DAL NOSTRO AGENTE A DAMASCO – Refugium peccatorum
14 ottobre 2018

DAL NOSTRO AGENTE A DAMASCO – Il sud ovest del nord est

Dove il sud ovest e’ rappresentato dalla regione o governatorato di Deir ez Zor, e il nord est e’ la Regione della Siria sotto il controllo della coalizione e spesso erroneamente interpretato come Rojava. E dove invece Rojava, che poi sarebbe anche letteralmente l’ovest del Kurdistan, non e’ altro che una piccola fetta della Regione. Deir ez Zor, invece, e’ una della regioni piu’ interessanti di tutto il paese ed attualmente uno dei posti dove maggiormente si menano le mani.

Il fatto che in quest’area ci siano i campi petroliferi e gassiferi piu’ importanti della Siria (Omar), non e’ ininfluente a renderla vitale per qualsiasi ipotesi futura; il fatto che qui ci siano ancora le sacche piu’ resistenti dell’Isis, pare difficilmente dissociarsi dalla presenza di tali risorse.

Ormai da mesi e’ in corso un’offensiva della coalizione che mira a liberare il territorio di Deir ez Zor, quello ad est dell’Eufrate perche’ la citta’ di  Deir ez Zor e’ ad ovest, dalle milizie del califfato, milizie che nel passato erano state fatte uscire da Raqqa e scortate fino a qui attorno. Non si sa mai, e fino ad ora questi fanatici a controllo dei pozzi hanno fatto pur sempre comodo, come fa comodo poi reiventarseli come nemici e cercare di cacciarli dale tane dove stanno e tenersi le risorse a propria disposizione. L’offensiva va pero’ a rilento e seppure il numero (qui le cifre sono difficilmente controllabili) dei morti tra i barboni appaiano elevati, l’impressione che si riceve dall’andamento dei combattimenti, e’ che piu’ che eliminare realmente questa gentaglia, si cerchi di farla andare verso sud ovest, al di la’ dell’Eufrate, dove c’e’ un’altra sacca dell’Isis che da’ ancora filo da torcere ai governativi. I tentativi di riconquista del territorio in mano al califfato (cio’ che miseramente ne rimane) da parte delle truppe di Assad sono piu’ complicati del previsto; il terreno vulcanico offre molti rifugi a questi topi di fogna che pare abbiano ancora a disposizione sia viveri che armi anche sofisticate e che hanno una certa facilita’ a difendersi. Il fatto che da quelle parti ci sia anche, appena sotto Al Tanf, una base USA, da’ da pensare che i rifornimenti che i barboni ricevono arrivino proprio da chi dice di essere li’ a combatterli.

Li’ vicino c’e’ anche un’area controllata dai cosiddetti ribelli, una miscela di pessimi soggetti alleati di quegli stessi elementi che 17 anni fa hanno demolito le torri gemelle seppellendo circa 3000 cittadini prevalentemente Usa facendo scatenare un macello in Medio Oriente, tra l’altro previsto e programmato gia’ da anni, di cui la guerra in Siria non e’ altro che una conseguenza. Ecco, proprio con questi stessi elementi da circa 20 giorni, gli Usa stanno esercitandosi con i loro idioti, ma estremamente utili, giochini di guerra. Gli esperti Usa, consiglieri si dice per evitare di definirli fanatici istruttori di tecniche di guerra e massacro, stanno formando ed, appunto, istruendo alle tecniche piu’ efficaci questi solenni lazzaroni; sarebbe interessante sentire i commenti di coloro che hanno perso famigliari ed affetti sotto le macerie delle torri. Naturalmente dovrebbero essere almeno informati su quanto qui succede, ma sappiamo in che stato comatoso si trovi l’informazione

Comunque, e tornando a Deir ez Zor, e al di la’ del petrolio e gas, questa regione e’ decisamente piu’ malmessa rispetto al resto del NES. Basta darsi un’occhiata attorno per capire che la gente non se la passa troppo bene da queste parti. Se i kurdi hanno patito la loro parte di emarginazione, soprusi e negazione dei diritti, i sunniti che qui sono la stragrande maggioranza della popolazione non se la sono certo passata meglio. Non  a caso qui il califfato e i suoi seguaci hanno trovato terreno fertile e anche una discreta collaborazione. Fino a che naturalmente non si e’ manifestata la tragica realta’ di quei pessimi soggetti. Dai racconti di chi ha voglia di parlare, emergono scenari raccappriccianti del periodo in cui l’Isis ha maramaldeggiato qui attorno.

Siamo nella zona profondamente sunnita, qui le donne vestono come nell’immaginario che molti occidentali hanno rispetto ai paesi islamici; vestitone nero fino a i piedi completato dal velo e dalla mascherina che lascia a malapena intravedere gli occhi. Eppure e’ con alcune di loro che si scambiano due chiacchiere. Sicuramente sono state loro a subire le vessazioni peggiori da parte di quei delinquenti. Vivere anni sotto il loro dominio deve essere stata un’esperienza devastante che ha lasciato dietro e  se’ enormi traumi.

Ora la situazione e’ certo piu’ tranquilla, ma basta dare un occhio alle infrastrutture e ai poveri servizi per rendersi conto che quest’area  e’ ancora piuttosto depressa e un po’ dimenticata dall’attenzione dei piu’. E che le cicatrici di anni di occupazione da parte dell’Isis rimangono evidenti. Di interventi da parte dei grandi “donatori” per ora ci sono solo poche e poco strutturate tracce; la sicurezza pur apparendo tranquilla, in realta’ e’ ancora precaria. Una caratteristica che accomuna un po’ tutta la zona a sud di Hasake, dove attacchi sporadici alle truppe di SDF, attentati, ordigni improvvisati sono praticamente quotidiani. Sono generalmente tutti attribuiti all’Isis e alle cosiddette cellule dormienti; ad occhio direi che la situazione e’ un attimo piu’ complessa e che questi fenomeni possono essere addebitati, almeno anche, ad altri soggetti. La presenza dell’ SDF e delle truppe della coalizione non sono eccessivamente benvolute e sicuamente poco ben accettate. Certo, l’SDF sta reclutando e anche da queste parti si accetta volentieri un lavoro che garantisce uno stipendio da portare a casa e tirare a campare; alternative in giro non se ne vedono troppe. Se l’offensiva lanciata qualche mese fa non da’ eccessive soddisfazioni, in compenso continua a creare sfollati che spesso e volentieri si concentrano in campi tirati su alla bene meglio e senza il supporto degli aiuti portati generalmente dal mondo delle agenzie UN e dalle Ong che non hanno accesso a quelle zone. Senza arrivare ai campi, basta entrare in una clinica, ospedali veri da queste parti non se ne vedono e il piu’ vicino ed attrezzato e’ a Hasake almeno un paio di ore piu’ a nord, per rendersi conto della situazione di queste zone; pare di introdursi in un girone dell’inferno Dantesco, qualche medico volonteroso e altrettante infermiere che si arrabattono per fornire alla gente un minimo di cure. Quattro letti in fila in mezzo ad un traffico di persone che vanno avanti  ed indietro e sui letti si fa di tutto, dalla trasfusione alla sutura; dalla flebo alle visite generiche.

Non so, pare che qualcuno si sia dimenticato di questa gente; ma ho l’impressione che la gente non dimentichi facilmente e questa situazione di abbandono presto o tardi tutto cio’ provochera’ una reazione.  Come potranno reagire le istituzioni e’ tutto da vedere, ma sara’ meglio che qualcuno cominci a pensare di dare una mano a queste persone; l’Isis qui aveva gia’ fatto proseliti per motivi simili.

Docbrino

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