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Mamma li turchi!

Ecco, pare che ora i protagonisti principali della scena siriana siano ora turchi. Ghouma e’ stata praticamente ripresa sotto controllo dalle forze armate siriane (probabilmente anche in seguito ad un accordo con i turchi che hanno fatto da tramite nelle trattative che prevedevano la ritirata di Jaish al Islam) e si attende di capire quale sara’ la prossima mossa delle truppe di Assad. Naturalmente appoggiate soprattutto dall’aviazione russa. Un po’ piu’ a sud, a Daraa, c’e’ ancora un discreto numero di “ribelli” che controllano, appoggiati dagli israeliani, l’area a ridosso del Golan. Che la Siria abbia sempre, tra l’altro supportata da una serie di decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, considerato quel territorio come parte integrante della nazione, non e’ certo un segreto. Che gli israeliani abbiano sempre fatto orecchie da mercante tanto qui quanto in Palestina, e’ altrettanto noto. Che poi, Hezbollah, che ha una sua pesante presenza nel sud del Libano che confina proprio con il Golan e con Israele, abbia le sue pretese ad avere un controllo, magari indiretto, dell’area di Daraa, e’ solo la logica conseguenza di quanto detto appena sopra e frutto dell’appoggio incondizionato, spesso determinante e segnato da perdite consistenti, assicurato ad Assad. Certo, Israele e’ un cliente difficilino, ma nel recente passato, la contraerea siriana (russa) ha abbattuto un F16 israeliano e una volta tanto, Tel Aviv non ha reagito con la solita determinazione. Sono invece diminuiti gli sconfinamenti e i bombardamenti su obiettivi militari siriani da parte, appunto, dei cacciabombardieri con la stella di David. Cosa significhi tutto cio’ si capira’ nel momento in cui la truppe di Assad si muoveranno in quella direzione.

Ecco, un giorno fa, i soliti elemetti bianchi, secondo Repubblica falegnami, studenti etc., hanno denunciato la tanto attesa notizia di un attacco chimico, naturalmente perpetrato dalle truppe governative. Forse il fatto che l’ultimo gruppo di fanatici, pardon ribelli, fino ad oggi si sia rifiutato d firmare la tregua e di consegnarsi al SAA, aveva proprio questa ultima funzione; provocare questa ennesima strage. Poi ci penserenno i media occidentali a convincere la gente su chi sono i colpevoli di questo bel gesto. La prevista sceneggiata e’ gia’ partita. Vedremo che succede.

Ma al di la’ di questo, senza sottovalutarne le implicazioni e potenziali conseguenze, cio’ che e’ piu’ interessante ora, e’ capire quanto succedera’ da qui in avanti nella zona del nord est; Rojava, o meglio NES (North Eastern Syiria). Afrin e’ quasi storia passata, c’e’ piu’ che altro da capire chi ripopolera’ quel cantone, se i kurdi potranno e vorranno tornare nelle loro case, se ci andranno i barboni dell’esrcito Libero Siriano (FSA) assieme ai “deportati“ da Ghouta o Douma, oppure i rifugiati attualmente ospitati nei campi al confine oppure all’interno della Turchia. La zona di maggiore attenzione al momento e’ quella di Mambij, unico lembo di Kurdistan ad occidente dell’Eufrate. A quanto pare, i turchi stanno gia’ spostando truppe in quella direzione e i gruppi di “ribelli” appoggiati da Ankara, hanno gia’ cominciato a farsi vivi con attentati ed incursioni nella zona di Mambij. Segnali chiari sono anche arrivati molto piu’ all’interno del NES, quando alcuni giorni fa i turchi hanno lanciato una serie di confetti praticamente al confine tra Siria e Iraq e Turchia, dove due pontoni installati dal genio rappresentano l’unico punto di passaggio tra le due rive del Tigri che segnano il confine tra il Kurdistan iraqeno e quello siriano. Il traffico non si e’ fermato ma il segnale e’ arrivato piuttosto chiaro. Stessa cosa, ma molto piu’ a ovest, ad Ayn Issa dove alcun ordigni sono stati lanciati verso la base che gli Usa (ad Ayn issa) hanno costruito sul posto e Tel Abiad al confine con la Turchia. Trump, in una delle sue tante elucubrazioni, ha detto che si e’ rotto della guerra in Siria e che da qui a poco ritirera’ le truppe da quell territorio. Che sa poi vero o meno, e’ tutto da vedere, ma ritirarle intanto da Mambij sarebbe forse come dire ai turchi che fin li’ possono arrivare. E per I kurdi si farebbe dura. Oddio, i francesi, che ufficialmente nemmeno dovrebbero esserci, presi dalla foga e dal loro alto senso del ridicolo, hanno immediatamente proclamato che invieranno rinforzi nella zona. Vabbe’.

