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SPINOZA A SREBRENICA.

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di Gian Andrea Franchi

Genocidio?

“Humanae actiones non ridere, non lugere, neque detestari sed intelligere”. Penso che queste parole, tratte dall’Ethica di Baruch Spinoza, un ebreo che d’identità etnico-religiose e dei loro tormenti aveva esperienza diretta, siano perfettamente appropriate alla scena che, l’undici luglio scorso a Potoçari, frazione di Srebrenica, si svolgeva sotto i miei occhi. Era il giorno della sepoltura dei resti, riesumati annualmente, delle vittime del massacro di Srebrenica dell’undici luglio 1995. Colpiva anche in questa cerimonia il suo carattere accentuatamente islamico. Mi veniva in mente quello che aveva detto il vecchio amico di Sarajevo, vissuto lì da sempre, anche durante l’assedio della città: di non aver mai visto prima in pubblico donne velate.
Ho detto massacro e non genocidio. Provo, infatti, antipatia per il termine genocidio. Per vari motivi, in parte anche oscuri.

2012-08-16 17.57.02Un motivo evidente è che non mi piace usare un termine giuridico. Un concetto giuridico si riferisce a un’istituzione che ha il potere di definire e possibilmente imporre il rispetto e l’esecuzione delle sue disposizioni. In questo caso l’istituzione è l’ONU, fonte principale del diritto internazionale. Per dirla eufemisticamente, il comportamento dell’ONU non è sempre apprezzabile. Meno che mai in questo caso, in cui forze dell’ONU hanno avuto un comportamento esecrabile. Se di ‘genocidio’ si è trattato, l’ONU, l’organizzazione internazionale autrice della definizione ufficiale di genocidio, ne è stata pienamente complice. Più in generale, è del tutto evidente che lo stesso concetto di diritto internazionale è discutibile. Gli esempi di violazione sono innumerevoli. Basterà dire che il diritto internazionale viene applicato o meno a seconda degli interessi dei potenti. E’ quindi un loro strumento. Mentre sto scrivendo, la questione si rinnova per la Siria.

Un altro motivo è che, nel contesto della dissoluzione della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia, la definizione di genocidio è stata ed è usata politicamente dagli USA e dall’Europa, nei confronti di una delle parti in conflitto, contro cui la Nato si scaglierà quattro anni dopo, bombardando le città della Serbia. Questa parte ha indubbiamente gravi responsabilità. Ma non penso che si debba addossarle ogni responsabilità. In un contesto come quello del territorio balcanico, soprattutto dagli anni Ottanta del Novecento in poi, non ci sono parti buone e parti cattive. Tutte sono cattive e tutte sono vittime di una lunga storia di conflitti e di odi, mai superati, su cui altri hanno politicamente voluto o creduto di lucrare, dandosi da fare per dissolvere uno Stato e una società. Per intelligere spinozianamente, non possiamo prescindere da tale contesto.

La Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia, con tutti i suoi limiti – certo, molti e gravi e propri di ogni esperienza, nata da un empito di liberazione, che va a chiudersi in un potere centrale indiscutibile (in questo caso anche con esperienze originali) – fu comunque il periodo di maggior pace ed evoluzione sociale di un territorio storicamente tormentatissimo.

Vulnerabilità

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Attraversando i Balcani, soprattutto la repubblica serba di Bosnia a partire dal confine croato, con il suo desolato panorama di rovine ancora intatte dopo quasi vent’anni, mi veniva in mente l’immagine de “l’angelo della storia”, nelle Tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin:
“spinto da una tempesta che si è impigliata nelle sue ali, … così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo” .
Sappiamo che anche Benjamin, come Spinoza, era un ebreo, morto suicida per sottrarsi alla cattura dei nazisti.
In questa terra, la proposizione di Spinoza può trovare pienamente il suo spazio politico e sociale d’applicazione. “Intelligere” vuol dire letteralmente leggere dentro. Dentro, nella gente dei Balcani, sta un irrimediabile dolore conseguente a una grande ferita, un vulnus, che ha straziato tutti. In generale, l’odio e la violenza, che qui si sono sprecati, hanno la loro matrice nella paura, che credo sia, principalmente, paura della vulnerabilità: l’elementare paura che qualcuno ci faccia del male. Invece del concetto giuridico di genocidio, preferisco usare il concetto filosofico ed etico-politico, di vulnerabilità, illustrato in particolare da Judith Butler . Il fatto che questa filosofa sia la terza figura di cultura ebraica qui citata non è casuale: gli intellettuali ebrei sono particolarmente sensibili alle questioni identitarie. Spinoza, Benjamin, Butler sono tutti e tre grandi critici del principio d’identità, che tuttavia – non posso non dirlo – lo Stato d’Israele ha riproposto alla grande, in una sorta di micidiale ma frequente paradosso storico, per cui coloro che si dicono gli eredi dei perseguitati di ieri diventano i persecutori di oggi. Dimostrazione della potenza antropologica del principio d’identità.

Critica dell’identificazione

Intelligere vuol dire implicitamente che non bisogna giudicare. Giudicare significa porsi al disopra di colui o coloro o della situazione che si giudica. Dal punto di vista logico, significa riportare una molteplicità all’uno. Bisogna invece capire – leggere stando dentro, intus legere appunto – che la molteplicità non è riducibile, nel contesto balcanico meno che mai.
Ciò non significa assumere una posizione di indifferenza. Tutt’altro, sé il punto è lo star dentro. Vuol dire rifiutare di assumere come criterio un’idea di società basata sull’identificazione, sull’appartenenza a un’identità collettiva fissa, definita una volta per tutte, qualunque essa sia, basata sul gioco reciproco di inclusione ed esclusione: una cultura, una religione, una nazione, una tradizione, anche un’utopia che diventa ideologia di Stato. Rifiutare un’idea di società basata sulla paura dell’altro – di colui che di volta in volta viene definito come tale, perché queste società hanno bisogno appunto di escludere -; un’idea basata sulla paura della propria vulnerabilità, collettiva e individuale, da cui nascono l’odio e la violenza nei confronti dell’altro.
Intelligere, in questo caso, vuol dire, dunque, avere, promuovere l’idea e agire nell’orizzonte di una società aperta che non tema l’altro, il diverso, l’estraneo. Questo comporta accettare la precarietà, l’imprevedibilità, in quanto connessi alla possibilità di porsi in relazione. Il porsi in relazione non è una scelta, ma una precondizione dell’umano. L’alterità, lungi, dall’essere la nemica della soggettività, ne è la vita.
In questo senso tutte le parti in gioco, nel gioco della guerra identitaria fra vicini, sono ‘cattive’ e sono vittime. Indubbiamente, è necessario conoscere e capire responsabilità di individui, gruppi dirigenti ed aree sociali; individuare i profili storici di crisi e involuzione, come quando, per accennare soltanto alla Serbia, architrave della costruzione jugoslava, fra Stamboliç e Miloseviç, si passa dal tentativo di mantenere unita la Jugoslavia contro le forze che tendevano a dissolverla al nazionalismo serbo, già preannunciato dal memorandum dell’Accademia Serba delle scienze. Sul fuoco latente di queste derive storiche identitarie – antiche, arcaiche -, si metteranno a soffiare con lena coloro che a me sembrano, in fin dei conti, i maggiori responsabili per l’uso fatto della loro enorme potenza economica, ideologica, politica e militare: i centri di potere europei e statunitensi.

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