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“Compiacersi di essere dispiaciuti”: un recensione interessante

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Compiacersi di essere dispiaciuti

Nathan Thrall, giornalista del New York Times, fa parte dell’International Crisis Group per il NordAfrica ed il Medio Oriente; vive a Gerusalemme. Qui una sua recensione, tradotta da Sebastiano Comis, del libro di Ari Shavit La Mia Terra Promessa: Israele, trionfo e tragedia, Sperling & Kupfer, 2014; apparsa su London Review of Books.

Il testo di Shavit – afferma Thrall – ha avuto un gran successo in America tra i sionisti liberali:

“Divisa equamente tra ricordi, storia popolare e polemica, “La mia terra promessa” porta pesanti argomenti contro la soluzione dei due stati, ma non da una delle due posizioni politiche tipicamente associate a questa conclusione, l’estrema sinistra e l’estrema destra. Fornisce invece una luce per vedere nel pensiero di una larga parte degli elettorato israeliano, quell’amorfo e conflittuale centro che, dopo il fallimento di Oslo, la seconda intifada e i problemi conseguenti al ritiro da Gaza nel 2005, si è rivolto verso la destra, pur senza identificarvisi completamente.”

Thrall sottolinea il ‘coraggio’ di Shavit nel riconoscere come esemplare della nascita dello Stato di Israele il massacro di Lydda – compiuto dall’esercito israeliano nel 1948 (200 morti civili, espulsione degli abitanti e distruzione del villaggio per ordine di Ben Gurion) – ma conclude la sua lunga e argomentata recensione evidenziando le ambiguità e le parzialità della ricostruzione storica di Sharit e il suo progressivo allineamento politico con la posizione di Netanyahu :

“Shavit offre agli ebrei americani una voce apparentemente liberale da Israele, con la quale molti di loro possono identificarsi – una voce che non è né troppo sciovinista, come lo sono settori della destra israeliana, né troppo pessimista e critica verso Israele come certi settori della sinistra israeliana.

In Israele, tuttavia, le opinioni di Shavit non sono considerate liberali. Nei suoi articoli si presenta come la voce della ragionevole maggioranza silenziosa, e così negli ultimi anni le sue posizioni, anche se incostanti, hanno seguito il continuo spostamento verso destra del centro politico, i cui membri includono i più ‘falchi’ dei laburisti al pari di Netanyahu e dei più moderati elementi del Likud. Shavit è lì per confortarli con la sua sapienza. […] Nell’ultima settimana della guerra a Gaza di quest’estate, che è costata la vita a 72 israeliani e a più di 2100 palestinesi, Shavit ha scritto che le forti critiche alla condotta di Israele non erano giustificate ed erano dovute a fanatismo antisemita: “Noi siamo una piccola nazione di minoranza sotto attacco, e diffondere critiche verso questa nazione è come diffonderle sui neri, i gay o la minoranza Yazida”. […] Shavit ha spesso preannunciato la bomba atomica iraniana, a meno di un attacco militare contro l’Iran, al punto da apparire come il portavoce di Netanyahu.

Oggi, nella Cisgiordania, egli auspica un lento, cauto e graduale cambiamento, con i soldati e le basi militari lasciate dove sono – una versione della ‘pace economica’ di Netanyahu.

E tutto questo negli Stati Uniti viene spacciato per liberalismo.”

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