PE.S.CO o N.A.T.O? seconda parte: ognuno per sé
20 dicembre 2017
NES
4 marzo 2018

Raqqa

Bel lavoro, complimenti.

Mi riferisco al alvoro che e’ stato fatto a Raqqa. Ci sono stato ieri, abbiamo delle attivita’ laggiu’ e dunque, magari in giornata per ora, e’ necessario andarci. Necessario in realta’ lo sarebbe molto di piu’, nel senso che da quella parti c’e’ praticamente bisogno di tutto.

Ho dei ricordi di altri scenatri dove l’essere umano si e’ ridotto a livelli di bestialita’ che noi affibbiamo agli animali ma che dubito che gli animali posseggano. Sarajevo e’ l’esempio piu’ eclatante, sia per la vicinanza geografica rispetto a noi, che per un’ esperienza vissuta da quelle parti. Chi ha visto e si e’ scandalizzato, commosso, indignato per come era stata ridotta quella citta’, non so francamente cosa potrebbe pensare alla vista di come sia stata ridotta Raqqa.

Il viaggio per arrivarci, noi stiamo di base molto piu’ a nord, e’ assolutamente tranquillo, un fracco di posti di blocco, le strade sono da sistemare un po’, ma c’e’ di peggio in Italia, pero’ niente che possa dare l’impressione che ci si possa trovare in mezzo ai casini o alla devastazione. Il paesaggio e’ incredibilmente piatto, persino monotono e tutto attorno e fino dove si esaurisce lo sguardo, e’ coltivato a grano.

Questa e’ la Mesopotamia, la culla, paradossalmente, delle nostre moderne civilta’. Secondo i racconti dei locali, ad Amuda dove abitiamo noi, e’ nata nientemeno che Nefertiti, una delle mogli tra le piu’ influenti di uno dei faraoni dell’antico Egitto. In realta’ pare fosse nata a Tebe, ma accendere discussioni inutile con i colleghi di qui non vale certo la pena. Se tutto cio’ che poi siamo diventati noi e’ nato proprio qui, non puo’ essere certo legato al caso. Qui c’era anche allora da mangiare; sterminate pianure fertili dove la gente poteva fermarsi, coltivare, allevare e propsperare. Oggi invece, che oltre questo immenso granaio, hanno anche il petrolio, la gente crepa come mosche; chissa’ che non sia magari per questo motivo.

Tutto bene, dicevo, dunque finche’ si arriva alla periferia, qualche casa malconcia, buchi di cannonate su case e granai, i muri ricamati dai fori delle pallottole, ma tutto sommato, uno scenario quasi “deludente”. Come ci si immette invece nel vialone che attraversa la citta’, lo spettacolo cambia. Non ci sono parole per descrivere quello che si presenta davanti a chi ci entra, la percorre da un capo all’altro; la distruzione e’ metodica, capillare, spietata. Una citta’ famosa un tempo per essere considerate bella tra le belle, amata da un vecchio re che l’aveva fatta crescere e sviluppare, ora, e’ come se non ci fosse piu’. Pare quasi di entrare in uno di quei film che immaginano scene di un mondo postatomico. Uno dopo l’altro, i palazzi si sono accasciati e schiacciati sulle loro fondamenta. Come una serie di pedine del domino che cadendo trascinano con se’ quelle vicine. La guerra, li’, certo si e’ combattuta casa per casa, via per via, ma solo dopo che artiglierie varie ma soprattutto i bombardamenti aerei, hanno devastato tutto cio’ che c’era da eliminare. Ecco, forse e’ quella la grande differenza rispetto Sarajevo; i bombardamenti metodici che arrivavano dal cielo. Devastazioni cosi’ pesanti non possono che essere il risultato, l’effetto di bombe di grossissimo calibro e peso; la citta’ e’ un ammasso informe di macerie. E meno male che ormai da qualche tempo si stanno pulendo le strade, le rovine che le coprivano fino a qualche mese fa, si stanno accatastando ai loro lati. Potentissimi bulldozers stanno lavorando incessantemente per rendere percorribili almeno le arterie principali e le poche auto ricominciano ad attraversarle. E’ chiaro che si passa solo dove e’ stata effettuata la bonifica, perche’ l’ultimo regalo dei barboni che se ne sono andati, e’ un’ interminabile serie di trappole esplosive; avventurarsi fuori dal tracciato potrebbe essere fatale. All’ingresso di Raqqa e lungo la strada ci sono i cartelli che ricordano la mia infanzia, quando a scuola c’erano appesi manifesti molto simili che raffiguravanno i potenziali ordigni inesplosi residui della recente guerra e avvertivano noi bambini di stare molto all’occhio.

E’ altrettanto chiaro che qui e’ stato fatto un lavoro di macelleria che nelle nostre televisioni e sui nostri giornali non si e’ visto piu’ di tanto. Si preferiva lasciare maggiore spazio e fantasia alla carneficina che sicuramente e’ avvenuta con gli stessi crismi anche ad Aleppo, ma che era portata avanti da russi e governativi. Insomma i cattivi. Qui invece, gli aerei erano gli stessi che vedo tutti i giorni a casa mia, quelli che si’ sganciano qualche bombetta, ma esportano la democrazia. Dunque, meglio che certe immagini non si vedano troppo.

Guardando questi palazzoni ridotti a sandwiches, viene da pensare che non tutti i loro abitanti siano riusciti a scappare in tempo prima che tutto (e qui davvero si tratta di tutto) crollasse loro addosso. Chissa’ quanta gente ci sara’ ancora la’ sotto, quanti cadaveri, quanti corpi che non potranno mai essere estratti e di cui nessuno mai sapra’ nulla.  E di solito, quando si cerca di cancellare un luogo, non e’ solo per esigenze di carattere militare, oppure di sopprimere un simbolo. Lo si fa per evitare che la sua gente torni, che si ristabiliscano le condizioni precedenti; insomma, che si instauri un nuovo ordine.

La gente comincia a tornare, vorrebbe tornare; qualche piccolo attivita’ e’ gia’ partita. Le persone che non se ne sono andate o che sono tornate devono mangiare, bere, vivere. Chi aveva una casa in periferia ha modo di abitarci ancora, in centro si occupano i basamenti di alcuni palazzi che hanno resistito un po’ piu’ degli altri, ma c’e’ bisogno di acqua, corrente elettrica; fa ancora freddo. Ci sono autobus che giornalmente riportano i vecchi abitanti di questo rimasuglio di citta’ a vedere se riescono a immaginare dove era la loro casa, ma per ora si tratta di una visita per capire se ci possa essere un’improbabile possibilita’ di ritornare in pianta piu’ stabile.

La citta’ si e’ data un governo che non puo’ che essere provvisorio e di cui fanno pare tutte le componenti dell’ SDF, la coalizione che ha liberato Raqqa ed e’ riuscito a cacciare i fanatici assassini. La componente piu’ rilevante di queste truppe e’ quella kurda, YGP, e le bandiere col sole giallo spuntano sulle rotonde principali e su alcuni palazzi. Ma Raqqa non e’ una citta’ kurda, e’ da sempre araba e la gestione attuale non potra’ rimanere cosi’ com’e’ composta ora. Insomma, il futuro non appare affatto roseo e parlare di ricostruzione da queste parti appare solo pia illusione.

Giusto il tempo di passare tre orette e poi e’ tempo di risalire in auto, ci sono piu’ di quattro ore di strada e il buio non e’ il migliore compagno di viaggio. Prima della partenza, l’ultimo saluto; un botto di una mina che e’ esplosa. Sperando solo che non si sia portata via un altro paio di persone come quella di ieri l’altro.

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