Un NO per l’ambiente
23 novembre 2016

Da Carniacque a Cafc: affare strategico, fusione obbligata, o privazione dell’acqua per la montagna e de profundis per la sua autonomia?

Mi trovavo ad Udine, il 16 dicembre 2016, a presenziare ad una conferenza stampa dei Comitati di difesa territoriale della montagna e per l’acqua pubblica. Il titolo dell’incontro era il seguente: “La fusione per incorporazione di Carniacque spa in Cafc spa: antefatti, fatti, prospettive, responsabilità. La politica centralizzatrice regionale ha prodotto un’ulteriore depauperamento della montagna, della sua autonomia, della sussidiarietà”.
Purtroppo avendo mille cose da fare, non sapendo dove si trovasse di preciso il palazzo della Regione, non avendo autobus ad orario ravvicinato e dovendo quindi andare a piedi, giunsi in ritardo, ma abbastanza in orario per sentire l’intervento di Franceschino Barazzutti, che sottolineava come, a suo avviso, le scelte regionali non fossero in linea con l’autonomia legislativa della Regione Fvg, e come fosse importante riproporre i referendum, tra cui quello per l’abrogazione della legge regionale n.5 del 15 aprile 2016, bocciati dalla regione stessa. Alla fine dell’incontro, come agli altri presenti, mi furono consegnati, in fotocopia, dei documenti, tra i quali vi era una “Lettera di intenti” fra Cafc (Consorzio acquedotto per il Friuli Centrale) e Carniacque, datata 10 ottobre 2016, composta da 7 facciate, tutte sottoscritte in modo autografo ma illeggibile, come il testo stesso.

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Sono stanca, ed intervengo solo su due punti, ma quello che mi balena per prima cosa nella mente è di che acqua stiamo parlando e di quanta.

Non nevica e non piove in montagna in questo strano autunno/inverno, frutto di mutamenti climatici epocali, di cui pare si sappia ma non si voglia sapere, le montagne non sono imbiancate ma nuda roccia, e fanno quasi paura, i laghi si sono abbassati, i fiumi sono rigagnoli non solo a causa della natura da noi ferita, ma anche di chi ha svenduto acque, benessere e territorio sotto il fascismo, per creare le centrali della Sade, presieduta dal potentissimo Giuseppe Volpi, conte di Misurata, dedito ad affari, artefice del polo di Marghera e facente parte del Gran Consiglio del Fascismo (http://www.treccani.it/enciclopedia/volpi-giuseppe-conte-di-misurata/), e di chi poi si è poco interessato di modificare la situazione. E non sappiamo quale sarà in futuro la disponibilità idrica.

Non nevica e non piove, eppure si parla e si è parlato, nella lettera di intenti del 10 ottobre 2016 per il passaggio di Carniacque a Cafc, disinvoltamente, di «eventuali opere idriche a valenza di area vasta, atte all’approvvigionamento idrico e dirette a portare risorsa idrica all’esterno dei confini del sub- bacino (area di competenza di Carniacque) o all’abbattimento dei costi a carico dell’ambito provinciale di gestione» (Lettera di intenti, cit.) da approvarsi a maggioranza relativa ZTO (non assoluta!), ma senza che Cafc, gestore provinciale,  possa opporsi a tali scelte da parte dell’E.G.A. l’Ente di Governo d’Ambito, che assomma la Regione intera (creato con decreto legge 133/2014 in sostituzione dell’Ato, Autorità d’ambito).
È chiaro, penso fra me e me, che Cafc non si opporrà mai a spostare acqua da qui a là per abbattere i suoi costi di gestione, e questa clausola mi pare davvero pericolosa e non richiesta.

Inoltre mi chiedo se, con questa formulazione, si stia ancora parlando solo di tubature e di gestione del sistema idrico, come sinora ci hanno fatto credere, o è far diventare padroni dell’acqua l’Ente di Governo d’Ambito e Cafc, che possono privarne la montagna quando desiderino, senza tener conto di possibili problemi futuri al sistema idrogeologico, con ipotizzabili desertificazioni di zone, alterazioni delle falde acquifere, tendenza ad aumento della franosità delle montagne, già lese, pure, dal taglio indiscriminato dei boschi da parte, da che si narra, di una ditta austriaca (ma potrebbero essere anche più), che ha acquistato e sta acquistando, legalmente, ettari ed ettari di terra e bosco in Carnia, senza che, pare, la politica si interessi del grosso problema.