A quanto pare, gli Usa stanno anche esercitando parecchie pressioni nei confronti dei kurdi affinche’ il loro partito di riferimento (PYD) e la sua emanazione militare (YPG) cambino nome e soprattutto referenti politici. In parole povere, che prendano le distanze dai loro cugini e partiti politici a cui fino ad oggi si sono ispirati, il PKK ed il suo leader (per quanto possa, dal profondo della sua galera sul Bosforo) Ochalan. Ad occhio, un’operazione del genere, parrebbe un tentativo di compromesso che forse i turchi potrebbero persino accetttare, rimanendo sull’altra sponda dell’Eufrate evitando pericolose incursioni all’interno di Rojava che metterebbero in serio imbarazzo i rapporti gia’ piuttosto tesi tra Ankara e Washington. Insomma, addio sogni di gloria e conseguente rientro nei ranghi da parte dei kurdi per l’ennesima volta. L’ideale agli occhi dell’occidente, sarebbe un Kurdistan siriano sul modello di quello iraqeno con cui i turchi hanno ottimi rapporti sia politici che, soprattutto, commerciali. Tanto buoni da fare in modo che Erbil convincesse il PKK che aveva delle basi nei monti degli Yazidi a sloggiare senza tante storie. Se sia questo il destino del progetto Rojava o se ci siano ancora speranze di mantenerne un minimo di originalita’, si vedra’ tra non molto.

Come si dovrebbe vedere a breve se la convivenza tra le truppe miste, ma a maggioranza kurda, delle SDF e la gente, in stragrande maggioranza araba, del sud del NES possa o meno tenere. Le prime avvisaglie che il legame sia piuttosto debole ci sono tutte e le prime lamentele e scaramucce gia’ sono scoppiate. Non ci vuole un genio per capire che questa situazione non terra’ e che la popolazione araba rivendichera’ la propria visione (giusta o sbagliata che sia) delle cose e il diritto di applicarla. La stessa presenza delle truppe Usa e alleati vari non sono viste con eccessiva simpatia e gli Usa sperano su un supporto non solo economico, ma anche in termine di truppe, che i vari emirati, sauditi, giordani dovrebbero sostituire prima o poi quelle statunitensi. Chissa’ se questo progetto prendera’ forma, i dubbi in merito sono parecchi. Tra le altre cose, a sud nella zona di Deir ez Zor, sia da una parte che dall’altra dell’Eufrate, la situazione si sta facendo un po’ caldina e l’Isis torna a far sentire la sua presenza che molti avevano dimenticato. Il principale nemico dei neri, a questo punto sono le milizie che sostengono Assad e il suo stesso esercito. Come casino non e’ davvero male.

Da ultimo, anche se nessuno se ne cura troppo, e magari potrebbe essere meno importante di altre tragedie, e’ che la Siria, ma principalmente Rojava, e’ destinata ad affrontare un’altra crisi. Quella alimentare, visto che quest’ anno le piogge si sono fatte attendere troppo e poi alla fine sono arrivate solo in piccolo quantita’ rispetto alle esigenze dell’agricoltura. Gli immensi campi seminati e coltivati a grano sono disperatamente gialli e le piante stentano a cresscere se non sono gja’ morte. E’ molto probabile che, vista la stagione e la distruzione dei canali di irrigazione, per quest’anno il raccolto sara’ estremamente limitato. Sono infatti pochi, e piu’ ci si reca verso sud e piu’ desolante e’ la situazione, i campi ancora in qualche modo verdi in cui la produzione potra’ essere decente. Gli immensi silos che rompono la monotonia della piattezza del territorio e che si trovano ovunque ci sia uno straccio di citta’, stavolta rimarranno ancora piu’ tristemente mezzi vuoti che negli ultimi anni. Prima della guerra (che di civile ha poco, tra l’altro come tutte le guerre), la Siria produceva 3 milioni e mezzo di tonnellate di grano ed aveva garantita l’autosuffficenza piu’ un’eccedenza di circa un milione e mezzo di tonnellate che finivano sul mercato garantendo valuta pregiata. Nell’ultimo preriodo, la prduzione si aggirava a circa un milione e mezzo (probabilente di meno) di tonnellate; quest’anno sara’ ancora piu’ nera e cio’ non potra’ che ripercuotersi sulle fasce piu’ deboli della popolazione. Che come al solito paga il contributo piu’ alto agli effetti della guerra.

Giusto per non farsi mancare nulla…

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