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Lampedusa über alles!

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Non si può evitare di incontrarsi/scontrarsi con l’argomento che riempie le prime pagine di tutti i quotidiani e media in questi giorni. Lasciare passare qualche giorno favorisce l’analisi meno emotiva. Certo, le dimensioni che la tragedia ha assunto questa volta, sembra (ed è il caso di mantenere il dubbio) essere davvero eccessiva anche per il provato disinteresse che noi italiani (non solo, certo) dimostriamo nei confronti del fenomeno migratorio e le sue terribili conseguenze. Andrebbe comunque detto che di disgraziati morti annegati nel canale di Sicilia ce ne sono praticamente ogni giorno o quasi. Basterebbe degnare di un minimo di attenzione a quelle notizie che normalmente vengono relegate nelle pagine interne dei quotidiani e mai come aperture dei vari telegiornali, per rendersi conto che questo scempio si svolge in modo metodico senza suscitare le reazioni commosse e sentite delle autorità.

Verrebbe la voglia stavolta di aggirare l’inevitabile e parlare di altro ma, appunto, è inevitabile cascarci dentro. A me, personalmente, tutto questo indignarsi, risentirsi, queste commemorazioni di facciata, fanno un po’ senso e schifo. Ora tutti scoprono l’inumano meccanismo che porta decine di migliaia di persone ad affrontare rischi che non conoscono e neppure immaginano, pur di arrivare a vedere se esiste una vita diversa e magari migliore rispetto a quella a cui sono altrimenti relegati.

Non so, forse sarebbe necessario rendersi conto di persona delle condizioni in cui quegli stessi che affogano e che altri più fortunati (?) vivono o provano a vivere nei loro luoghi di origine. Le stesse, ma ulteriormente aggravate da siccità, alluvioni, guerre, condizioni di libertà negata, che spingevano i miei (non so se posso dire nostri, ma miei di certo) a mettere assieme quattro stracci e partire in cerca di un lavoro che potesse garantire, se non a loro, almeno a noi figli una dignità di vita diversa e migliore. Forse potrebbe servire, appunto, avere provato anche se indirettamente il significato di emigrare a capire che il mondo alla fine non è cambiato granché e che gli stessi problemi si sono semplicemente spostati da un’altra parte del pianeta. Forse, ma non certamente, visto che noi stessi, popolo di emigranti fino a qualche decennio fa, non siamo in grado di tracciare ovvi paralleli e trattiamo coloro che arrivano come invasori. Allo stesso modo di quelli che nel passato appendevano i cartelli sulle porte dei loro locali con la scritta: “vietata l’entrata ai cani e agli italiani”. Come quando l’italiano era nella migliore delle ipotesi, un “maccaronì, un mafioso, uno sporco, un ladro di lavoro” e indegno di equivalere ad uno svizzero, un francese, un tedesco. Pare invece che l’equazione che vale sia quella secondo cui, visto che noi abbiamo patito quelle pene, è normale e giusto che chi arriva ora da noi subisca altrettanto. E noi comunque eravamo diversi.

Rimane il fatto che ci sono miliardi di persone che si trovano in condizioni di estrema necessità e non sarebbe male comprenderne bene il motivo. Naturalmente il discorso si farebbe lungo, anche se non eccessivamente complicato. Se ci sono, mettiamo, un miliardo di esseri umani che vivono a scapito degli altri, è chiaro che i rimanenti cinque miliardi dovranno pur trovare il modo di sbarcare il lunario. Che poi tra questo miliardo ce ne siano solo una decina di milioni che si sbafano quasi tutto alla faccia non solo dei cinque miliardi, ma anche degli altri novecentonovanta milioni di quasi fortunati, è un dettaglio che andrebbe considerato.

In parole povere, se uno per campare fa una fatica bestia e forse nemmeno ci riesce, cos’altro gli rimane se non mettere assieme quattro stracci, vendere per due lire ciò che possiede e vedere se da qualche parte ci sia almeno la possibilità di mettere assieme un paio di pasti in modo tranquillo? Ed è così che è costretto a mettersi nelle mani degli unici che sono in grado di poterlo portare in questo agognato posto.