Con il taglio dei boschi fuori controllo, parti di montagna privatizzate e le acque gestite a livello di rendita e finalizzate ad un piano industriale e di fatto regalate, che potremo fare della Carnia, se non una riserva indiana di pochi dediti alla sopravvivenza, sperando che i giovani prendano la valigia?  – mi chiedo. Qualcuno potrà pensare che sono una Cassandra, ma forse ne ho viste e lette troppe, e sicuramente ho letto l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, troppo velocemente dimenticata forse anche da chi corre sempre in chiesa. Inoltre mi chiedo come questa “clausola” possa esser stata sottoscritta assieme alla premessa della “Lettera di intenti” citata , che recita che la fusione fra Carniacque e Cafc, ambedue società per azioni, «è riconosciuta quale operazione strategica anche al fine di rendere più efficiente la gestione del Servizio Idrico integrato (SII) nelle zone montane dell’Alto Friuli». Come – mi chiedo: sottraendo la scarsa acqua esistente?

E mi domando anche se questa lettera di intenti risponda a quanto scritto nell’ art.2 comma 1 lettera a della legge della Regione Fvg 15 aprile 2016, n.5, che ha però il limite, comune ad altre leggi regionali dell’ attuale giunta, per esempio quella di riforma della sanità, di non avere decreti attuativi, così da poter creare situazioni di eterni contenziosi tra parti.

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Ed in ogni caso di quanta acqua, ove ubicata, stiamo parlando? Se si va avanti solo in un’ottica ragionieristica di copertura dei debiti, di salvaguardia di una quarantina di posti di lavoro, (con personale che poteva venir trasferito ad altro compito ed in altra amministrazione, previ accordi con il placet e l’ausilio della Regione, se Ega ex-Ato avesse dato a Carniacque il tempo di studiare le cose con calma e chiudere al 31 dicembre 2017), e di piano industriale di Cafc, (come è specificato nella Lettera di intenti cit.) a cui abbiamo regalato, di fatto, un bene primario, credo che non passerà molto tempo che ne vedremo i tragici risultati. Inoltre dalla lettera di intenti non è dato sapere se i nostri contatori verranno piombati, in caso non potessimo pagare la bolletta, come fa Cafc, che nel 2014 ne aveva piombati 1200, impedendo l’uscita di una sola goccia d’acqua. (Bollette dell’acqua non pagate, il Cafc taglia 1200 contatori, in Messaggero Veneto, 19 giugno 2015). Va poi tu a pagare un avvocato per far causa al Cafc! Con che soldi se non puoi neppure pagare la bolletta dell’acqua? E rimando sempre all’art. 2 della legge regionale 15 aprile 2015, n.5, che, molto opportunamente, riconosce «l’acqua come bene comune e naturale e l’accesso all’acqua come diritto umano universale, essenziale al pieno sviluppo della personalità umana e al godimento della vita», aspetto di cui non si tiene conto nella lettera di intenti di fusione meramente societaria.

Perché, secondo me, questa lettera di intenti è scritta come si trattasse di una qualsiasi s.p.a. che produce da bulloni a gorgonzola, che passa la gestione del suo prodotto ad altra industria che la assorbe. Nulla di nulla sui problemi primari come quello del mancato pagamento delle bollette per povertà od altro, del possibile dissesto ambientale, dell’armonizzarsi di alcune scelte societarie con quelle di altre società, che utilizzano l’acqua dei fiumi, senza una minima previsione del fabbisogno d’acqua e dei cubi presenti, quasi non esistessero. Un tempo almeno, penso sconsolata, prima di metter mano a risorse vitali anche per il territorio, si facevano dei calcoli, si chiamavano degli esperti, ora è solo ottica commerciale per beni dati da Dio all’uomo e non rinnovabili o producibili. Ciò che è svenduto è svenduto, penso, e penso che ora non dovremo per l’acqua ringraziare Dio, come i nostri nonni ci avevano insegnato, ma ringraziare Cafc, che se l’è presa, senza neppure un grazie.  E se non riusciamo a pagare anche l’acqua, dato che la spesa delle famiglie, in questa repubblica delle banane, si fa per dire, è fuori controllo? E tristemente penso a questa politica, incapace di avere una visione unitaria dei problemi e con uno sguardo al futuro, ma solo capace di interventi spot, dettati da una definita emergenza, in un’Italia che è sempre in emergenza, per incuria e perchè i governi succedutisi hanno evitato di vedere i problemi reali, ed incapace di pensare e procedere in un’ottica sistemica e previdente.

