Eid Mubarak
16 giugno 2018
Sabbie mobili
24 luglio 2018

Il silenzio degli innocenti

Viene  da pensare a quel gran film di ormai un’ era fa di Jonathan Demme, un po’ perche’ la Siria da un po’ non appare piu’ tra i titoli dei giornaloni internazionali e la stessa situazione in questo posto potrebbe essere riferita in qualche modo al processo di trasformazione ben congegnato nel film.

Forse tutto il casino di qualche mese fa quando il governo locale doveva espiare le colpe di un ipotetico attacco chimico portato nella zona di Ghouta che aveva fatto inorridire il mondo intero, e che si e’ rivelato un coup du theatre, fa si’ che ora sia meglio dimenticare la sceneggiata che ha portato ai bombardamenti dei giusti (per natura, ovvio) della coalizione. O forse perche’ in realta’ se la gente crepa sotto le bombe da queste parti non gliene frega ‘na minchia a nessuno; probabile che ora la Siria molesti le menti di noi cittadini occidentali ormai proiettate verso le meritate ferie.

Qui pero’ la guerra continua e lo fa in tutte le sue perverse forme. Partiamo dal sud, zona di Daraa, dove una delle ultime sacche di cosidetti ribelli (una mescolanza di farabutti legati sia ad Al Qaeda che all’Isis) e’ sotto attacco da parte dell’aviazione siriana e russa e delle relative artiglierie. L’annunciata operazione di terra nel frattempo e’ partita e la parte piu’ orientale della sacca sta cadendo villaggio dopo villaggio sotto il controllo governativo. L’area e’ di estremo interesse sia strategico che “politico”. I ribelli di cui poc’anzi, sono sempre stati ben accettati, riforniti e curati in primis da Israele e poi da Giordania e Stati Uniti; direttamente e indirettamente. La zona e’ quella confinante con il Golan occupato e dunque di estrema delicatezza per gli equilibri esistenti soprattutto tra Siria e, appunto, Israele.

Per ora le minacce arrivate sia dal paese della stella di David che da quello a stella stelle e strisce relative ad una pesante risposta in caso di combattimenti nella regione, sono rimaste a livello  verbale e limitate ad un rifornimento di armamenti ai signori per bene di cui sopra. Ora, magari e per evitare che qualcuno interpreti alla cazzo, sara’ bene precisare che in questo pezzo di terra, come in ogni altro, non ci sono solo pagliacci pericolosi con la barba lunga e con la voglia di tagliare la gola al primo che passa; purtroppo ci sono anche persone che non avrebbero alcuna voglia di condividere la loro sorte con questa gentaglia, ma che si trova in mezzo alle bombe perche’ quella terra occupata e’ casa loro. Ci sono sempre vissuti e probabilmente vorrebbero pure rimanerci vivendo in pace. Si chiamano vittime collaterali e rappresentano le vere vittime di tutte le guerre, non solo di questa. Crepano a manetta, purtroppo e probabilmente piu’ dei combattenti; che pero’ spesso li costringono a rimanere intrappolati e ad accettare una vita e regole che altrimenti mai vorrebbero avere imposte. Si tratta sicuramente anche di persone che prima di essere vittime di questa guerra, erano vittime del governo. Detto cio’, e come si e’ visto spesso da queste parti e in situazioni simili, una volta liberati dal giogo dei barboni, hanno dimostrato di accettare di buon grado la presenza delle truppe governative, viste come liberatori da una situazione peggiore di quella precedente la guerra.

Peraltro, proprio per evitare massacri inutili, spesso accade che prima di passare alle bombe e ai conseguenti macelli, vengono effettuati tentativi di convincere i “ribelli” ad arrendersi e deporre le armi. E’ accaduto spesso che alcuni tra i combattenti, quelli meno esaltati e che hanno accettato quelle condizioni, siano rientrati nei ranghi dell’esercito regolare e contribuito a liberare aree ancora sotto il controllo dell’Isis (vedi Yarmouk). Se l’accordo non viene definito ed accettato, arrivano i bombardamenti pesanti e li’ non c’e’ spazio per distinzioni tra combattenti e civili.

