semplicemente perché lavorano in regime che definirei di semi libera professione, e comunque non dipendono dalle ass, e con contratto nazionale.

    E questi sono problemi che io ho dibattuto da tempo.

    Laura Matelda Puppini

  2. Gigi Bettoli, non so su che base tu scriva alcune affermazioni, come, solo per fare un esempio, quella che nei pronto soccorso dei piccoli ospedali non si andava più neppure a farsi curare un’unghia, senza precisare quali. La funzionalità dei ps non è rilevabile in questo modo ma sulla base di dati precisi. Inoltre io non scrivo solo mie opinioni ma ho sintetizzato anche alcuni aspetti e perplessità appresi dalla mia storia in sanità, che non definirei proprio un capolavoro, e da quella di altri, e dai “mille” incontri nelle anticamere di medici e di ambulatori e per strada, ove persone mi hanno narrato le difficoltà incontrate nella sanità regionale, ma anche gli aspetti positivi. Ho letto quanto pubblicato sul Messaggero Veneto anche sotto forma di lettere al direttore, ed ho riportato pure alcuni problemi fattimi presente da personale infermieristico e medico, anche di base, che non ho mai capito perché sia così restio ad esprimere il proprio pensiero liberamente sull’ambiente di lavoro e sulla sua organizzazione, perché di questo tratta anche la riforma regionale a firma Telesca Marcolongo. Insomma io sono una che ascolto molto e talvolta chiedo. E per esser franca, vorrei sapere quanti medici di base che operano nei territori privati dei piccoli ospedali, e non solo, e cittadini che vivono negli stessi, hanno ascoltato coloro che hanno scritto il testo della riforma, i consiglieri regionali che lo hanno approvato ed i politici che lo hanno sostenuto. Per gli altri argomenti da te toccati rimando ai miei numerosi interventi su questo sito. E se faccio queste osservazioni alla riforma della sanità, non mi si dica se sono passata alla destra: non esistono nei servizi destre e sinistre, ma solo cittadini, ed io in piena libertà di pensiero scrivo. Se poi le mie osservazioni sono simili a quelle fatte, sull’argomento di questo mio ultimo articolo, da esponenti della destra pubblicate sul Messaggero Veneto oggi, significa solo che siamo giunti, autonomamente, alle stesse conclusioni, il che non era davvero difficile. Grazie in ogni caso per il tuo commento e per avere rotto il ghiaccio. Spero che al tuo ne seguano altri. Parliamone in libertà, senza condizionamenti di colore politico, ma come cittadini utenti od operatori del servizio sanitario regionale. Anche se pare troppo tardi.

  3. Gigi Bettoli ha detto:

    Voglio esprimere la mia, a titolo ovviamente del tutto personale. Ad altri (per i quali non ho neppure votato) le eventuali repliche “ufficiali”, se ne avessero l’intenzione.
    Ne ho le palle piene, letteralmente, di questa storia dei piccoli ospedali da “difendere”, dei punti-nascita, dei laboratori di analisi, ecc. ecc. ecc. Tutti obiettivi “reazionari”, sui quali si sono costruite carriere politiche, dilapidato un patrimonio di conflittualità e partecipazione, ritardato scelte di progresso (come chiudere tardi un ospedale, come quello di Sacile, che si reggeva già molti anni fa su un numero di posti letto che erano prevalentemente quelli della psichiatria: l’ex succursale del manicomio, in barba alla riforma basagliana !!!)
    Sembra che le lotte negli anni ’60-’70 per la deistituzionalizzazione, la medicina sociale, i diritti delle persone al centro, il legame tra sanitario e sociale non abbiano ancora sedimentato una lucida coscienza politica. E quindi giù a polemizzare con la “riforma Telesca” (ma perché non chiamarla “Riforma Rotelli”, dal collaboratore di Basaglia, ora consigliere regionale, che ne è in gran parte l’ideologo?), che – se ha un difetto – è quello non di ridurre l’offerta sanitaria, ma semmai di pretendere un’evoluzione utopica, cercando di accelerare un percorso che, ben che vada, sarà attuato nel corso di una generazione| Ma d’altronde, se non abbiamo obiettivi utopici, che facciamo, stiamo fermi ed aspettiamo la privatizzazione strisciante?
    In sostanza: la medicina viene riconvertita con il territorio al centro. Con questi medici di base, che sono quasi sempre dei burocrati? Ebbene si: non si può che passare attraverso l’offerta associata della medicina e pediatria “di base”, sulle 24 ore, e sulla centralità dei distretti sanitari. Certo, se le attuali resistenze politicanti-burocratiche ci porteranno ad altre castronate – come l’Ass dell’Alto Friuli che arriva a Codroipo (solo per fare contento un consigliere regionale, si dice in giro, ed in ogni caso guardate una cartina geografica e rabbrividite), e gli ambiti sociali/unioni dei comuni che stanno per nascere con geografie difformi dai distretti sanitari (vedi Spilimbergo che vuole passare con San Vito, lasciando la “propria” montagna al Maniaghese) – non andremo lontano. Ma questa non è la riforma Telesca (né quella Panontin), sono le teste di cazzo che ci governano, dal quartiere alle ex province!!! E noi che li lasciamo eleggere e fare!
    Stesso discorso per i doppioni di reparti (cioè di posti di primario), con i famosi punti nascita che sono più numerosi dei nascituri, con altri reparti sovradimensionati, e con una pluralità di servizi tecnici, come i laboratori di analisi, che possono benissimo essere accentrati. Risparmiando soldi e reinvestendoli sulla medicina territoriale, sulla prevenzione, sulla cura della cronicità e sul sociale.
    Ed i piccoli ospedali? Vogliamo avere il coraggio di dire che in certi piccoli “ospedali” non ci si andava più a far curare neanche un’unghia incarnata al pronto soccorso, se si aveva voglia di sopravvivere? Siamo nell’epoca dell’elisoccorso, e stiamo ancora a pretendere un ospedale a 15 km da casa? Altra cosa è utilizzarli come sedi per la medicina associata, ospedali di comunità dove avvengono ricoveri temporanei protetti, curati dai propri medici di base. Altro che cronicari, si tratta di strutture per i ricoveri a breve termine, per evitare cronicizzazioni in ospedale e per assistere persone che non possono essere lasciate da sole a casa.
    Quindi, cosa dovrebbe fare il “bravo militante”? Dovrebbe iniziare a studiarsi il testo della riforma Telesca, e cominciare a pretendere che venga applicata puntualmente. Con il massimo di accentramento funzionale, ma anche la più rapida possibile costruzione della rete dei servizi (e degli sportelli) territoriali. Lavorando inoltre, in parallelo, per ottenere una applicazione rapida e corretta della riforma degli enti locali (cosa ce ne facciamo di comuni da 200 abitanti? mica staremo ancora a prenderci in giro?).
    Ultima cosa: non me ne può fregare di meno del cosa pensino gli iscritti al Pd. Esploda prima possibile qual grande bubbone che è quel partito. E poi, chi è di sinistra con la sinistra, e chi è democristiano con i suoi. Fine.
    Gian Luigi Bettoli

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