E penso a questa fusione definita “strategica” per Carniacque, e non diversamente interpretabile, che taglia fuori abitanti e territorio da scelte fondamentali. E quello che è tragico è che si sia data carta bianca di prelevare acqua sul territorio anche per abbattere i costi della bolletta!  Ma dico io, chi ha firmato quanto? Vediamolo.

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La lettera di intenti, datata 10 ottobre 2016, tra Cafc, rappresentata da Eddi Gomboso, presidente, presente Pietro Mauro Zanin, sindaco del Comune di Talmassons del collegio dei revisori, e Carniacque rappresentata da Fabrizio Luches, presidente, e da: Francesco Brollo, Sindaco del Comune di Tolmezzo; Andrea Beltrame, Assessore del Comune di Resiutta, per la ZTO del Gemonese, Canal del Ferro e Valcanale; Daniele Ariis, rappresentante della ZTO della Carnia; Romano Polonia, Sindaco di Villa Santina; Sergio Buzzi Vice Sindaco di Pontebba; Michele Benedetti Sindaco di Ampezzo; Luca Boschetti Sindaco di Cercivento; Manuele Ferrari Vice- Sindaco di Forni Avoltri; Marco Lenna Sindaco di Forni di Sotto; Giorgio Morocutti Sindaco di Ligosullo; Battista Molinari, Sindaco di Zuglio è stata da tutti i convenuti sottoscritta.
Può darsi che ognuno dei rappresentanti comunali firmatari abbia posto attenzione solo alla parte del testo che più interessava, ma di fatto la firma apposta in fondo al documento sigla ogni parte dell’accordo.

Per portare acqua da sorgente al piano, non per dar da bere a un paesino, ma alla pianura friulana, e per irrigare le sue colture, ci vogliono metri cubi su metri cubi di acqua. E per questo bisogna creare una derivazione cioè un «complesso di opere, destinate a togliere da un ammasso d’acqua una parte di essa per destinarla ad altra via». (http://www.treccani.it/enciclopedia/derivazione_(Enciclopedia-Italiana)/). E le derivazioni si possono attuare a pelo libero o in condotta forzata (Ivi), ed a condotta forzata si è intervenuti sui fiumi della Carnia, per la produzione di energia elettrica, che io sappia, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti: basta guardare il Tagliamento a Socchieve o anche dal ponte di Pinzano, od osservare la But, il cui letto è talvolta abusivamente trasformato in “pista” da motocross, come tratti di altri fiumi, da che mi si dice.

Invano la voce dei carnici si è levata, anche ultimamente, a richiedere la tutela ambientale ed almeno l’applicazione della legge per il minimo deflusso vitale (Cfr. Laura Matelda Puppini, Piano paesaggistico regionale e richieste della popolazione carnica, in: www.nonsolocarnia.info, 1 luglio 2016): nello specifico nessuno sa infatti chi dovrebbe far rispettare l’applicazione della normativa, mentre a partire dal 1 gennaio 2017 il corpo forestale dello stato, da che consta, è confluito nell’ arma dei Carabinieri, come governo Renzi ha voluto. Nel mio articolo relativo alle risultanze del piano paesaggistico, avevo poi sottolineato alcuni dati riferiti nell’incontro di sintesi: il 75% delle acque carniche sono già prelevate, il minimo deflusso vitale non è garantito e l’ambiente in superficie soffre per questo. Il Tagliamento appare come un fiume ormai finito ed i fiumi stanno assumendo carattere torrentizio. Vi sono evidenti cambiamenti di flora e fauna negli ecosistemi fiume della Carnia. (Laura Matelda Puppini, Piano paesaggistico, cit.).

Quale acqua quindi si permetterebbe di prelevare dal territorio montano carnico e con che possibili danni definitivi? Chiediamocelo. Forse è il rimanente 25%, ma allora non avremo più acqua.

