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Cronache della terza guerra mondiale – La coda del serpente

Uomini in fuga, come una serpe che scappa nascondendosi in mezzo ai rovi; ecco cio’ che rimane dell’esercito che per 5 anni ha terrorizzato due stati, la Siria e l’Iraq. Poco se si confronta con l’enorme fetta di terreno che passava sotto la denominazione di “Califfato”. Poco anche in termini assoluti se riferiti allo spietato controllo diretto del territorio, ma comunque piu’ di quanto ci venga ufficialmente comunicato. A meno che non si prenda in considerazione solo la parte ad est dell’Eufrate, quella controlata dall’SDF e dalla coalizione e gestita dalla Self Administration.

In realta’  basta spostarsi di poco, ma sull’altra sponda del fiume per verificare che la situazione e’ diversa e che ci sono alcune sacche ancora sotto il controllo militare dell’Isis e che ancora resistono ai tentativi del governo di Damasco e dei suoi alleati di cacciare i barbanera anche da quell’area. Il loro numero non si conosce con precisione, centinaia, qualche migliaio…. da queste parti i numeri si danno facilmente; come per esempio quelli relativi ai combattenti rimasti intrappolati a Baghuz che un giorno erano qualche centinaio e il giorno dopo diventavano 5.000 per poi non essere piu’ quantificati alla fine.

Ma non e’ questo il problema; il fatto e’ che nonostante gli sforzi e i tentativi da parte dei governativi e dei loro alleati di cacciare questa gentaglia da quelle tane, i risultati sono ancora scadenti. Sara’ forse perche’ in quella zona c’e’ un’altra presenza non meno inquietante di quella dei seguaci del califfo (a proposito, che fine ha fatto Al Baghdadi? e gli altri capi?), quella rappresentata da un’accozzaglia di combattenti (Esercito Libero Siriano, che poi si e’ scisso in altri gruppi minori a cui si sono aggregati altri ancora…) molto ben armati che non hanno alcuna intenzione di cedere il controllo di quella vasta e strategica area. E non si tratta di gentiluomini, ma di fanatici radicali salafiti ben armati, difesi ed addestrati (anche con manovre congiunte) dalle truppe Usa che hanno una base giusto da quelle parti, al confine tra Siria, Iraq e Giordania.

Ecco, quelli forse fanno meno paura dell’Isis, ma il loro programma non e’ molto diverso da quello di Daesh (Isis per gli arabi); di diverso c’e’ che non puntano a crearsi uno loro stato, ma a sovvertire quello esistente di Assad. Sui metodi che usano e sulla loro interpretazione del corano, non c’e’ poi troppa differenza rispetto a quelli predicati dal califfo. E che ci siano dei contatti e collaborazioni tra loro ed il gruppetto Isis che ha base appena piu’ a nord, ci sono pochi dubbi.

Dunque, come si diceva poc’anzi, e nonostante la cacciata di quei tagliagole dall’est dell’Eufrate rappresenti senza dubbio un  bel risultato, la sconfitta dell’Isis e’ tutt’altro che definitiva e non e’ del tutto improbabile che molta di quella gentaglia sia riuscita ad attraversare il fiume per riunirsi ai loro soci nella sacca di cui sopra oppure a mescolarsi in mezzo ai veri profughi che hanno trovato rifugio piu’ a nord, nel campo di Al Hol. Dove, tra le altre cose, la situazione e’ incandescente.

Ma al di la’ di questo, e del fatto che l’Isis non e’ la sola minaccia che si frappone all’eventuale normalizzazione della situazione in Siria, se una battaglia e’ persa e Daesh non ha piu’ un vero e proprio esercito, le potenzialita’ di quella masnada di briganti di provocare ancora parecchi guai si e’ semplicemente diversificata; si deve solo calibrare ed adattare ad altri sistemi. Peraltro gia’ ampiamente collaudati.

Ora, fare un’analisi accurata della complicata situazione del’area richiederebbe parecchio tempo e spazio, ma vale la pena ribadire quanto piu’ volte espresso in precedenza e cioe’ che il NES (North Eastern Syria) non e’ affatto un territorio omogeneo, sia in fatto di componenti ”etniche” , sia di composizione sociale e relative tradizioni. Rojava (la parte occidentale del Kurdistan, quella siriana per intenderci) e’ solo una piccola area che principalmente corre lungo il confine con  la Turchia in modo non uniforme. Ci sono parecchie aree in cui I Kurdi sono minoranza (Manbij per esempio, ma molte altre) e che nel passato sono state “arabizzate” proprio per spezzare la continuita’ territoriale ed soffocare le velleita’ della comunita’ kurda nella zona. Appena si va poi verso sud, ma non molto in verita’, la realta’ cambia radicalmente e piu’ a sud ci si spinge, piu’ la differenza si fa marcata. Non e’ un caso che l’ultima resistenza dell’Isis si sia concentrate proprio laggiu’ dove parte della popolazione ha di fatto supportato (anche se probabilmente in seguito sopportato) quei fanatici sanguinari.

Questo e’ uno dei motivi (naturalmente assieme alla distruzione provocata dai combattimenti) per cui per il momento e’ impensabile che chi e’ scappato da quella zona, possa tornare a cio’ che e’ rimasto della propria casa. Sara’ tremendamente complicato riuscire a capire chi effettivamente e’ stato solo vittima e chi invece in un modo o nell’altro ha appoggiato (se non addirittura combattuto con) quella mefitica presenza.

Questo e’ il vero rischio di cui d’ora in avanti si dovra’ tener conto; non piu’ di un esercito piu’ o meno strutturato, ma di quelle che vengono definite le “cellule dormienti” che sicuramente hanno ancora a disposizione finanziamenti piuttosto consistenti e probabilmente il supporto diretto o indiretto di parte della popolazione che nella regione non si identifica ne’ con i kurdi, ne’ con il sistema amministrativo che si cerca di proporre a tutta la regione. Quanto alle risorse economiche disponibili, basti pensare al fatto che, secondo fonti ben informate, recentemente gli Usa si siano impossessati di 40/50 tonnellate di oro sequestrate all’Isis; il sospetto che sia frutto di qualche scambio e’ ragionevole. E’ chiaro che quello e’ solo parte del bottino che il califfato aveva messo assieme grazie ai traffici soprattutto (ma non solo) di petrolio che partiva dai ricchissimi giacimenti del sud della regione e che a quanto pare finivano in buona parte a prezzi stracciati (20/25% del prezzo ufficiale) prima in Turchia e poi in Israele.

Insomma,. d’ora in avanti bisognera’ tenere gli occhi ben aperti perche’, come dimostrato anche dalle statistiche degli ultimi mesi, gli attentati e gli attacchi in stile guerriglia sono destinati ad aumentare; a dimostrazione che questa guerra potra’ cambiare nelle dinamiche, ma che e’ tutt’altro che conclusa. Senza nemmeno poi accennare a tutto quanto ancora da risolvere in altre zone, Idlib su tutte; o perche’ no, all’ultima impresa del biondo presidente Usa che ha deciso che il Golan e’ parte integrante di Israele; presa di posizione che pare essere stata fatta apposta per complicare un quadro gia’ di per se’ ingrovigliato. Tutto per esportare la democrazia, sia chiaro.

Docbrino

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