L’Africa, è da lì che arrivavano quei disgraziati che ci hanno rimesso le penne l’altro giorno, rappresenta un bacino potenzialmente enorme di gente che cerca un minimo di fortuna dove presume questa fortuna ci sia. Che poi si debba chiamare proprio fortuna e non diritto, è altro argomento che meriterebbe un minimo di discussione. Sarebbe bene non dimenticare anche il fatto che da quel continente, da millenni, i popoli cosiddetti evoluti hanno pensato bene di importare milioni di indigeni (che poi sarebbero i suoi abitanti) nel mondo “civilizzato” bisognoso di mano d’opera. Naturalmente gratuita. Non è cambiato molto da allora, nemmeno sono cambiate le necessità; cosa c’è di meglio di avere a disposizione manovalanza a buon mercato e che non abbia la possibilità di discutere le condizioni in cui deve lavorare? E dunque non raccontiamoci balle, questi fenomeni hanno perlomeno due aspetti complementari: uno, la necessità di molti di trovare di che vivere; due, quella di pochi di sfruttare quei molti senza inutili discussioni e con la possibilità di dar loro un piede nel culo nel momento in cui non se ne senta più la necessità.

Come si vede, neppure la condizione di sudditanza totale degli uni rispetto agli altri è poi cambiata; lo schiavismo si è, diciamo, ammodernato. Tant’è che spesso addirittura le vie attraverso cui si viaggia sono le stesse; quelle percorse dagli schiavisti europei nei bei tempi andati. Mi è capitato in un recente passato di trovarmi in un posto in Darfur il cui nome è Mellit. C’era e c’è tutt’ora un re a Mellit a determinarne l’importanza, uno dei posti chiave delle vie battute dagli schiavisti dei tempi andati; quella che va dall’Alto Nilo verso il Mediterraneo. Ora, è attraverso, non solo ovvio, la stessa strada (strada si fa per dire) che i nuovi mercanti portano i nuovi schiavi fino in Libia o in Egitto. Un percorso che si svolge in mezzo a zone desertiche e con mezzi spesso improvvisati; il pericolo non comincia quando ci si imbarca nelle “carrette del mare”, ma molto prima. Il deserto è pieno di cadaveri di poveracci la cui identità mai sarà determinata e che a nessuno interessa. Gente che arriva soprattutto dal Corno d’Africa, posticino (una regione in realtà enorme) non esattamente tranquillo e dove siccità (molte) e alluvioni (poche ma buone..) si alternano con l’inframmezzo di, che ne so giusto per citarne una, invasioni delle locuste che in pochi giorni si divorano tutta la fatica di mesi. Il tutto condito con continue guerre e governi dittatoriali o improbabili. Gente cui non gliene fregherebbe molto di lasciare i luoghi in cui è nata e vissuta e in cui rimangono affetti, storia, vita che volentieri si terrebbero stretti. Non è che l’Africa, e tutti gli altri posti da cui si emigra, sia piena di bontemponi che non vedono l’ora di mollare tutto e partire per il mondo “civile” così, perché gli gira in quel modo. È che in quei posti è difficile immaginarsi un futuro, sia per sé che soprattutto per i propri figli. E dunque, a malincuore, si parte.

Sono figlio di emigranti; della famiglia di mio padre, solo uno dei nove fratelli è rimasto in zona, gli altri si sono sparsi tra Francia, Svizzera e Milano, anche loro in cerca di qualcosa che qui non c’era. Anche loro convinti che un giorno sarebbero tornati, appena possibile. Di tutti solo mio padre e solo probabilmente perché qui aveva sempre lasciato la sua famiglia è riuscito a mantenere i suoi propositi. Ricordo bene, nell’era in cui internet era nemmeno pensabile e persino il telefono un lusso impossibile, ciò che ci scriveva. Della vita di merda che doveva sorbirsi, delle liti con i “tedeschi” che naturalmente avevano i posti migliori rispetto ai migranti e che lo trattavano come un essere inferiore. Del continuo pensare a casa, perché solo così poteva tenere stretta la voglia di tornare. Chi parte, in genere, lo fa con il desiderio di tornarsene appena le condizioni, siano economiche o di sicurezza, lo possano permettere; mica gliene frega di vivere in un posto che non sente suo. Poi succede magari che uno è costretto a farlo, ma mai si parte senza la voglia e la determinazione a tornare. E comunque sia, quel lavoro gli ha permesso di crescere una famiglia e al Paese che l’ospitava di divenire una nazione moderna ed economicamente forte.