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Inoltre pare, da voci di corridoio, che il problema base che sta dietro all’ipotesi di traghettare acqua dai monti al piano, sia quello del costo del pompaggio, maggiore di quello per incanalare attraverso un tubo, ma questo non è problema nostro, e chi  ha assunto il sistema idrico della pianura friulana sapeva che cosa andava a gestire: un sistema a pozzi artesiani.

I pozzi hanno atrazina? Lo si sa da tempo: così infatti riportavo, da un articolo di Antonio Cianciullo datato 1989: «Avvelenata l’altro ieri, potabile ieri, inquinata oggi, innocua domani. Per l’acqua all’ atrazina, che milioni di persone bevono da anni, da quando l’uso massiccio di diserbanti chimici ha cominciato a contaminare le falde, è di nuovo in vista la riabilitazione. Dopo l’ordinanza del Tar che aveva annullato le deroghe firmate da Donat Cattin, il governo ha deciso di presentare un nuovo decreto che consenta ai due milioni di italiani interessati di riaprire i rubinetti. Questa volta però non si potrà usare la tecnica utilizzata nell’ 86 dal ministro della Sanità e poi prorogata per tre anni. Dopo la formale condanna della Cee e il parere del Tar, insistere sulla strada delle deroghe indiscriminate significherebbe andare a un braccio di ferro che comprometterebbe l’immagine Italia. D’ altra parte applicare la direttiva comunitaria recepita dal Parlamento senza avere fatto niente per abbassare il livello di pesticidi nell’acqua potabile vorrebbe dire mobilitare interminabili colonne di autobotti con costi e disagi notevoli. […]. Essendo un dilemma senza vie d’uscita sostanziali, il governo ne ha trovato una formale: niente più deroghe indiscriminate, ma deroghe limitate ad alcune zone specifiche. (…)». (Antonio Cianciullo, L’atrazina non è un problema nuovo, in: La Repubblica, 8 febbraio 1989, citato anche nel mio: Laura Matelda Puppini, Acqua, tubi, gestore unico di che cosa? Considerazioni ai margini dell’incontro per il referendum abrogativo legge regionale n.5 del 15 aprile 2016, in www.nonsolocarnia.info, 6 luglio 2016). In sintesi già da tempo, pur essendo il governo italiano a conoscenza del problema dell’atrazina nei pozzi e della sua causa, pur esistendo norme europee a tutela dell’acqua, nulla ha fatto per risolvere il problema alla radice.

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La decisione di Carniacque di confluire in Cafc, pare fosse già stata siglata il 28 settembre 2015, (http://news.rsn.it/wp-content/uploads/2015/10/ODG04-DETERMINAZIONI-INERENTI-CARNIACQUE_0-1.pdf, a cui rimando). Ma poi è intervenuta Cato, che, a causa dell’uscita di Amga-Hera dalla compagine societaria di Carniacque, e la mutata configurazione giuridica della stessa, ha chiesto di limitare i tempi di fusione, come anche Pd tolmezzino pare proprio volesse, non si sa perché, e il trasferimento di Carniacque a Cafc dal 1° gennaio 2017, invece che un anno dopo (Ivi, e David Zanirato, Il Cato vuole accorciare la vita a Carniacque, in: http://news.rsn.it/, 5 ottobre 2015). Ed è chiaro che a Carniacque detta scelta non andasse bene: infatti correre in certi frangenti è controproducente per chi chiude e sbaracca, ma nello specifico in particolare per noi cittadini non è stata scelta favorevole, vista la lettera di intenti citata, che poteva esser meglio ponderata. E la presa di posizione di Fabrizio Luches, presidente di Carniacque contro tale decisione è stata durissima. (David Zanirato, Il Cato vuole accorciare, cit.).

Ma che problemi aveva Carniacque? In precedenza improvvisamente eravamo stati informati, in una giornata del settembre/ottobre 2014, dei debiti che stavano affossando Carniacque, che nessuno ha voluto ripianare, circa 5 milioni di euro. Mi pare che Friulia, per ben altri problemi meno importanti della gestione dell’acqua, sia intervenuta forse non ora, ma tempo fa con prestiti in aiuto a società private in affanno, e si poteva rinunciare ai due milioni per la pavimentazione della piazza di Tolmezzo ed a qualcosa per la costosissima ed infinita terza corsia, secondo me inutile alla regione Friuli Venezia Giulia e che va diritta in Slovenia ed ai Balcani. E Francesco Brollo poteva pure pensare ai reali problemi della Carnia e non chiedere soldi per la continuazione di una insulsa superstrada costosissima, che deturpa il territorio e corre ad Arta Terme, e di cui nessun abitante della Carnia credo senta l’esigenza. Ma cosa vuoi che sia.

Insomma bastavano 5 milioni di euro, una cifra non alta se si vedono altre spese, per salvare Carniacque e la gestione autonoma del servizio idrico montano, e Fabrizio Luches, presidente di Carniacque, aveva già iniziato a rendere ai comuni il dovuto.

Infatti i debiti derivavano da una scelta iniziale, ove Carniacque aveva accettato di coprire con somma sua i mutui fatti dai comuni per le spese di gestione idrica, inoltre ogni nuova società implica spese di gestione per il pagamento dei membri del consiglio d’amministrazione e del presidente, per la sede, per nuovo personale, e nel caso specifico per pubblicità, oltre una previsione di spesa al di fuori del bilancio reale, come anche da piani, definiti da Fabrizio Luches, ma evidenziabili da qualsiasi cristiano leggendo la documentanzione, “ fantasmagorici” di Ato. (David Zanirato, Carniacque Cafc, una fusione che non convince, in http://news.rsn.it/, 9 ottobre 2015).
Ma detti mutui pare fossero stati accesi con pure una contropartita in contributi pubblici. Ma il 4 febbraio 2009, Renzo Petris, allora presidente di Carniacque, aveva sottolineato la presenza di «singolari situazioni», ove pare non fossero stati ben evidenziati i contributi ricevuti dai comuni sia dalla regione che dalla Comunità Montana. «Obiettivamente – scrive Petris – non appare una puntuale e pedissequa elencazione dei contributi pluriennali regionali e della Comunità Montana, assegnati per l’ammortamento dei mutui contratti, delle due l’una: o i comuni non hanno segnalato l’onere dei mutui assistiti da contributo, o hanno dimenticato di segnalare il contributo assegnato» (Lettera datata 4 febbraio 2009, indirizzata al direttore Autorità d’ambito centrale, Friuli, dott. Andrea Zuliani, firmata da Renzo Petris, Presidente Carniacque. Documentazione consegnatami in fotocopia da Franceschino Barazzutti il 16 dicembre 2016). Ma può darsi che in seguito la situazione si fosse appianata.

Comunque da che si sa il deficit di Carniacque è stato causato, principalmente, dalla scarsa capitalizzazione, dal forte debito verso i Comuni, dalle tariffe mantenute basse per gli impegni di investimento e manutenzione paragonabili a quelli di altri gestori con maggiori entrate, anche date dall’alto numero di utenti. Ma a questo si doveva pensare prima di creare Carniacque spa.

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Ed ancora: che ne è stato delle dichiarazioni di Debora Serracchiani, che così si era espressa nell’ottobre 2015: «Nelle prossime settimane […] presenteremo una norma di legge sul governo del servizio idrico integrato, al cui interno vi saranno specifici obblighi contrattuali a carico del gestore del servizio. In particolare saranno previste forme di partecipazione in bacini montani specifici con un importante riconoscimento di potestà a quei territori e a quelle comunità. Per le aree montane con particolari fragilità o dispersioni ci sarà una norma contrattuale che prevederà bacini territoriali nei quali le comunità avranno una relazione rafforzata con il gestore»? (Serracchiani: “In arrivo nuova legge sull’acqua”, http://news.rsn.it/ 9 ottobre 2015 e Cristian Rigo, “Montagna e acqua, la nuova legge sul gestore unico tutela le comunità”, in: Messaggero Veneto, 11 ottobre 2015, da me citato in Laura Matelda Puppini, L’acqua è bene collettivo, non statale o regionale, Dio ce l’ha data: teniamocela!, in: www.nonsolocarnia.info).

Ma si sa anche, dalle affermazioni di Debora Serracchiani alla stampa, che «La Regione ha lavorato per tutelare il territorio della Carnia, e la fusione di Carniacque con Cafc era l’unico atto ragionevole e possibile da compiere», e ciò in una mera ottica societaria, pare, ed in che termini e con quali tutele del cittadino e del bene comune e vitale, non è dato sapere. (Serracchiani: “In arrivo nuova legge sull’acqua”, http://news.rsn.it/ 9 ottobre 2015).

Il 23 marzo 2015, nel documento approvato dall’assemblea della Zto della Carnia il 23 marzo 2015, (fotocopia data da Franceschino Barazzutti il 16 dicembre 2016), si legge che era stata prevista l’approvazione, da parte della regione Fvg, di un «sub bacino montano, all’interno del sub ambito perimetrato nella provincia di Udine, al fine di garantire un piano tariffario agevolato» a quali condizioni però non è dato sapere. E i testi societari e di intenti non possono non contemplare anche rigidi protocolli di attuazione.  Ma poi …

Ma poi nella Lettera di intenti del 10 ottobre 2016 leggiamo solo che i firmatari prendono atto che «il sistema tariffario tendente ad una tariffa unica d’ambito consente articolazioni tariffarie differenziate per tipologie di contratti ed aree svantaggiate, quali il territorio montano» in sintesi in alcuni casi si possono fare svendite e saldi, non si sa se permanenti o meno, e mi si scusi per il paragone, ma tale possibilità è condizionata dall’Ega, potente e centralizzata.

L’insediamento di Micene fu costruito davanti alla sorgente, che difendeva strenuamente, e posta alle spalle; a Tolmezzo, quando era città murata, una porta intera dava accesso alla stessa; quando i tedeschi vollero uccidere, in Carnia, più partigiani in un colpo solo, avvelenarono la sorgente che pensavano avrebbero utilizzato; Enrico di Luincis, detto anche di Carnia, dovette capitolare perché l’esercito di Nicolò di Lussemburgo, patriarca di Aquileia, che assediava il suo castello, riuscì ad impedire il rifornimento idrico.

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Il fallimento di Carniacque, mi dice F. conversando al telefono, era secondo lui previsto perché bisogna avere piccoli acquedotti per piccoli paesi, non centralizzazione: vedi per esempio il caso del comune di Ovaro dove il paese e le sue frazioni sono servite da diverse piccole sorgenti. Inoltre mi chiedo perché si sia proceduto a verifiche nel caso del fallimento Coop- ca e non nel caso di Carniacque.

Comunque bisogna dar atto al tanto contestato, pare per la sua appartenenza a 5 stelle, quasi che in un paese democratico non si potesse optare per l’appartenenza ad un partito legale e rappresentato in Parlamento, non solo al Pd od ad un partito al governo, avv. Fabrizio Luches, di aver cercato con buoni risultati di far invertire la rotta alla disastrata, non certo per causa sua, Carniacque.

Infatti così si legge sull’articolo di David Zanirato già citato: «Il risanamento di Carniacque Spa prosegue ed i numeri lo confermano. Il bilancio consuntivo 2014 approvato dal Cda lo scorso 30 marzo ha visto il raggiungimento di un utile di 304.256 euro, in miglioramento rispetto a quello del 2013 che lo ricordiamo si era attestato attorno ai 157 mila euro. Le immobilizzazioni immateriali sono salite a 5,8 milioni di euro contro i precedenti 4,5 milioni così come il patrimonio netto che attualmente raggiunge 1,3 milioni; i crediti verso clienti (intesi come bollette emesse e non ancora incassate) sono scesi da 4,1 a 3,5 milioni mentre i debiti sono stati ridotti da 9,4 a 8,2 milioni; il dato dei ricavi delle vendite e delle prestazioni è aumentato di 200 mila euro ed è dovuto all’incremento del 6,5% delle tariffe, cifra che comunque non ridimensiona il valore dell’enorme riduzione del debito (più di 1.200.000 euro), dovuto ai risparmi di spesa e alla restituzione dei mutui ai Comuni che dall’inizio del 2015 hanno già ricevuto 90 mila euro. Un quadro complessivo che vede dunque un graduale riscatto della società guidata dal luglio scorso dall’avvocato Fabrizio Luches, più volte finita sotto il fuoco incrociato delle polemiche e che tra l’altro dal febbraio scorso si è dovuta accollare anche la gestione del depuratore consortile di Tolmezzo permettendo la salvaguardia della piena occupazione alla Cartiera del capoluogo carnico».

