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Coopera/corruzione: la questione è politica

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1. Due o più coincidenze fanno una certezza. Ed in materia di legami tra cooperazione (in primo luogo Legacoop), corruzione e “manovre” sugli appalti, di coincidenze ce ne sono ormai ben più di due.

2. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Ricordo come al recente congresso nazionale di Legacoop la gran parte degli interventi facessero finta di non aver capito. Ricordo bene il gelo che ha accolto la dichiarazione del neopresidente Lusetti, quando ha detto che le coop debbono smetterla di dare soldi ai partiti, anche in forma legale. E ricordo la metà dei congressisti (sempre troppi!) a spellarsi invece le mani per applaudire il ministro Lupi, che parlava di “legalità” contro i No-Tav. Sappiamo com’è andata a finire (lo sapevamo già allora: proprio stamane mi è capitata per le mani una vecchia copertina del “Fatto quotidiano” di quasi un anno fa, che diceva “O Cantone, o Incalza”). Una chicca: il neopresidente di Legacoop Sicilia, al congresso, è stato capace di fare una dura ramanzina ai cooperatori laziali (per il caso “29 giugno”), senza riuscire a nominare la parola “Lampedusa”, dove le sue associate non hanno certo dato gran prova, nella gestione del locale campo di concentramento per migranti.

3. Dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei. Mi capita di ripetermi: perché Legacoop, più ancora di Confcooperative, ha rapporti così stretti con i clericali conservatori della Compagnia delle Opere? A partire da “Obiettivo Lavoro”, che non mi pare esattamente un modello di cooperazione. Temo che l’unico legame siano interessi “commerciali”. Meglio soli, che male accompagnati.

4. Solo tu? Non proprio: nella nostra regione, i casi più clamorosi, tutt’altro che secondari, di fallimenti cooperativi non sono targati Legacoop. Parlo di Coop Carnica (da sempre soprattutto di area socialdemocratica), della parapubblica – vedi le particolari vicende triestine del dopoguerra – Coop Operaie, e delle bianchissime Latterie Friulane. Per non ricordarne altre. Semmai Legacoop è vittima: vedi i gravi danni riportati in ritiri del prestito sociale, come effetto secondario delle vicende triestina e carnica, da Coop Consumatori Nord Est. Un handicap pesante, nel momento in cui è proprio sulle spalle delle “vere cooperative rosse” che grava l’onere del salvataggio di quanto rimane delle altre due coop regionali di consumo.

5. Lontano da giudici, poliziotti e c. ! Aborro da sempre la semplificazione a-classista del giustizialismo, in cui si trovano riuniti vecchi rottami fascistoidi, figli di golpisti democristiani (Segni), allievi del principe del giornalismo di destra Montanelli, e confusi di “sinistra” privi di bussola (da Occhetto in poi, l’elenco è infinito). Lo confesso, sono un rétro, è prediligo contrapporre proletariati vecchi e nuovi alle inossidabili classi dirigenti. Credo che tutta questa sovraesposizione mediatica dei magistrati sia una patologia del sistema: rimango fedele alla divisione dei poteri teorizzata dagli Illuministi (e semmai sono terrorizzato da un Esecutivo che ha totalmente espropriato il Legislativo delle sue funzioni).

6. Non prendere cantonate. E se poi finisce che debbo sentire un Cantone dire che De Gennaro è stato assolto per i fatti di Genova 2001, e che non bisogna strumentalizzare la sentenza della Corte Europea per attaccare la polizia, mi vien da dire: “ma vai a zappare, và!”. Se l’anticorruzione è in mano a gente simile, non abbiamo speranze. Non mi pronuncio sui poliziotti (e sui militari), che penso un paese civile debba ridurre al minimo, disarmare, e destinare alla protezione civile dalle catastrofi. Tutto ciò mi ricorda un fatto: che – in lunghi anni di impegno come Osservatorio sugli appalti (a nome sia di associazioni della cooperazione sociale che di organizzazioni sindacali) – mi è capitato raramente di veder intervenire forze dell’ordine e magistratura. Per i più vari motivi: ma di solito perché non capiscono, essendo legati allo schema semplicistico della tangente sugli appalti di lavori. E gli appalti di servizi, dove ogni cambio di appalto significa il disastro sociale? E l’elusione, irrisione, evasione di qualsiasi norma e clausola sociale? Vabbè, la risposta, quando c’è, è che “non è penale”. E così, avendone i soldi (e ne servono tanti) il povero villico deve ricorrere al TAR, che boccia solitamente qualsiasi valutazione che sottolinei che i conti non tornano… diamine, hanno studiato giurisprudenza, mica matematica! Come dire: l’appaltistica è materia troppo seria per essere lasciata a magistrati, poliziotti e burocrati.

