Brevi di cronaca.
4 febbraio 2014
Ucraina e dintorni
2 marzo 2014

E’ nata una stella, ma non pare brillare troppo

Want create site? Find Free WordPress Themes and plugins.

Ho sempre sostenuto che l’elemento che piu’ mi ha spinto a scegliere (forse, per caso ad incontrarlo) questo lavoro, e’ stata la curiosita’. Quella di cercare luoghi e persone diverse rispetto alle quali ero abituato e che posso definire miei, di cercare di capire da piu’ vicino cos’e’ la guerra e gli effetti devastanti che riesce a produrre. Capita che la curiosita’ possa portare piu’ lontano da quanto immaginato e che i suoi confini non si riescano ad indentificare preventivamente. E capita dunque di trovarsi a ragionare su questioni piu’ grandi di se’ e provare ad immaginarne i limiti.

Succede che ci si chiede anche com’e’ che nasce un Paese nuovo, quali sono le ragioni per cui ad un certo punto si decida che quella che era stata la realta’ per un certo numero di anni, non vada piu’ bene ed abbia necessita’ di essere modificata. La ragioni storiche, quelle legate ad una certa identita’ anche culturale e che poi vengono definite etniche o piu’ volgarmente di razza, sono quelle che piu’ immediatamente saltano all’occhio. E’ chiaro che per uno abituato a vivere all’interno di una certa cerchia in cui abitudini e usanze, magari la stessa lingua sono condivise, sia piu’ facili identificarsi con il resto della gente con cui queste normalita’ sono comuni. C’e’ da ricordare che, rimanendo nell’ ambito in cui mi trovo, il recente passato, quello coloniale e la successiva definizione dei confini, non hanno tenuto in debito conto queste realta’ in cui i riferimenti  identitari erano (e sono) ancora piuttosto arcaici e dunque quelli imposti, difficili da accettare.

Cio’ non poteva fare altro che creare tensioni e problemi che da queste parti generalmente si risolvono alla spiccia, rompendosi le ossa a vicenda. Che poi l’idea diffusa che tale suddivisione dei territori fosse del tutto stata fatta alla cazzo e non invece con fredda predeterminazione, lascia perlomeno qualche dubbio. Basterebbe ricordarsi di qualche vecchio detto e si realizzerebbe che se si vuole controllare, imperare, allora e’ meglio dividere. Ma si tratta ovviamente di dettagli che qualcuno definisce irrisori. La durata di un impero si misura sulla sua lungimiranza e fino ad oggi c’e’ da dire che, purtroppo, l’impero tiene. Forse significa che le cose all’epoca, naturalmente dal punto di vista di chi le ha fatte, sono state congegnate bene.  La sudditanza culturale a cui abbiamo sottoposto un intero continente mescolata alla peggiore delle tradizioni tribali esistenti, ha fatto il resto. Per sintetizzare: con le toppe alle mutande, ma con il telefonino e pronti a dare la colpa dei propri guai ai vicini di casa.

Tornando comunque a noi e allo Stato piu’ giovane del pianeta, un Paese che vive generalmente sprofondato nella miseria dilagante, bisogna dire che il Sud Sudan qualche sorpresa la propone. E’ un Paese ricco di petrolio, il terzo dell’intera Africa dopo Nigeria e Angola; il fatto e’ che questa ricchezza, a causa di problemi gia’ visti precedentemente, rimane potenziale e non puo’ essere pienamente espressa. Non si capisce dunque, da dove arrivino fondi e finanziamenti consistenti e quale sia il motivo per cui vivere a Juba costi quanto a Roma.  Non tutto allo stesso modo, ovvio, ma se vuoi affittare casa qui, devi essere pronto a scucire cifre che ,se paragonate alla qualita’ che viene garantita, sono folli. Per dare un esempio, la  casa in cui abitiamo io e I colleghi che si’ ha 9 camere ma una cucina e una sala in uno spazio piuttosto ristretto, ci costa 6.000 dollari al mese. Naturalmente lo standard qualitativo per qui puo’ essere considerato alto, ma i materiali sono quelli che sono. E neppure e’ tra le piu’ care. Gli alberghi decenti partono dai 150 dollari in su’. Un kilo di pomodori fa 2 dollari.  Gli investimenti sono praticamente tutti stranieri; naturalmente tutto deve passare attraverso un sistema burocratico complesso (e cosi’piu’ facilemente coruttibile) che arricchisce chi lo gestisce e si respira forte un’aria di riciclaggio di denaro per cosi’dire, poco pulito.