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Ed ecco ricomparire il depuratore, prima del suo passaggio a Carniacque, datato 16 febbraio 2015, gestito da Depur s.p.a. e la cui origine, realizzazione e problemi di gestione, meritano un articolo a parte, ricco di colpi di scena.

Dopo aver fatto un sopralluogo al depuratore tolmezzino, prima di acquisirne la gestione,  Fabrizio Luches lamentava di aver ricevuto da Tolmezzo Depur solo parte della documentazione di manutenzione. «I quaderni della manutenzione – osserva – sono aggiornati a metà 2013 e manca tutto il 2014. Ora, magari la manutenzione è stata fatta, ma non si capisce che operazioni sono state svolte nell’ultimo anno e mezzo, perché la documentazione non lo dice.
Il depuratore è composto da un coacervo di impianti e ogni impianto ha il suo quaderno di manutenzione, per un totale di 1.500 pagine nel complesso. L’ultimo quaderno aggiornato che abbiamo visto è fermo al luglio 2013. Tolmezzo Depur all’udienza in tribunale l’8 gennaio sulla presa di consistenza dell’impianto si è rifiutata di firmare il verbale e ha rinunciato alla lite». «L’impianto – afferma Luches, mostrando anche delle foto – ha problemi anche di manutenzione ordinaria. Ci sono alberelli che crescono sulle coperture delle vasche di decantazione e anche tra le scale di emergenza. Le coperture sono costate 150 euro il metro quadrato e lasciare che vi crescano piante può comportare problemi», perché le radici rischiano di creare danni alle strutture». (Tanja Ariis, Depuratore invaso dai rifiuti, in: Messaggero Veneto, 21 gennaio 2015).

«Il depuratore consortile – fa notare Luches – è costato parecchio, tanti sono stati i soldi pubblici impiegati per realizzarlo». In effetti l’intero impianto, costruito dopo le vicende giudiziarie sull’inquinamento del fiume Tagliamento, costò, come si ricorderà, la bellezza di 10 milioni di euro alla Regione e 4 milioni alla cartiera Burgo. L’impianto era stato progettato per servire un’utenza equivalente a 138 mila abitanti (il carico della Burgo equivale a 85 mila abitanti)».
«Sicuramente – dice Luches – vediamo una carenza di manutenzione ordinaria, come le piante, come il mucchio di rifiuti che non è stato portato via e in cui ci sono calcinacci, pezzi di asfalto e tubature vecchie, come lo stato di alcune valvole. Ci sono tubature che percolano: dai fori cioè si vede uscire del liquido. Abbiamo fissato un sopralluogo il 16 gennaio. Tolmezzo Depur aveva chiesto di farlo il 23 gennaio.
Noi abbiamo intanto voluto fare quello del 16 gennaio, dove eravamo presenti noi, i tecnici del Comune, nessun responsabile di Tolmezzo Depur, c’erano solo i dipendenti. Ora ci ritroveremo il 23 gennaio e, se tutte le carenze che abbiamo rilevato non saranno risolte, valuteremo il costo degli interventi e si agirà in garanzia, quindi il costo lo pagheranno loro». (Ivi).

Ma poi non so se sia finita così, perché la vertenza iniziata da Depur, gestore dell’impianto fino al 31 dicembre 2014, per tutelarsi e non rischiare di incorrere in eventuali responsabilità per la cessazione del servizio, come da contratto, citando in giudizio il Comune, proprietario del depuratore, e Carniacque, che gestisce il servizio idrico integrato, (http://www.ilgazzettino.it/home/alla_fine_tolmezzo_depur_ha_rinunciato_lite_carniacque_spa_comune_di_tolmezzo-794217.html), si chiudeva, e Fabrizio Luches, all’incontro di Lauco del 9 ottobre 2015, relativamente ai problemi, successivi alla presa in carico del depuratore consortile di Tolmezzo, dichiarava che il gestore precedente non aveva fatto gli interventi manutentivi richiesti negli ultimi due anni, le cui spese pare, se ben ho compreso, erano ricadute su Carniacque. (David Zanirato, Carniacque Cafc, cit). Ma vorrei avere precisazioni nel merito.