7. Il troppo storpia! Ormai non passa settimana che qualche grande cooperativa, soprattutto aderente a Legacoop, venga coinvolta in scandali vari. Non solo giudiziari. Vuol dire che è il sistema che non va, e che non bastano “codici di comportamento” ed altre inutilità per fronteggiare una deriva ormai insopportabile. Soprattutto quando – mi ripeto – nell’associazione non se ne discute adeguatamente. Alcune suggestioni:

– le associazioni cooperative (tutte!) fecero cambiare la norma prevista da Tremonti nell’allora nuovo codice delle società, che prevedeva un limite di mandati agli amministratori di cooperative (per cui puoi fare il sindaco per un massimo di 10 anni, ma ti ritrovi a fare il presidente di cooperativa per una vita);

– il modello del gigantismo e dell’indifferentismo sul piano della responsabilità sociale, copiato dal capitalismo tradizionale, si trasforma in una vera e propria corruttela morale (cui è consequenziale ne seguano altre);

– una cosa è avere gruppi dirigenti trasversali del movimento cooperativo (bene comune della democrazia economica), un’altra è avere padri-padroni, capi carismatici, e veri e propri “proprietari” di cooperative, che magari cambiano ruoli, per rimanere sempre al vertice.

8. La questione è, per l’appunto, politica. E non solo riguardo alle influenze partitiche, soprattutto del Pd, che continua per altro indefesso a cercare di influire sugli organici, sulle scelte, e – anche se non lo si dice a voce alta, soprattutto quando ascoltano orecchie indiscrete di “dissidenti” – a riscuotere finanziamenti. La questione è il senso della cooperazione. Un senso che è eminentemente politico, anche se i partiti necessariamente non c’entrano. Non è solo una questione giudiziaria, come ad esempio nei casi Mose, Expo, Mafia Capitale, Cpl Concordia…, ma politica, se grandi cooperative – come Granarolo – hanno sfruttato i facchini dei subappalti, oppure alcune cooperative “sociali” hanno accettato di gestire i campi di concentramento per migranti. Altre cooperative non l’hanno fatto, e sono probabilmente la maggioranza: Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

9. La cooperazione è nata come strumento di emancipazione delle classi subalterne dall’oppressione di classe. Come forma di democrazia economica, eminentemente comunitaria. Se non lo è più, non ha più senso di esistere. I troppi cooperatori che si trovano bene anche ad aderire a Confindustria, o a CdO, dovrebbero farci un pensierino: o di qua, o di là.

10. E quindi, è necessaria una autoriforma generale della cooperazione. Prima che l’Annunciatore Fiorentino ed i suoi accoliti ci pensino loro, ad una “riforma”. La vicenda, passata in sordina, della fuoriuscita coatta dal mondo cooperativo delle Banche Popolari, ed il provvedimento annunciato sulle Banche di Credito Cooperativo, sono un campanello d’allarme. Per altro, l’autoriforma della cooperazione, come quella del sindacato (che per decenni ha privilegiato l’aspetto “fornitura di servizi”, come Caaf, agenzie turistiche, ecc., rispetto alla rappresentanza delle nuove figure di lavoratori precarizzati), è fondamentale per ridare rappresentanza sociale ai ceti subalterni. Forse, e sarebbe una provocazione dirompente per i tanti “affaristi” che sono tra noi, sarebbe il caso di pensare al ruolo della cooperazione nella “coalizione sociale” antagonista.

Gian Luigi Bettoli

 

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3 Comments

  1. Francesco Cecchini ha detto:

    Per contribuire al dibattito posto questa nota di Claudia Baldini sul sito ESSERE SINISTRA.