Da dove arrive questo denaro si puo’ naturalmente solo ipotizzare, ma la logica segue sempre un suo senso  razionale. A Juba si puo’ trovare di tutto in modo relativamente facile, la colonia dei somali, come quella degli etiopi ed eritrei e’ consistente e monopolizza quasi tutti i business piu’ consistenti. Qualcuno sostiene che i collegamenti con la famosa pirateria somala siano robusti e diretti; se si pensa all’abbondanza di merci che quel sistema malavitoso origina, la disponibilita’ economic a che ne deriva e la si collega con la facilita’ di investirla senza grandi problemi di doverne dimostrare l’origine, si puo’ pensare che tali chiacchiere non siano poi lontane dalla realta’.

Ci sarebbe poi, se si vuole, da rilevare l’entita’ del traffico di essere umani che attraversa tutto il Corno d’Africa (ma da qui deve passare) per poi sfociare nei porti del Mediterraneo. Ultimamente gli sbarchi in Italia coinvolgono, oltre ai siriani in fuga, sempre piu’ gente originaria di quest’area, e la quantita’ di soldi che smuove questo mercato (pare brutto definirlo cosi’, ma cosi’ e’), si capisce che altri capitali ingenti devono essere lavati alla svelte e senza tante storie. Dunque, oltre ad un Paese di passaggio obbligatorio, come si diceva, il Sud Sudan e’ una specie di lavatrice industrial per tutto cio’ che concerne questo traffico. Ecco dunque che rimanere al potere diventa essenziale se si vuole intascare la propria parte e poi trasferirla in conti segreti o cifrati di qualche paradiso fiscale. Ed ecco che si scatenano lotte per riuscire a mettere le mani su questo colossale affare. Ed ecco che ci si mena alla grande.

Ci sarebbe da spendere qualche parola in piu’ sulla realta’ del traffico di esseri umani, perche’ prende sempre piu’ consistenza la macabra ipotesi che non si tratti solo di esseri umani quasi vivi e quasi vegeti, ma di altri meno fortunate che finiscono come pezzi di ricambio per noi (noi?) ricchi occidental e spesso afflitti dai mali tipici dell’opulenza. Se il filtro non funziona piu’, se il carburatore fa le bizze, bisognera’ pure trovare un meccanico disponibile, ma soprattutto le parti da sostituire, no? E li’ il prezzo cresce….

Naturalmente per ora non si affronta l’indotto che la presenza massiccia del circo umanitario crea e quanto di questo notevole budget rimane appiccicato alle solite mani. Questa e’ altra storia.

Il fatto che poi a gestire le sorti dei Paesi come questo, siano sempre dei gaglioffi pronti a svendere la loro nazione e il loro popolo e a farsi le scarpe tra di loro, arriva per le potenze internazionali come il cacio sui maccheroni. Se uno scassa troppo la minchia, allora diventa non piu’ un prezioso alleato alla lotta a non si sa che o chi, ma un impresentabile criminale che non si puo’ piu’ sostenere. Dunque? Ma dunque c’e’ il Tribunale Criminale Internazionale. Ma per chi si pensava fosse creato un organismo del genere? Avete mai visto denunciato qualche elegante criminale bianco, di un Paese ricco e occidentale? Eppure crimini e criminali di auesto tipo certo non mancherebbero e c’e’ qualcuno che a denuncialri ci ha provato; quelli che in qualche modo si sono sempre opposti “all’umanitarieta’” della guerra. Nessuno ci ha mai preso in seria considerazione.

No, questo organismo ha tutt’altra funzione o finzione che dir si voglia. Serve a scaricare gli insostenibili una volta che non si possono piu’ reggere.  E da chi e’ comandato, direttamente o indirettamente? Ma da chi non l’ha mai riconosciuto per paura che qualche pazzariello si metta in testa di farlo funzionare come dovrebbe. Gli Stati Uniti, che solitamente sono quelli che denunciano i criminali e che li vogliono portare davanti al tribunale, non hanno mai firmato la convenzione internazionale che creava l’ICC. Gli Stati Uniti, come tante altre potenze che perlomeno nemmeno si preoccupano di risultare fintamente presentabili, lo adoperano pero’ per togliersi dale balle, e sostituirli con persone a loro piu’ congeniali, quelli che non stanno piu’ ai patti. E questo tribunale rappresenta una bella spade di Damocle sulla testa di chi non deve comandare ma eseguire; pena, appunto, il tribunale! Un meccanismo perfetto, come perfetto e’ il sistema di controllo dei conti off shore (sono balle quelle che ci raccontano che non si riescono a rintracciare) che in qualsiasi momento possono essere bloccati da chi ne ha la possibilita’.  E coloro che ce l’hanno, ovviamente sono sempre gli stessi.

Anche per questo a volte e in nome del diritto all’autodeterminazione, di per se’ sano, possono nascere i nuovi Paesi. Proviamo a rinfrescarci la memoria recente e pensare al Kosovo; non sara’ il Sud Sudan, maaa….

Auguri ai nuovi nati e ai loro abitanti.

Bruno Tassan Viol

Did you find apk for android? You can find new Free Android Games and apps.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *