Stay Tuned

La Casa del Popolo a Torre – 1911-1921

 

 

Svelato il mistero del falso storico su Terzo Drusin

da Il Messaggero Veneto del 4 dic. 2011


Si dichiara il falso per nascondere l’inconfessabile. È quanto emerge dal “Libro Matricola” del carcere di Pordenone, 67 anni dopo le torture e l’assassinio del professor Terzo Drusin, medaglia d’oro al valor militare che, da insegnante di materie letterarie alla scuola media Monti, nella primavera del 1944, diventa il partigiano “Alberto”. Determinante per la nascita della Brigata partigiana unificata Ippolito Nievo di pianura, la sera del 2 dicembre 1944, Drusin cadde in mano ai fascisti. La sua tragedia è documentata dal “Libro Matricola”, dove lo registrano il 2 dicembre, quale “catturato nella frazione di Corva dal capitano Arturo Vettorini della guardia repubblicana”. I dati anagrafici di Drusin comprendono una nota che lo indica mutilato della gamba destra, con le mani prive dei due indici. Sul registro della prigione, scrive il comandante delle guardie carcerarie Eugenio Maggi: “Il giorno 13 dicembre del 1944, consegnato (Drusin) al tenente comandante la brigata nera (Leschiutta) il quale, in data 27, ha comunicato che il Drusin è stato tradotto a Treviso”. La data – 9 dicembre 1944 – della morte di Terzo Drusin “Alberto”, posta sulla tomba dei “Benemeriti della città” è sbagliata. I fascisti di Leschiutta lo hanno prelevato dal carcere il 13 dicembre. Dal 2 dicembre si erano susseguiti interrogatori, sevizie e torture di Drusin, nella casa del fascio, dal dopoguerra sede dell’Ariete e della Questura di Pordenone. L’assassinio di Drusin, per mano della brigata nera di Leschiutta, avviene sul ponte di Tremeacque il 13 dicembre, giorno in cui lo prelevano dalla prigione. Prima di ucciderlo, i fascisti lo massacrarono di botte lungo il percorso, nei luoghi dove tutti lo conoscevano e dove Drusin aveva reclutato molti giovani partigiani per avviarli alla lotta contro l’oppressione nazi-fascista. Poi, lo stesso Leschiutta dichiara il falso trasferimento di Drusin a Treviso. Il Comune di Pordenone e le associazioni partigiane ricorderanno Terzo Drusin “Alberto”, medaglia d’oro al valor militare, deponendo la corona d’alloro sulle sua tomba, fra i benemeriti del Comune, la mattina di venerdì 9 dicembre con una cerimonia.

Sigfrido Cescut ©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Libro di Angelillo e Cescut sul “luogo della memoria”

IL SITO DI VIA MONTERALE

L’ultimo libro di Sigfrido Cescut e Pietro Angelillo: “Luogo della Memoria – Ricordare per vivere”, sarà presentato, con gli autori, stasera alle 20,30, nella sala Teresina Degan della biblioteca civica, in Piazza XX Settembre. L’iniziativa dell’Anpi provinciale e dell’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione e dell’Età contemporanea, vede il patrocinio del Ccomune di Pordenone. Il libro racconta la realizzazione del “Luogo della Memoria” in via Montereale, voluto dall’Anpi con il sostegno dell’amministrazione comunale, della fondazione Crup e la collaborazione dell’Apo, per ricordare le fucilazioni, per mano dei nazifascisti, di dieci partigiani nella ex caserma “Umberto I”, poi dedicata a uno dei martiri: Franco Martelli “Ferrini”, insignito alla memoria di medaglia d’oro al valor militare. Con il restauro dei muri che recano ancora i segni delle raffiche dei mitra dei fascisti della brigata nera, è stato costruito un monumento in marmo, lavorato a sbalzo, opera del professor Mario Rossi.

foto di Sara Roccutto

Intervista a Mario Bettoli

Riportiamo l’intervistaA Mario Bettoli che è stato presidente della Casa del Popolo fino alle dimissioni di qualche settimana decise da Bettoli stesso per limiti di età.