    In questi giorni non si parla d’altro. Mi riferisco all’ attacco generalizzato e anche ignorante alle cosiddette “Coop rosse”. Per la precisione è dalla svolta del congresso dell’Alleanza Cooperativa Internazionale al XXIII di Vienna del 1966, che le Coop sono diventate rosa, poi pallide, poi camaleontiche, in virtù delle leggi del mercato globale.
    Ma partiamo pure dall’inizio. Erano rosse, e per forza, le cooperative.
    Badate, ho detto cooperative, perché vorrei che i ragazzi non confondessero l’Ipercoop con la Cooperativa. La cooperativa tipografi, la cooperativa falegnami, la cooperativa cartai, la cooperativa fonditori, la cooperativa di consumo. Sì, erano rosse, davano lavoro nel dopoguerra, i dirigenti erano PCI-PSI e costituivano un modo molto avanzato e valido di organizzare, progettare e eseguire il lavoro.
    I Comuni emiliani (per lo più rossi) misero in campo, per consentire ai genitori di lavorare il più bel servizio scolastico per l’infanzia che si sia mai visto sulla faccia del pianeta. Per anni.

    Anche le Cooperative aiutarono, ovvio, così le donne lavoravano.

    Domanda: godevano solo quelli tesserati al PCI di queste cose? Eh, proprio no.
    Le rette erano basse, quindi gli asili privati (quasi tutti religiosi) soffrivano. Lo sviluppo di impegno e coinvolgimento e contemporaneamente educativo dei genitori nella crescita del proprio figlio costituì un salto di civiltà senza pari. Era evidente però che in un Comune che bandiva una gara d’appalto, spesso se l’aggiudicasse la Cooperativa Edile. Primo perché era preparata. Secondo, perché il prezzo era più basso perché il profitto era più basso.
    Terzo, e non ultimo, perché sicuramente soldi al PCI ne dava. Le case erano fatte bene però, e a prezzi contenuti, oppure in convenzione nei piani Peep. E questo consentì a migliaia di cittadini di poter avere casa. Non solo, ma la stessa Cooperativa faceva convenzioni con la Banca Popolare (ricordo che è sempre stata la banca del territorio) per mutui a tassi irrisori. Non posso dire che questo sistema fosse in quel momento sbagliato, mi spiace, non lo posso dire.
    Se non fosse stato così, l’Emilia Romagna non avrebbe avuto uno sviluppo consistente e florido nel dopoguerra. E si parli anche delle Cooperative di consumo, che nel dopoguerra sfamarono la gente, che aiutavano i sindacalisti licenziati dai padroni. Se poi, anche per fortuna diciamo, non c’erano mai licenziati della CISL ci sarà stato un motivo. O, no?

    Questo per dire che quello spirito dovrebbe essere recuperato nella situazione di oggi che è molto grave, con molti poveri e molti disoccupati. Magari ci fossero oggi quelle cooperative e certa brava gente dentro i Comuni. Non è che l’Emilia sia diventata una regione poco democratica. Hanno sempre partecipato in massa alle decisioni, ai bilanci, alle assemblee. Guardate ora, in quanti sono andati a votare alle ultime regionali! La struttura e lo spirito cambiò con i tempi, da Vienna in poi l’obiettivo fu quello che la Cooperazione diventasse la terza economia del Paese. Era chiaro che tutto stava cambiando. E veniamo ad oggi.