Certo, chi dice “aiutiamoli a casa loro”, non dice una cazzata. Il problema è che l’aiuto non può corrispondere alla carità, al massimo alla pietà. Aiutare significa dare a tutti le stesse possibilità di vivere dignitosamente, significa non depredarli delle enormi risorse dei posti in cui vivono per lasciare in cambio devastazione, inquinamento, corruzione, leggi di mercato da strozzinaggio. Si predica il libero mercato, ma il mercato non è né sarà mai libero. Tantomeno per loro. Altro che balle!

Aiutarli a casa loro, significa non andarli a bombardare appena quelli provano ad essere un minimo indipendenti nelle decisioni e autonomi nello sfruttare le proprie risorse. Con la scusa che sono governati da qualche “dittatore” che fino a qualche tempo prima andava benissimo perché faceva gli interessi di chi lo sosteneva. E poi è chiaro che dai e dai uno finisce per andarsene, costi quel che costi. E dove diavolo dovrebbe andarsene se non dove qualche speranza in qualche modo ci sarà.

Tra le altre cose, faremmo meglio a sapere che non siamo gli unici che “subiscono” i flussi migratori; esiste una migrazione interna nei continenti africani o asiatici che noi nemmeno immaginiamo. Per dire una, la Libia prima della guerra ospitava e dava lavoro a centinaia di migliaia di persone che arrivavano da tutta l’Africa sahariana e del Sahel. Dove pensiamo andrà quella gente. Se ne tornerà a casa (sempre ammesso che ne abbiano una) o dove potrà continuare a coltivare una speranza?

Aiutarli a casa loro non significa affidare la “cura” solo alle organizzazioni internazionali che poco (e spesso male) possono fare. Significa riconsiderare tutto il “modello” su cui il nostro bel mondo si regge. Oppure rassegnarsi al continuo ed inevitabile flusso di persone che non si porranno il problema del come, e nemmeno del se andarsene da qualche altra parte. Ci andranno in ogni caso perché saranno costrette a farlo. E ciò comporterà problemi che nessuno sa come affrontare, soprattutto quando questo fenomeno non farà altro che scatenare una guerra fra poveracci; fra chi arriva senza nulla e chi in quel posto ha già poco e deve combattere per avercelo. Le belle parole che si sentono in questi giorni sono stonate e vuote, suonano come inutile e dannosa retorica che lascerà il tempo che trova e sparirà fino alla prossima emergenza. Come se ce ne fosse una e non si vivesse invece in continua emergenza.

Questo fenomeno, vale la pena ripeterlo, non illudiamoci, non è di facile gestione e non credo ci sia una ricetta salvifica che può risolvere tutto magicamente. I migranti possono essere (e lo sono) una risorsa, ma la loro gestione rappresenta anche un problema che non può essere affrontato e risolto da un Paese solo. C’è estrema necessità di una politica comune, almeno europea, che capisca il fenomeno ancora prima di affrontarlo. Ma è indispensabile comprendere che senza un cambiamento radicale del nostro vivere e del modello che abbiamo assunto, non ci saranno speranze che cambi qualcosa; nel frattempo non rimane che trovare una via comune per accogliere umanamente chi è arrivato e chi inevitabilmente arriverà. Naturalmente cercando di evitare guerre fra poveri.

 

Capiamoci anche soprattutto su un altro punto; sperare di fermare questa gente con mezzi di “trattenimento” forzato, pattugliando le coste del nord Africa e le nostre frontiere è pia illusione. Solo i nostri illuminati politici possono riuscire a pensarlo, e appunto questo è il problema.

Bruno Tassan Viol

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1 Comment

  1. Francesco Cecchini ha detto:

    Concordo sostanzialmente con il contenuto della nota. Un sola ossevazione, premettendo che conosco un po’ l’ Africa e non da turista. Non solo l’ Europa, ma anche l’ Africa deve cambiare il modello socio economico esistente. Coloro che in passato ci hanno provato, Patrice Lumumba e Thomas Sankara sono stati purtroppo eliminati. Di questo cambio hanno bisogno i popoli africani non certo di aiuti, cooperazione, volontariato od altro. Ed il gioco e’ nelle loro mani.

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