Comunque sia, se fino ad oggi Israele e Usa non hanno ancora mantenuto le promesse di intervenire direttamente a Daraa, significa che un compromesso con la Russia e’ stato almeno imbastito. Probabilmente prevede che iraniani e Hezbollah non partecipino direttamente alle operazioni e che soprattutto non possano avere basi da quelle parti. Vedremo se questo possibile accordo terra’; per ora la riconquista di tutta la sacca e nonostante gli armamenti dei “ribelli” non dovrebbe avvenire troppo tardi. Questione di settimane probabilmente.

E’ interessante nel frattempo, analizzare cio’ che sta avvenendo in un altro quadrante della regione, la zona di Der ez Zor. Zona desertica orientale della Siria che potrebbe apparire, in quanto deserto, quasi insignificante. Invece da qeste parti avvengono fatti piuttosto interessanti, che fanno capire quali sono le parti e gli obiettivi in causa e a quale gioco si stia giocando. Partiamo dal fatto che sia dalla parte occidentale che orientale dell’Eufrate ci sono due grosse sacche di cio’ che rimane in pratica dell’Isis; poi mettiamoci che i campi petroliferi di Omar rappresentano la potenziale produzione dell 80% del crudo e del gas siriano (le due cose sono probabilmente conseguenza l’una dell’altra); mettiamoci pure che quella zona rappresenta anche il confine tra Siria, Giordania e Iraq e che giusto dove i confini si incrociano c’e’ ancora un’altra sacca controllata da affiliati ad Isis e Al Qaeda e c’e’ una grossa base USA (Tanf). Una delle arterie pricipali del paese, quella che collega Damasco a Baghdad, principale via di comunicazione noche’ essenziale via di scambio economico tra i due paesi, passa proprio di la’. Dire che avere il controllo di quell’area sia decisiva dal punto di vista strategico pare un’ovvieta’. Infatti, forse non ancora, ma una volta risolta la questione Daraa sicuramente, questo sara’ il prossimo ed inevitabile obiettivo del SAA (esercito siriano). Nel frattempo in ogni caso, le coose qui si stanno muovendo; gli iraqeni, forse anche perche’ anche a Baghdad le cose si stanno rapidamente evolvendo, si sono un po’ rotti di avere i barboni tra i piedi visto che rappresentano comunque una minaccia alle citta’ iraqene. Non sono isolati i casi di attacchi dell’Isis in vari luoghi dell’Iraq, da Kirkuk a Soulemania e dintorni. Le stesse trupppe del SDF (quella a maggioranza kurda siriana e sostenute dalla coalizione) sono state costrette ad accettare i bombardamenti sulla zona occupata dall’Isis, dell’aviazione iraqena che e’ intervenuta ripetutamente anche al di la’ del confine siriano. Segno evidente di un accordo discusso e raggiunto con Damasco (e con i russi). E del rafforzamento delle relazioni tra le due parti.

Non solo, ma l’abbattimento di un elicottero russo, un Ka 52, uno degli elicotteri piu’ affidabili al mondo, ipercorazzato, fa capire quanto dietro ai “ribelli” ci siano gli Usa che hanno sempre permesso non solo ai loro alleati  del FSA (esercito libero siriano formato da salafiti) di avere armamenti notevoli (l’elicottero e’ stato probabilmente abbattuto da un missile) ma di garantire alla sacca occupata dall’Isis appena piu’ a nord, tutti i rifornimenti necessari alla sopravvivenza di quella gentaglia. E’ possibile che il mezzo russo sia stato abbattuto in quanto aveva scoperto come tali rifornimenti avvenivano. La zona e’ totalmente desertica e priva di possibilita’ di qualsiasi approvvigionamento persino di acqua. Sarebbe simpatico entrare nell merito del meccanismo, ma oltremodo lungo. Infatti, una delle prime vittorie dell’esercito siriano in questi giorni, e’ stata l’occupazione di una fascia di territorio che di fatto taglia fuori i possibili passaggi di rifornimenti tra una sacca e l’altra. La stessa decisione di intervenire da parte degli iraqeni mette ora sotto pressione la coalizione, che fino ad oggi ha sempre usato lsis e compagnia briscola in funzione antigovernativa, costringendo gli alleati del SDF all’intervento, per quanto piu’ di facciata che di peso. Da segnalare, secondo fonti ormai troppe e diversificate per risultare false, la presenza di truppe di terra italiane al fianco dei combattenti nelle operazioni anti Isis nel nord est della Siria. Pare che nessuno abbia nulla da dire in proposito.