    Vediamo le parti in gioco in un’opera pubblica. Da una parte, ad esempio, un Comune indice una Gara d’Appalto. Dall’altra (ed ora voglio parlare solo delle Cooperative) c’è una Cooperativa di Progettazione che si occupa di tutte le parti dell’opera.
    Quindi: architetti, ingegneri, progettisti elettrici ed idraulici, geologi, informatici di supporto alla progettazione e alla presentazione della gara. Alla fine, sempre di corsa, si presentano tutti gli incartamenti, completi di Valutazione di Impatto Ambientale (con lo SbloccaItalia questa valutazione non è più vincolante). E siamo al Progetto, che viene spedito alla Commissione incaricata dal Comune di valutarlo.
    Attenzione. Questo è il primo punto debole e influenzabile. E’ qui che possono entrare in gioco gli uffici commerciali, in quanto essi si servono spesso dei cosiddetti Procacciatori di Affari che esistono sia per le Cooperative che per i Privati. Ed è questo che sconvolge il sistema. La cooperazione non è nata per il profit. Ma per assicurare LAVORO!
    Ed è lì, allora, che scattano le tangenti, le bustarelle, la corruzione. Potrebbe sì, il presidente della Cooperativa non sapere quanto si è pagato, ma credo che non possa non sapere che c’è questa figura che io chiamo “border line”. Profondamente antitetica ad ogni spirito cooperativo.
    Io dico: a che serve mettere un Cantone a Roma o all’Expo? Lui può solo accorgersi quando è troppo tardi del pactum sceleris e bloccare (con disastri economici conseguenti) l’opera, se si accorge del costo che lievita e ci va a fondo. Sarebbe meglio stabilire dei criteri divers, mantenendo sempre questa Autorità di vigilanza. Faccio degli esempi semplici:

    1)Smettere di assegnare l’opera al prezzo più basso (destinato a lievitare molto e non possiamo più riconoscere se c’è anche corruzione);
    2)Valutare e vincolare all’ indice Istat la variazione dei preventivi in corso d’opera e pretendere scritti dettagliati sui costi aggiuntivi;
    3)Separare la Cooperativa che progetta da quella che realizza e controllare non vi siano connessioni e conflitti d’interesse di nessun tipo;
    4)Stabilire prima dell’assegnazione i subappalti: a chi e con che regole;
    5)La cosa principale: nella Commissione Appalto che segue l’opera in loco deve esserci una struttura di ufficio dipendente dall’autorità Anticorruzione che firma ogni cosa, vigilando su persone e atti. Solo così si può dare un colpo ai border line e alla corruzione, responsabile di costare allo Stato, cioè ai suoi cittadini, miliardi.

    Io credo che, se si vuole, si possa dare un colpo grosso a questo vizio.
    Questo è un vizio che non a caso emerge a volte nelle Cooperative.
    Guardate il fiore all’ occhiello CPL, la maggiore struttura di progetto e costruzione del gas. E’ evidente che la persona border line incaricata di portare a casa l’affare avesse un largo mandato autonomo.
    E’ inutile dire che non sapevi, certo non sai quanto, ma sai che può succedere. Va eliminata questa figura. Devono competere gli uffici commerciali con i loro progetti. Non ci deve essere la minima commistione famigliare tra Coop ed amministrazioni. Deve passare l’idea che il prezzo troppo basso non è indice di qualità. Nei capitolati vanno valutati altri indici oggettivi: le “clausole sociali” relative all’impiego di mano d’opera, alla sicurezza dei contratti, alla qualità dei materiali, devono essere prioritarie.
    Ci vuole gente più competente a valutare le gare. Ci vuole una struttura indipendente che faccia capo solo a Raffaele Cantone, ma che vigili in loco. E separare, lo ripeto, progettazione da costruzione.
    Questo è quello che la mia personale esperienza mi ha fatto maturare. Ovviamente non dico che sia giusta per tutti, ma è una linea di riforma che andrebbe discussa.

  2. Patrizia Turci ha detto:

    Tutto condivisibile. Ma c’è una cosa che mi preoccupa tanto quanto. A fronte di quello che sta uscendo pubblicamente sulle coop aderenti a Legacoop la brillante idea che ci viene è di fare una raccolta firme contro le cooperative spurie. Condivisibile anche questo, per carità,pero che ci sia chiaro che la 29 giugno non era spuria così come la CPL concordia e che il problema l’abbiamo in casa……… Non sono assolutamente religiosa ma mi ricorda un po’ la storia della trave e della pagliuzza……

    • Gigi Bettoli ha detto:

      Sono assolutamente d’accordo, la citazione evangelica era venuta in mente pure a me. Credo che la petizione contro le cooperative spurie (per quanto condivisibile in sè) sia uno dei tanti pannicelli caldi messi in cantiere – l’altro è il “patto di legalità” presso le Prefetture – per non affrontare radicalmente la questione.

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