IL GAZZETTINO Domenica 13 Novembre 2011, Il ricordo dei Martiri di via Montereale – l’ha assicurato l’amministrazione comunale – non sarà toccato. Come reclamato con forza dagli ex partigiani e da molti altri cittadini, resterà al suo posto «per costringere chi passa – spiega il presidente dell’Anpi, Mario Bettoli – a chiedersi che cosa rappresenta e per essere una lezione affinché non si ripetano vicende storiche così atroci. I nomi delle dieci vittime – scrive Bettoli Bettoli nel volume dedicato al luogo della memoria – devono costituire il ricordo di quanto è costata la conquista dei valori del nuovo Stato italiano e devono essere l’avvertimento che i cambiamenti istituzionali, quando stravolgono il significato della Carta costituzionale nata dalla Resistenza, sono un pericolo per la continuità della nostra democrazia».
Ma se, nella difficile stagione politica e sociale in corso, c’è chi – anche nell’Anpi – ha cercato di accostare gli «indignados» di oggi ai partigiani di ieri, Bettoli guarda con diffidenza alle piazze: «I movimenti spontanei di questo tipo che obiettivo hanno, se non la protesta fine a se stessa?».

- Perché è così importante salvare quel monumento? Che cosa rappresenta?
«Perché è un documento storico, la cui esistenza costringe chi passa a chiedersi che cosa rappresenta. E poi perché il sacrificio di coloro che sono stati fucilati non solo merita rispetto, ma è una lezione per tutti, affinché non si ripetano vicende storiche così atroci».
- Che Paese immaginava quando combatteva? I partigiani avevano un’idea di quello che si voleva costruire o la priorità era, semplicemente, quella di liberare il Paese dall’occupazione?
«La Resistenza dopo l’8 settembre 1943 è stata prima di tutto un fatto politico. Sono stati i partiti antifascisti che, riuniti nel Comitato di liberazione nazionale, hanno garantito la direzione unitaria della lotta di liberazione. L’obiettivo dei partigiani era, semplicemente, quello di rendere la vita impossibile agli occupatori nazisti e ai fascisti italiani e di dare un contributo affinché la vittoria degli alleati – e la sconfitta dei nazifascisti – in Italia fosse opera anche della Resistenza italiana. Poi, dopo la liberazione, chiamare gli italiani a costruire uno Stato democratico nel quale, attraverso il pronunciamento popolare, cacciare la monarchia e dare vita a una Repubblica fondata su principi di libertà, solidarietà sociale e pace».
- Ritiene che quella Costituzione che è il frutto più elevato della lotta partigiana sia stata adeguatamente attuata? Ed è ancora attuale o andrebbe in parte «aggiornata»?
«Sicuramente in molte parti non è stata attuata, ma meno modifiche si fanno e meglio è. I principi sui quali l’assemblea Costituente ha scritto la legge fondamentale della Repubblica italiana sono validi anche oggi. Se qualcuno vuole modificarla – come appare da alcune irresponsabili dichiarazioni di Silvio Berlusconi – è perché pensa che il potere permetta l’uso arbitrario e personale della cosa pubblica. In ogni caso, quando nella dialettica politica qualcuno avanza proposte di modifica della Costituzione, si apre una discussione, e tutti possono giudicare se si tratti di un aggiornamento legato all’evoluzione della società oppure di una provocazione contro i principi di democrazia e libertà che sono il fondamento della Costituzione».
- Giorgio Bocca, a sua volta partigiano, sostiene che la democrazia italiana è fallita. È d’accordo?
«Giorgio Bocca ha ragione quando esamina lo stato della democrazia in Italia e considera come viene maltrattata in rapporto ai principi contenuti nella Carta costituzionale».
- Come si è arrivati da quella Repubblica che i partigiani hanno contribuito a costruire a un Paese che si scopre oggi quello della casta, dei privilegi e dell’interesse personale anteposto al pubblico?
«Nel corso del tempo, con la scomparsa dei protagonisti della lotta antifascista e della Resistenza, si sono presentati come attori e innovatori della vita politica personaggi portatori di interessi personali o di gruppo, quelli che una volta si chiamavano interessi corporativi, che hanno instaurato quella che si può definire una demagogia autoritaria».
- I momenti storici e le situazioni sono profondamente diverse, ma fatte le dovute proporzioni si può trovare un filo che lega i partigiani di allora e gli «indignados» che oggi, in tanti Paesi, scendono in piazza per difendere diritti, richiamandosi fra l’altro al pamphlet dell’ex partigiano Stephane Hessel?
«Non credo. I partigiani hanno vissuto in un momento drammatico – fascismo, guerra, occupazione nazista – e avevano il compito di contribuire a costruire uno Stato democratico sul disastro nel quale il fascismo e la monarchia avevano portato l’Italia. Non penso sia possibile raffrontare i due momenti storici. Movimenti come quelli degli «indignados», inoltre, sono importanti solo se si muovono nel rispetto dei principi della Costituzione».
- Non crede dunque nelle piazze come risposta alla crisi della politica e della società?
«La protesta in sè, senza obiettivi definiti, è inutile. Sul piano politico ha senso solamente quando c’è un fine preciso. I movimenti spontanei di questo tipo che obiettivo hanno se non la protesta fine a se stessa?».