Pare anche che secondo fonti normalmente ben informate, gli israeliani, un Hercules C 130 inglese si sia schiantanto un mesetto fa da queste parti durante una missione “coperta”, una delle probabilmente tante che avvengono in zona. Tipo i bombardamenti che hanno ucciso almeno una cinquantina di combattenti pro Assad di una decina di giorni fa che nessuno ha rivendicato, ma che gli Usa hanno fatto capire essere stati eseguiti da Israele. Un bel casino, niente da dire. E siamo solo all’inizio, almeno qui.

Per finire, non e’ da sottovalutare cio’ che sta avvenendo nella parte kurda della Siria.

Qui forse le cose si fanno ancora piu’ interessanti. Intanto, YPG (esercito kurdo siriano) si sono ritirati da Mambij senza tante storie e troppo chiasso. Cosa succedera’ li’ e’  ancora tutto sa scoprire e molto dipendera’ da quanto ancora piu’ potere ha acquisito Erdogan dopo le recenti elezioni. Per ora si limita a bombardare pesantemente le postazioni del PKK in Iraq. Poi si vedra’ da queste parti.

Indi, e quasto e’ ancora piu’ interessante, non e’ piu’ un segreto che ci siano contatti diretti tra la Self Administration che governa il NES (Nord East Syria) e il governo siriano. Questi contatti ad alto livello non possono che avere in discussione il futuro non solo di questa regione, ma di tutta la Siria (che da questa regione economicamente dipende) che non puo’ pensare ad un suo futuro se amputato di quest’area. Pare anche che alcuni punti siano gia’ stati condivisi, tipo togliere dale strade tutti i manifesti di Apo Ochalan, degli “eroi” kurdi morti in guerra le cui foto arredano i viali di tutte le citta’. Si tratta di simboli, certo, ma importanti e da qualche parte la rimozione e’ gia’ in atto. Il PYD dovra’ cambiare riferimenti poliici come anticipato tempo fa e richiesto espressamente anche dagli Usa. Il futuro probabilmente prevedera’ un’autonomia non si sa quanto ampia, pur sempre pero’ all’interno dell’unita’ del paese, ma i sogni di gloria di una possibile, in realta’ mai dichiarata e sempre negata, volonta’ di indipendenza che nonostante tutto molti qui coltivano, pare del tutto tramontata. C’e’ da sperare che almeno quanto seminato nel frattempo in termini positivi, ruolo della donna, partecipazione dal basso, riferimento ad una forma di governo sociale, per quanto sino ad oggi applicati in forma piu’ che altro sperimentale, si possano mantenere e auspicabilmente evolvere.

Che Damasco da queste parti cominci a fare la voce grossa, e’ confermato dal fatto che a Qamishlo, citta’ all’estremo nord est e parzialmente controllata dai governativi, un convoglio militare Usa che aveva tentato di forzare i posti di blocco siriani (nel senso di fedeli all’esercito di Assad) sia stato bloccato e rispedito indietro senza che ci siano state conseguenze. Emblematico anche, ma sotto altri punti di vista, il fatto che negli ultimi 15 giorni e sempre a Qamishlo, 3 occidentali (2 in un caso e 1 nel secondo) e 3 locali che li accompagnavano, siano probabilmente stati arrestati in quanto pare avessero oltrepassato la linea di demarcazione tra le due fazioni, una linea che in molti punti della citta’ non e’ facilmente identificabile e che fino ad oggi era stata interpretata con una certa elasticita’. Ad oggi dei 6 giovanotti non ci sono notizie precise. Anche senza una diretta ammissione da parte di Damasco (in realta’ una volta dicono si’ poi no, che non c’entrano.. poi si’ di nuovo) il segnale pare chiaro.

Forse da ora si apre un capitolo nuovo per questo paese, sempre ammesso che non ci siano altri colpi di coda non del tutto impossibili, visti gli attori in scena.

Docbrino

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.