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E i problemi non mancavano neppure qualche mese dopo il passaggio del depuratore a Carniacque, se Legambiente della Carnia, il 31 agosto 2015, si chiedeva cosa stesse accadendo, nuovamente, al Depuratore Consortile, vista l’eutrofizzazione di un tratto del Tagliamento. «Ai lati delle acque che defluiscono dalla zona industriale si sono infatti sviluppate in modo rigoglioso, in un contesto normalmente costituito da una distesa di ciottoli e ghiaie, piante che si contraddistinguono per il loro pronunciato colore verde che risulta appariscente sia nei mesi invernali, sia nelle settimane di grande caldo e secco registrate durante questa estate. Quello che potrebbe ingenuamente essere scambiato per un fenomeno naturale e un segnale di buona salute del fiume è invece, con tutta probabilità, il risultato di una eccessiva presenza di sostanze nutritive (fosfati e nitrati) che determinano un tipico caso di “eutrofizzazione” delle acque. Una volta che le piante e le alghe sviluppatesi nel fiume terminano il loro ciclo di vita e si decompongono, consumano l’ossigeno disciolto, provocando, a lungo andare, la morte per vari organismi animali e vegetali, compresi i pesci. Il fenomeno, circoscritto inizialmente ad alcune centinaia di metri, pare negli ultimi tempi essersi esteso, tanto che una proliferazione di alghe si nota anche a valle del ponte della statale, presumibilmente fino alla confluenza del Fella. (http://cms.legambientefvg.it/il-circolo-carnia/1290-cosa-sta-accadendo-al-depuratore-consortile-di-tolmezzo.html).

Ma nella lettera di intenti del 10 ottobre 2016, nulla è dato sapere sulla gestione del depuratore, controlli ecc. se non che Cafc si impegna assieme all’ EGA, ed AUSIR, (Autorità unica per i servizi idrici e i rifiuti) altra realtà fortemente centralizzata, a concordare, ognuno per la parte di propria competenza, le condizioni del nuovo contratto di conferimento dei reflui della cartiera con Mosaico s.r.l..

Per inciso la gestione da parte di Carniacque del depuratore, non si sa nemmeno se con il trasferimento dei contributi avuti dal comune di Tolmezzo a Carniacque, ma ci auguriamo di sì e chiediamo lumi, era stata sostenuta da Debora Serracchiani, che, a tre mesi e mezzo dalla firma dell’accordo tra la proprietà e Carniacque per la prosecuzione dell’utilizzo del depuratore consortile da parte di Mosaico, cioè della cartiera di Tolmezzo, aveva ricordato il lungo percorso di trattative mediate dalla Regione, «a fronte dell’abbattimento dei costi della depurazione e del finanziamento regionale di alcuni impianti», sventando la chiusura della linea cellulosa e mettendo in sicurezza la situazione per tre anni. (Cartiera Mosaico, 20 nuove assunzioni, Messaggero Veneto 14 aprile 2015) piegandosi ai voleri, pare, del padronato, come del resto sempre accaduto, accompagnata da Francesco Brollo, ma forse non potendo fare altro o che ne so.

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Infine  Cafc, sempre dalla “Lettera di intenti” nel suo “piano industriale” renderà i soldi che Carniacque doveva rendere ai comuni, permetterà da padrona del territorio e gestore provinciale dell’acqua e della rete idrica, pure di gestire, attraverso convenzione con comuni con meno di 1000 abitanti e in cui, se ho ben compreso, siano presenti alcune condizioni paesaggistiche, alcuni segmenti del Sil (acquedotto, fognatura e depurazione), e potrà premurasi di fare, su richiesta di uno dei 3 comuni che gestiscono da soli l’acqua, una verifica pare sulla loro gestione, ma potrei aver capito male, e la storia è finita. Come? Chiediamocelo. L’ acqua che Dio ha dato a noi è, così, finita a loro, senza spesa alcuna? Si chiama questa “soluzione strategica” per la montagna?

E se manca, pure per siccità, l’acqua a “Maria” che ha le mucche da abbeverare? Verrà solerte Cafc in suo aiuto? Chiediamocelo. Siamo ancora a “O cussì o gloti?”

Intanto pare che stasera o domani pioverà.

Scrivo questo articolo solo per esprimere il mio parere su documentazione datami e presente in rete. Non voglio offendere alcuno, e se erro correggetemi.

Laura Matelda Puppini

CdP
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