Una nota sulla biografia di MArio Bettoli pubblicata su Il Gazzettino

L’Innominato del battaglione Buzzi

Pordenonese, Mario Bettoli è stato partigiano delle formazioni garibaldine della Destra Tagliamento e vicecommissario del battaglione Buzzi – nell’ambito della Brigata unificata Ippolito Nievo A – con il nome di battaglia «L’Innominato». Il 3 agosto del 1944, a Madonna del Monte di Aviano, fu uno dei protagonisti del primo – e unico – scambio di prigionieri fra tedeschi e partigiani: assieme ad altri due detenuti politici delle carceri di Pordenone (tra cui l’azzanese Agostino Mestre «Pedro», che sarà pochi mesi dopo uno dei partigiani fucilati in via Montereale) fu scelto per essere liberato in cambio di altrettanti tedeschi. Di fatto, si tratto del primo riconoscimento ufficiale dell’esistenza delle forze partigiane. Dopo la fine della guerra e la nascita della Repubblica, fu per dieci anni deputato, poi consigliere comunale a Pordenone, sindaco a Porcia e vicepresidente del Consiglio regionale. Oggi è presidente dell’Associazione nazionale partigiani di Pordenone e della Casa del Popolo di Torre.

 

 

Un pensiero femminista a partire da Engels

Venerdì 18 novembre alle ore 20:45, presso la Casa del Popolo di Torre:

Un pensiero femminista a partire da Engels

incontro con Lidia Menapace.

Pordenone ha sempre prestato attenzione alle varie declinazioni del pensiero femminista, sia teoricamente che nelle pratiche. Anche oggi gruppi di giovani donne e uomini si riuniscono con periodicità in  incontri su testi, analisi e pratiche di genere presenti nel contesto nazionale ed internazionale.

Lidia Menapace, da sempre portatrice di un pensiero critico,  originale e mai allineato in questo incontro vuole portare l’attenzione sull’apporto (non casualmente trascurato) di F. Engels sul tema dell’organizzazione familiare e la disparità storica tra uomo e donna.

,  rappresenta una delle voci più importanti del  femminismo italiano. È autrice di numerosi libri tra cui:  Economia politica della differenza sessuale - 1987; Né indifesa né in divisa – 1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno? – 2000; Resistenza e Nonviolenza -  2004. Ha partecipato al testo di Monica Lanfranco e Maria G. Di Rienzo ”Donne disarmanti – storie e testimimonianze su nonviolenza e femminismo“. Oggi è direttora responsabile della rivista mensile “Su la testa!”.
Senatrice nella scorsa legislatura per la lista di Rifondazione Comunista nel collegio del Nord Est, è stata Segretario della 4a Commissione permanente  (Difesa) e poi Presidente della Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito
Staffetta partigiana, dall’aprile 2011 fa parte del Comitato Nazionale ANPI.